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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Una città, un'intervista 14 dicembre 2005


"Una città" è il nome di un mensile che pubblica solo interviste. Secondo me è fatto benissimo. (Le stesse persone pubblicano anche libri e altro materiale.) Questo è il loro sito:

http://www.unacitta.it/

dove potete leggere il numero di ottobre.

Su quello di dicembre (disponibile in alcune librerie e per abbonamento) è inclusa un'intervista al sottoscritto. "Una città" mi ha concesso gentilmente di riprodurla qui. Molte delle cose che dico si possono leggere anche in "Perché non possimao non dirci"; altre no.

La foto è di uno tra i maggiori artisti contemporanei, Andrés Serrano, si intitola "Christiaan and Rose" e viene dalla serie "A History of Sex". Come direbbe un mio amico: "altrimenti questo diventa un blog da educande".

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Tommaso Giartosio ha studiato a Roma e a Berkeley. Ha pubblicato "Doppio ritratto", Fazi 1998 e, recentemente, "Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo", Feltrinelli 2004. Suoi racconti sono usciti tra l’altro in "Men on men. Antologia di racconti gay", Mondadori 2002. E’ stato redattore della rivista “Accattone” e del periodico web “Lo sciacallo” (www.losciacallo.it), e collabora a “Nuovi Argomenti”. È uno dei conduttori del programma Rai - Radio Tre “Fahrenheit”. Insegna in una scuola superiore romana.

- Anche in seguito alla norma varata in Spagna che approva il matrimonio tra omosessuali, in Italia si è tornati a parlare di Pacs e unioni civili. A che punto siamo?

TG: Innegabilmente in ritardo. Il governo Zapatero ha approvato l’estensione del matrimonio civile ad alcuni milioni di cittadini adulti e responsabili che ne erano esclusi: una questione di diritti civili elementari. Il dibattito avviato nel nostro paese sulle unioni civili riguarda qualcosa di ben più limitato: se esistessero i Pacs, gay e lesbiche continuerebbero comunque a essere esclusi dal matrimonio. Quello dei Pacs resta però un passaggio importante perché investe l’esigenza di allargamento delle possibili opzioni di unione tra le persone, così rispecchiando la realtà di una società in mutazione.

In quest’ambito una prima considerazione è che se la lotta per le unioni civili fosse stata condotta dai principali interessati in senso numerico, cioè da quell’oltre 90% di conviventi eterosessuali, non saremmo mai arrivati al dibattito in corso; in altre parole, un piccolo gruppo di attivisti omosessuali ha avuto un ruolo propulsivo. E questa mi sembra una cosa bella. Sono certamente dispiaciuto di non vedere una maggiore coralità del mondo eterosessuale nello schierarsi accanto agli omosessuali; un altro esempio è la marcia del Gay Pride, che dopo il 2000 sembra essere divenuta di nuovo un affare privato del movimento gay e non una questione politica che riguarda tutti i cittadini. Ma non si può negare che il dibattito sulle unioni civili sia un esempio di come l’esperienza dell’omosessualità rinnovi in modo fondamentale tanti aspetti della vita civile.

Lo stesso fatto che poi, per una questione forse puramente strategica, questo accada attraverso lo sdoganamento dell’unione eterosessuale, per me è la prova che c’è un fortissimo legame tra eterosessuali e omosessuali nella nostra società. Un continuo processo di nutrimento reciproco, di scambio, che non smentisce affatto gli elementi di contrapposizione e di conflitto. C’è una complicità. Anche nella mia vita quotidiana, io continuo a constatare una coesistenza di discriminazione, anche molto dura, e di abbraccio: o meglio, di bisogno di abbraccio. Potrà suonare bizzarro, però a volte le persone che si comportano in modo più irrispettoso e duro con gli omosessuali, poi sono quelle che mostrano un impeto di sollievo quando trovano un modo, un linguaggio, un gesto, una concessione, un compromesso (sia pure goffo e insufficiente) per accogliere l’omosessuale. Per certi versi questo nasce da un processo di superamento storico dell’omofobia, ma per altri versi è qualcosa che è sempre accaduto: nella nostra cultura l’omosessuale è stato la carta matta, il trasgressivo, il jolly, il buffone o anche (di recente) l’assassino, ma proprio per questo era una carta necessaria, preziosa.

