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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Fate pure 7 novembre 2005


Per qualche giorno sono stato inghiottito da un romanzo−fiume, “Jonathan Strange e il signor Norrell”, pubblicato nel 2004 da Susanna Clarke (dopo dieci anni di lavoro) e divenuto un bestseller mondiale (in Italia lo pubblica Longanesi). La storia si svolge nell’Inghilterra del primo Ottocento e delle guerre napoleoniche, a cui si intreccia una trama magica che è bene non rivelare. Non sono riuscito a staccarmene. Ma non so se consigliarlo.

Da piccolo sono stato sottoposto a iniezioni massicce di letteratura per ragazzi inglese. (“Per ragazzi”, come vedrete dagli esempi che darò tra poco, è una semplificazione. Oggi si dice “books for young adults”, “libri per giovani adulti”, ma io direi che questi libri sono anche per adulti giovani.) Ora, da noi questa etichetta fa subito pensare a Tolkien. Ma la vera letteratura di questo genere è meno strutturata e piombata di Tolkien. (Del resto i film tratti dal “Signore degli anelli” sottolineano proprio questo aspetto della trilogia, e la rendono più marziale e horror di quanto non fosse.)

I libri che leggevo erano il ciclo di Narnia di C. S. Lewis (di cui sta per uscire nei cinema una versione del primo libro − altra boiatella, temo), e “L’uomo che fu giovedì” di Chesterton, e i romanzi fiabeschi di George MacDonald (il vechio “Anodos” pubblicato da Rusconi), e “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame, e parecchio Kipling tra cui “Puck of Pook’s Hill” e “Rewards and Fairies” (ora ripubblicati da Adelphi), e subito accanto i nonsense di Lewis Carroll e Edward Lear (ma anche “Winnie the Pooh”), e “The Once and Future King” di T. H. White, e vari altri neo−arturiani tra cui Mary Stewart, e a volte un americano come Ursula LeGuin con la trilogia di “Earthsea”... Insomma, se mi parlano di un romanzo in cui un mago evoca esseri fatati, drizzo le orecchie. Sono indubbiamente parziale.

Sta di fatto che il libro l’ho divorato, e ne ho apprezzato soprattutto la leggerezza, l’ironia, che bilanciano le parti avventurose e drammatiche. In realtà Clarke (grande ammiratrice di Jane Austen e di Dickens, e si sente) è maestra di quell’umorismo inquietante che noi italiani di solito capiamo così poco. La prima frase: “Alcuni anni fa, nella città di York, esisteva un’Accademia di maghi, i quali si incontravano il terzo mercoledì di ogni mese per leggere lunghi e noiosi documenti sulla storia della magia inglese...”

Aggiungo solo che il libro ha insegnato qualcosa anche a me come scrittore. A progettare in grande, disegnando le linee principali di una storia e poi incastonando episodi e cellette con assoluta libertà. A muoversi rapidamente da un estremo all’altro della vicenda narrata. A usare un immaginario visivo senza fare del cinema (a proposito, purtroppo anche questo libro diventerà presto un film). A raccontare una storia senza farsi impressionare dal nugolo di significati che si porta dietro. E a dare fiducia alla propria fantasia. Che è una forza spaventosa.

−−−

I link del libro (in inglese e in italiano):
http://www.jonathanstrange.com
http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=235&isbn=8830421324
http://www.longanesi.it/scheda.asp?idlibro=1583

Non sto a mettere link sul ciclo di Narnia: queste cose secondo me o si scoprono da bambini, oppure è troppo tardi. Ma mi ha stupito scoprire che Lewis aveva creato il nome “Narnia” ispirandosi...a Narni , in Umbria. Ora che sta per uscire il filmone (ovviamente girato in Nuova Zelanda), la cittadina sta avviando “iniziative culturali” per splendere di luce riflessa... Mah.
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 9 novembre 2005


Bello, vero? Sono contento che ti sia piaciuto. (Ma dieci anni per scrivere un libro, succede... anche troppo spesso...)


 
Il commento di Filter 7 novembre 2005


E' un libro molto particolare. Io è da mesi che penso di farci sopra un post, e non ho ancora capito cosa ne penso. Comunque sono d'accordissimo sulla fiducia nella fantasia e, direi, anche nelle parole che traspare dal romanzo (appunto, lasciare che l'umorismo, o il nugulo di significati passi attraverso la scelta di un solo verbo, di un solo aggettivo). Se poi pensi che la Clarke è una debuttante... E che ci ha messo dieci anni a scriverlo! Dieci anni senza perdere mai la fiducia...


 
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