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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Fiaccolata o no? 3 novembre 2005


Io non aderisco alla fiaccolata contro l’Iran. Ma rispetto le ragioni di chi partecipa, e non mi sogno certo di considerarli per questo miei “nemici” (tanto per citare, rovesciandola di segno, l’etica puerile di Riccardo Pacifici).

Non aderisco in parte perché questa manifestazione ha a che fare più con la campagna elettorale italiana che con la politica internazionale (e questo potrebbe anche starmi bene, ma occorrerebbe dirlo); ma soprattutto per i motivi ben formulati da Piero Sansonetti sul giornale da lui diretto, “Liberazione”. In sintesi, Sansonetti avrebbe voluto una fiaccolata volta a fare pressione su Ahmadinejad ma anche su Sharon, per il diritto all’esistenza e all’autodeterminazione di Israele ma anche dei territori occupati palestinesi:

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=8YN5J

(Altre considerazioni di Sansonetti si trovano oggi 3 novembre sul sito del giornale, http://www.liberazione.it/.)

Voglio aggiungere però che esiste una particolare difficoltà dell’intellettuale gay nell’affrontare temi di questo tipo. Non se ne parla molto, ed è questione molto complessa, ma tanto vale accennarla.

In Iran sono stati condannati a morte e uccisi, a luglio, due giovani colpevoli solo della loro omosessualità. Erano gli ultimi − probabilmente non lo sono più − di una lista di quattromila omosessuali (uomini e donne) sterminati dal regime degli ayatollah. “Dunque ce l’hai anche tu con l’Iran: allora partecipa, dov’è il problema?” Eh no, il problema c’è. Contro la condanna ci sono state manifestazioni in Europa e in America, e un paio anche in Italia, organizzate se non erro da Arcigay e Gayleft, con l’adesione dei radicali, di Manconi, di altri. In ogni caso la partecipazione è stata molto limitata e certamente nessuno ha richiesto una diretta televisiva. Evidentemente lo sterminio di migliaia di omosessuali è cosa meno grave delle dichiarazioni contro Israele. (Simmetria rafforzata dal fatto che dietro le minacce di Ahmadinejad si accampa gigantesco lo sterminio nazista, di cui furono vittime anche gli omosessuali.)

E’ questo gioco dei due pesi e delle due misure, il problema che vivo in quanto gay pensante e politicizzato. La realtà della discriminazione omofoba è così dura da innescare una presa di distanza da tutto il resto. Nel 1939, Christopher Isherwood e W. H. Auden destarono scandalo lasciando l’Inghilterra minacciata da Hitler per gli Stati Uniti: Isherwood, in particolare, non sentiva di dover sostenere nessuna grande potenza omofoba, che fosse la Germania, la Russia, o Londra o Washington. Parlando di sé in terza persona scrisse: “La sua sfida a tutti i partiti e a tutti i governi era la seguente: − Benissimo, abbiamo ascoltato il vostro discorso sulla libertà. Ma riguarda anche noi o no? − .” Noi gay, ovviamente.

Chiariamoci: la posizione di Isherwood mi appare insostenibile, egocentrica, ciecamente identitaria. Ma mi sembra assurdo anche sostenere che la prospettiva identitaria vada semplicemente abbandonata, considerata una questione privata. Come replicava Pasolini a chi diceva che Penna era un grande poeta a prescindere dalla sua omosessualità: “diciamo che non bisogna prescindere troppo”.

Per questo mi affascinano tutti coloro che cercano una soluzione tra questi due estremi, anche sbagliando: da Jean Genet che intreccia la sua esclusione con tutte le altre, a James Baldwin che gioca di rimbalzo tra l’essere gay e l’essere nero, a quel fascistone di Mishima, al pensiero femminista (come la grande e tostissima Carla Lonzi, nella foto), a J. T. Leroy e via dicendo.

Il problema, concretamente, è che io −come essere umano − non voglio né battermi solo per gli specifici obiettivi del movimento gay, né battermi per obiettivi sublimi e supremi dietro i quali ci si ritrovi poi a campare con la buona vecchia omofobia che ci ostacola a ogni passo. Io voglio combattere per un’idea di libertà e di valorizzazione dell’umano che non possa − non possa in alcun modo − assumere connotati omofobi. Un’idea dell’umano di cui sia parte integrante − non accessoria, non potenziale − anche la condizione omosessuale.

E’ questo, in fondo.
 
I vostri commenti
Il commento di BetteDavis 8 novembre 2005


Caro TG, ciò che colpisce del tuo intervento è la difficoltà di commentare sul "buon senso". Sfrattato a destra perché ritenuto esangue e a sinistra perché ritenuto controrivoluzionario, il buon senso in un'epoca di confusione e ignoranza (ma ce ne furono di differenti?) si carica quasi di una forza "dada"! Sì, davvero un bel post. Tuo, BD.


 
Il commento di Simona 4 novembre 2005


non l'avevo mai vista da quest'ottica, grazie degli spunti. E' difficile essere poetici mentre si parla di politica, tu ci sei riuscito, grazie ancora.


 
Il commento di gnognoragno 3 novembre 2005


attenzione che l'omofobia non diventi omologia, o peggio omolalia. quando s'è scritto il corano gli omosessuali c'erano già, come c'erano già gli ebbrei, e infatti c'è dovizia di supplizi a cui sottoporre entrambi. nel corso del tempo però s'è fondato un Israele - stato ebraico-, che da subito è stato minacciato di cancellazione (io non vedo nulla di nuovo in quello che ha detto il caprocefalo iraniano,dal 1948 a oggi e allora: perché solo oggi si fiaccola per Israele?), mentre un paese ... (inserire il nome) - stato gay - non esiste ancora. se mai venisse fondato, la sua cancellazione dal mappamondo sarebbe promessa anche quella da subito, e anche stavolta da tutti i paesi musulmani. così è. un abbraccio


 
Il commento di nheit 3 novembre 2005


TOMMASO GIARTOSIO "Io voglio combattere per un’idea di libertà e di valorizzazione dell’umano che non possa − non possa in alcun modo − assumere connotati omofobi" CARLA LONZI "..riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un'identità contro una civiltà maschile che l'aveva resa irraggiungibile". È questo ,in fondo ed è già tutto


 
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