Certo oggi qualcosa è cambiato, e la diversità radicale della condizione gay rispetto alla norma, una diversità preziosa per la norma, nel senso che ti ho detto, ma condannata al silenzio, si va gradualmente trasformando in una mera differenza, una tra mille altre differenze.

- Certo, un po’ stupisce vedere sul versante omosessuale quest’accanimento a volere il matrimonio quando questo è in una profonda crisi...

TG: Chiunque si veda negata una possibilità concessa a tutti gli altri evidentemente si sente espropriato di una parte della propria libertà, se non altro, in questo caso, la libertà di scegliere di non sposarsi. E poi il matrimonio rimane la modalità di vita in comune di gran lunga più frequente, scelta da mezzo milione di italiani ogni anno. Prova a negare le nozze, invece che ai gay, a un qualsiasi altro gruppo di entità comparabile, gli abitanti di una qualsiasi grande città italiana, e vedrai che succede!

Si può distinguere tra due motivazioni della rivendicazione, l’una pratica e l’altra simbolica. Per quanto riguarda i problemi pratici, se ne parla spesso in una prospettiva che non mi piace. Lo stesso Prodi (che pure ha proposto il Pacs) si è espresso a volte con un linguaggio troppo compassionevole, come se i gay fossero solo e semplicemente delle vittime. Nelle famiglie i gay sono spesso delle risorse straordinarie… In questo senso i diritti civili degli omosessuali sono anche i diritti civili delle loro madri e dei loro figli (sì, ce ne sono parecchi!). Secondo molti politici di centrodestra, invece, tutte queste difficoltà concrete non esistono, perché per esempio si possono aggirare le leggi sulla successione preparando insieme a un notaio un testamento ben calibrato. Solo che queste strategie hanno un loro costo non piccolo, e risolvono solo alcuni problemi. Perciò altri, come Rutelli, propongono una serie di modifiche legislative ad hoc che permettano per esempio la visita in ospedale, l’eredità, ecc... Ma tutto questo, per farla breve, serve a non soddisfare la rivendicazione simbolica. Una legge sulle unioni civili ha un impatto simbolico, di riconoscimento pubblico, ben maggiore di una serie di minute correzioni legislative; e a maggior ragione ciò vale per il matrimonio. E’ un rito con cui si riconosce che ciò che fai appartiene alla vita della comunità, la fa crescere e ne è un elemento fecondo. Io credo che sia importante tenere presente questa sua centralità, e anche non sminuire la portata dell’innovazione proposta.

E’ vero che nei millenni il matrimonio è cambiato moltissimo, ma l’inclusione degli omosessuali è comunque un cambiamento forte. (Dico “inclusione” perché gli omosessuali in realtà si sono sempre sposati, e a volte hanno anche allevato figli: il matrimonio omosessuale esiste già da secoli, con una ritualità sua, si tratta solo di legalizzarlo). Perché negare che si tratta di una rivoluzione? Anche il voto alle donne era qualcosa di quasi totalmente estraneo alla tradizione occidentale, e si trattava anche in quel caso di un’esclusione profondamente ideologica: la donna doveva essere esclusa dalla politica, così come il gay e la lesbica devono essere esclusi dalla famiglia. Una rivoluzione? Ben venga!

- Molte resistenze al matrimonio tra omosessuali, come pure all’unione civile, riguardano il timore che si apra così un varco alla possibilità dell’adozione, che resta un tema spinoso. Chi si oppone accampa la motivazione che così si impedisce al bambino di avere una famiglia standard, “normale”, con un padre e una madre. Il tutto aggravato dall’idea che un bambino cresciuto da due genitori dello stesso sesso diventerebbe un adulto problematico. E’ così?

