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Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio |
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La domanda di Mantova (con un Aggiornamento) |
23 novembre
2005 |


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A Mantova, verso la fine della presentazione del mio libro, qualcuno dei coraggiosi ragazzi che da poco hanno fondato l'Arcigay locale mi ha chiesto: ma come mai gli intellettuali, soprattutto quelli gay, non ci aiutano nel lavoro politico che stiamo cercando di compiere? Come mai sono tutti pronti a scrivere il saggetto su Penna o Tondelli, ma nessuno affronta davvero le questioni che noi cerchiamo di districare ogni giorno, dal coming out al matrimonio, dalla promiscuità al senso della differenza e della normalità? E come mai tutti danno per scontato che noi continuiamo a lottare, e nessuno si preoccupa di parlarci, di legittimarci - tanto meno quelli che sono ormai affermati e non avrebbero nulla da perdere?
Ho riformulato la domanda in termini miei, è chiaro. E temo di averla anche resa più lagnosa. Ma il senso era quello che ho detto. Perché gli intellettuali omosessuali ci lasciano soli?
Rispondendo, ho fatto i soliti due nomi che posso giocarmi: Vattimo, Busi. (Ce n'è ancora uno che si sta scaldando a fondo campo, ma ve ne riparlerò a suo tempo.) Va be', Vattimo e Busi... Ho pensato ad altri, a due o tre fra le più celebri "velate" intellettuali italiane. Ma la domanda pesava soprattutto perché ci sono tanti intellettuali giovani, o un po' più giovani, ma già ben noti, che potrebbero essere presenti e attivi e non lo sono. E non parlo semplicemente del partecipare a una tavola rotonda. Parlo dell'esserci: sono con voi, siete con me, ragioniamo insieme. Non prende neppure tanto tempo. L'impegno principale è dire: ci sono.
Tornato a Roma, ho sentito uno di loro. Oh, in questo caso una persona per niente famosa, ma davvero in gamba, un uomo che ha un occhio speciale nel cogliere la realtà della differenza, e che scrive molto bene. Insomma, un elemento di quel ceto medio colto e riflessivo che dovrebbe costituire lo scheletro morale di un paese. E ho scoperto che anche lui non si dichiara. Togliendo forze al nostro tessuto civile. E anche, ne sono certo, a se stesso: che grandi libri scriveremmo se non avessimo paura!
Io non posso dire altro che questo. Non abbiate paura. Non abbiate paura. Per il futuro, per noi, per voi stessi, soprattutto per questi (che ci è tanto facile dimenticare - ma esistono, e sono in tanti):
http://www.gayroma.it/culture/cultura/cu-16novembre2001SEDICI.htm
NON ABBIATE PAURA.
Aggiornamento:
Non mi sono dimenticato di scrivere. E' solo che questo post è troppo importante per lasciarlo svanire così, senza quasi risposta (ma ringrazio BD del suo commento sulla mancanza di un "mito di fondazione" gay).
L'immagine, non ve l'ho ancora detto, mostra il diciottenne Aaron Arnold mentre racconta le sue esperienze di coming out nel corso di un raduno della "Point Foundation" nel Michigan. Uno dei sostenitori della fondazione è David Steward, il tizio sulla destra nella foto. Il tutto è tratto da questa inchiesta pubblicata dal settimanale "Time":
http://www.time.com/time/archive/preview/0,10987,1112856,00.html?internalid=AMP
Aaron, indubbiamente, non ha paura. O non così tanta da dover tacere.
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I vostri commenti
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Il commento di Dario |
29 novembre
2005 |


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Il problema è serio: in Italia esiste una cultura GAY intesa come cultura DI e PER gli omosessuali? Non so quale sia la risposta corretta a questa domanda, ma quello che posso dire è che io, gay ventiduenne, studente in trasferta a Londra, appassionato lettore di saggi e libri sull'omosessualità, queer theory, gender studies....mi sento parte di una comunità spesso invisibile. Dove sono i gay? Perchè molti esitano a rivendicare un'identità gay? Essere gay significa prendere in mano la nostra vita e non avere timore a esprimere il proprio io. Dove sono gli intellettuali gay? Ma poi mi chiedo: quale sarebbe la loro funzione? Forse più che di intellettuali gay, ci sarebbe bisogno in generale di più gay "out of the closet".... |

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Il commento di BetteDavis |
27 novembre
2005 |


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Non vorrei abusare dello spazio nè ceaucescare la discussione, ma, tornando al mio commento precedente, non sarà forse che l'epica omosessuale è epica romantica, cioè individualistica e non collettiva? Il caso di Pasolini è esemplare a questo riguardo. Vostro, BD. |

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Il commento di nheit |
27 novembre
2005 |


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Sì questo post è troppo importante per lasciarlo svanire così senza quasi risposta.Ma questo post non svanisce , anche se non ci sono risposte il silenzio talvolta non tace ,e parla con Aaron e con tutti quelli che lottano e portano avanti
senza paura il loro esserci.
Siamo ancora mille e mille anni lontani
dall' essere liberi e veri, e gli intellettuali che parlano e parlano sempre, stavolta non hanno parole.Sì questo post è troppo importante.. |

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Il commento di BetteDavis |
23 novembre
2005 |


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Caro TG, il tema proposto e' centrale e mi permetterei di affrontarlo in modo laterale, presenandolo sotto una prospettiva unicamente letteraria. La dispersione di un pensiero articolato ma insieme unitario orientato in senso omosessuale non e' forse ANCHE il prodotto della mancanza di un'epica, di un racconto originario, di un mito di fondazione omosessuale? [o forse viceversa, cioe' ne e' il presupposto?]. Facevo queste considerazioni rileggendo un capolavoro dell'epica dell'AIDS, Randy Shilts, "And the Band Played On" [l'edizione italiana credo ormai sia fuori catalogo]. In Italia c'e' qualcosa di analogo? Secondo me poco ma vale la pena chiedere agli altri gentilisismi bloggers. Vostro, BD. |

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