TG: Diciamo intanto questo: molte coppie etero non vogliono o non possono avere figli. Due settantenni di sesso diverso possono sposarsi, due gay no. (Per giunta oggi anche le coppie omosessuali possono avere figli, sia pure attraverso la donazione di gameti o l’adozione). Allora è chiaro che il matrimonio come istituto fondamentale non riguarda la fecondità reale, ma il riconoscimento di una fecondità simbolica: i due settantenni sono “simbolicamente” in grado di avere figli perché sono di sesso diverso. Non è in gioco la realtà della famiglia italiana (spesso monoparentale, tra l’altro), ma solo un ideale familiare, un presepio. E’ questo, solo questo, il punto.

Qui l’Italia sconta un’arretratezza molto grave. (Francamente tutto questo discorso è tanto antico da risultare scoraggiante. E tuttavia bisogna farlo.) Diciamo intanto che il ritardo culturale in Italia nasce anche dall’assenza di determinate forme giuridiche. In Spagna la possibilità di adottare (per le coppie omosessuali che si sposano) è potuta passare abbastanza tranquillamente perché già da decenni esistono le adozioni per i single. Ora, questa non è una “bizzarria” spagnola. L’adozione per i single esiste in quasi tutta l’Unione Europea, dodici paesi su quindici, e spesso da decenni: in Inghilterra per esempio c’è da trent’anni, in Francia da quaranta. In tutti questi paesi non sono cresciute due generazioni di mostri. Quindi stiamo parlando di scelte “normali”, anche “normalmente discriminatorie”, perché ben di rado l’adozione veniva concessa a single apertamente omosessuali. In questo modo, tuttavia, in Europa si è iniziato assai per tempo a capire che si può “fare famiglia” in molti modi diversi. Nonostante ciò, in Italia l’adozione è vietata non solo alle coppie gay, ma anche ai single, omosessuali o eterosessuali che siano. (L’affidamento è teoricamente possibile anche per le coppie gay, ma in realtà ciò accade molto di rado e comunque si tratta di qualcosa di completamente diverso dall’adozione: è un servizio sociale, certamente generoso, ma anche lacerante; la separazione è spesso terribile).

Insomma, il tema è “spinoso” da noi; per tutti gli altri paesi non lo è. L’impressione è talvolta che in Italia davvero non si sappia o non si voglia sapere come stanno le cose. Di recente ho letto un libro americano in cui molti figli di coppie gay e lesbiche raccontano la loro esperienza. Si tratta di persone tra i venti e i quarant’anni, quindi è chiaro che il fenomeno è ormai radicato, e infatti c’è già un’amplissima letteratura scientifica che studia i figli di coppie gay e dimostra che tanti timori sono infondati. Addirittura sembra che nel caso delle coppie lesbiche i figli crescano più bilanciati ed equilibrati che non nel caso delle coppie eterosessuali. Qui invece c’è ancora gente che ha paura che l’omosessualità si “trasmetta” ai figli! Una paura di per sé discriminatoria.

In realtà i bambini hanno bisogno di amore e attenzioni: se c’è questo, qualsiasi forma assuma la famiglia, vengono su bene. Quando ero piccolo era considerata una sciagura essere figli unici: il bambino senza fratelli o sorelle era un caso rarissimo, guardato con pietà... La questione della cura dei figli è in realtà un problema storico, legato ai cambiamenti sociali e culturali, e non inchiodato a pratiche e valori fissati in eterno. Certo, un punto di riferimento obbligato è il benessere del figlio. Ma a volte questo criterio viene usato per nascondersi altri problemi. Prendiamo ad esempio il tema dei requisiti per l’adozione. Se si decide che i bambini devono essere adottati prima di tutto da famiglie eterosessuali, colte, ricche, “perfette”, il risultato finale, come sta già accadendo negli Stati Uniti, è che i bambini più grandi, o neri, o disabili, o con Aids conclamato, vengono adottati dagli omosessuali, perché sono gli unici che se li vogliono prendere. E’ evidente che ci addentriamo in un terreno spinosissimo, ma è anche chiaro che questo criterio del dare al bambino la famiglia più “normale” possibile, perché darebbe più garanzie, debba essere come minimo temperato da una considerazione della società nel suo insieme. Un altro esempio: i figli (biologici) delle coppie interrazziali americane degli anni ‘50. Allora un nero e una bianca o un bianco e una nera che avessero deciso, come accadeva, di sposarsi e fare dei figli imponevano ai loro figli un arduo adattamento sociale, molto più arduo di oggi. E però, che dire? E’ evidente che bisognava farlo, altrimenti nulla sarebbe mai cambiato. Un discorso simile mi sembra debba valere per l’adozione. Non bisogna a tutti costi evitare le situazioni complesse, bisogna equipaggiare chi le vive (genitori e figli) in modo che possano essere adeguatamente affrontate, e distribuire il peso del cambiamento sulle spalle dell’intera società.

Il paradosso di tutto questo discorso è che gli omosessuali, come gruppo, hanno da sempre un legame strettissimo con il mondo dell’educazione e della formazione. Si nega l’adozione alle coppie gay, però poi gli si affidano i figli dall’asilo alle superiori. Sia io che Franco siamo insegnanti, per dire…

- Tu e il tuo compagno qualche anno fa avete comunque voluto celebrare una sorta di matrimonio, con tutti i crismi o quasi che il rito prevede. Puoi raccontare?

TG: Noi stiamo assieme dal ’95, e nel ’98 abbiamo celebrato una cerimonia inventata da noi. Ci siamo fatti prestare da amici una casa al mare qui vicino a Roma, abbiamo invitato un’ottantina di persone. La cena è stata in parte preparata da altri amici, in parte ordinata. Abbiamo fatto una lista di nozze in un negozio del centro: è stato molto divertente, perché i commessi all’inizio sono stati presi di sorpresa, poi invece si sono mostrati cordiali. Dopo cena, c’è stato uno scambio di promesse o meglio di “ragioni”. La sera prima abbiamo scritto ognuno su un foglio i dieci motivi per cui ci sposavamo. Poi ce li siamo letti, e ci siamo scambiati gli anelli. Niente lancio del mazzo di fiori, niente bomboniere, però abbiamo tradotto e stampato una poesia americana e l’abbiamo data agli invitati. C’è stato il taglio della torta, queste cose qua… è stato estremamente commovente, ricordo un sacco di lacrime, davvero tante. E considera che solo un quarto degli invitati era gay (perché queste sono le persone che conosciamo e frequentiamo). Un matrimonio sicuramente molto più economico della media dei matrimoni, però (o forse proprio per questo) estremamente sentito.

Non c’era una dimensione politica molto esplicita. Abbiamo messo in un angolo della casa una lettera aperta in cui si chiedeva il riconoscimento delle unioni civili a tre ministri di allora: chi voleva la firmava. La metà degli invitati l’ha fatto, e i ministri prevedibilmente non ci hanno mai risposto. Ma volevamo soprattutto condividere con delle persone care un momento importante. Certo, è stato un gesto in qualche modo dirompente, ma non è stata una messa in scena per attirare l’attenzione. Non che ci sia niente di male nelle operazioni mediatiche: semplicemente non era nostra intenzione costruirne una. Per esempio, in quei giorni dovevano intervistarmi a Rai Tre. Io ho risposto che non potevo perché mi sposavo, al che ovviamente tutta la troupe voleva precipitarsi al matrimonio. Abbiamo detto di no, perché non volevamo imporre ai nostri ospiti una visibilità che non necessariamente avrebbero gradito, né dare una natura fortemente pubblica a qualcosa che invece era in primo luogo un evento privato.

- Le vostre famiglie vi hanno appoggiato in questo percorso?

TG: Non voglio entrare nei dettagli perché dei problemi ci sono stati, anche in quell’occasione; e d’altra parte ci sono stati anche dei non-problemi e dei momenti di grande apertura e accoglienza. Ti dirò il portato complessivo della mia esperienza: è sorprendente quanto la gente si apre, ed è però altrettanto impressionante quanto resistano certe chiusure. Siamo ancora in una condizione estremamente sbilanciata. Ci sono ragazzi che vengono accolti con la massima tranquillità dalle loro famiglie, e altri che vengono estromessi da tutto. Durante i miei primi quattro anni di insegnamento, nella mia scuola ci sono stati due suicidi di adolescenti, e in entrambi i casi tra le motivazioni c’era l’omosessualità. E d’altra parte ho avuto studenti dichiaratamente gay, molto coraggiosi e con una vita certamente non facile. La prima volta che ho parlato in pubblico su temi relativi all’omosessualità è stato nella primavera del ’98, quando Fini dichiarò che i maestri gay non dovevano insegnare. Fu in quell’occasione che raccontai la mia esperienza come insegnante gay in un articolo che uscì su un settimanale. Raccontavo anche di un gruppo di ragazzi gay che aveva chiesto alla preside di poter avere uno spazio in cui recarsi il pomeriggio per parlare tra loro: gli era stato risposto che se c’erano dei problemi psicologici dovevano risolverseli individualmente con lo psicologo della scuola. Pura negazione del problema.

- La scuola potrebbe fare di più?

TG: Io sono un forte sostenitore del lavoro nelle scuole. Un ruolo importante spetta a insegnanti, genitori, esperti, e al ministero. Da qualche tempo esiste un’organizzazione di insegnanti contro l’omofobia: si chiama “Aletheia” e l’ha fondata a Palermo una persona molto lucida, Giuseppe Burgio. Purtroppo però è più emblematico il modo in cui è stata gestita una recente campagna anti-Aids nelle scuole. Un paio di anni fa arrivarono degli opuscoli a fumetti distribuiti dall’allora Ministro della Sanità in cui si parlava di alimentazione, droghe, incidenti domestici, eccetera. C’era anche un capitolo sulle malattie a trasmissione sessuale, con una storia in cui numerosi ragazzi e ragazze avevano rapporti molto intricati e “incatenati”: ovviamente si voleva suggerire al giovane lettore che il contagio poteva giungergli da qualsiasi direzione. Ebbene, nessuno di questi rapporti era omosessuale. Ora, è chiaro che agganciare l’Aids esclusivamente all’omosessualità è pericoloso e falsante; però fare addirittura il contrario, cioè distribuire un libretto sulla prevenzione dell’Aids in cui non ci sia una coppia omosessuale è ridicolo. Io sono trasecolato: poteva essere un’occasione di visibilità senza tante ipocrisie, invece è stata sprecata.

La cosa è tanto più grave in quanto da parte dei ragazzi c’è molta voglia di capire. Nel mio ultimo libro parlo dell’esperienza delle Gay-Straight Alliances, nate qualche anno fa negli Stati Uniti. E’ una cosa molto bella: gruppi di discussione spontanei formati da ragazzi gay e etero, e da ragazzi che non sanno ancora che cosa sono. Un’esperienza nata dal basso, grazie alla mobilitazione di alcuni giovani che cercano di lottare contro l’omofobia e i pregiudizi. In Italia non conosco esperienze analoghe. Certo la nostra scuola, grazie ai decreti delegati, potrebbe offrire molti strumenti agli studenti per elaborare una propria coscienza. Ma purtroppo le assemblee finiscono per essere una sorta di contentino, un puro contenitore che i ragazzi non sanno sfruttare.

- In "Perché non possiamo non dirci" ti soffermi sulla pratica dell’outing, o meglio del coming out. Puoi spiegare?

TG: L’espressione “coming out” indicava in origine l’uscita in società, il primo ballo. Negli ambienti omosessuali del primo Novecento la formula venne ironicamente presa a prestito per indicare la prima visita a un bar gay, cioè il “debutto” come omosessuale nella microsocietà clandestina degli omosessuali di allora. Con gli anni ’60, infine, il senso dell’espressione è nuovamente cambiato. Oggi il coming out è il dichiarare la propria omosessualità in contesti non protetti (cioè non gay), o comunque il cessare di nasconderla. L’outing è qualcosa di molto diverso: è rivelare l’omosessualità di qualcun altro.

- L’outing ha una connotazione negativa?

TG: E’ una forma di attivismo gay molto radicale, generalmente condannata, ma non sempre. Ne parlavo recentemente con un amico giurista secondo il quale è e rimarrà illegale. Io penso, come molti altri nel movimento gay, che possa essere una modalità legittima, una forma di disobbedienza civile, solamente nel caso in cui si intenda rivelare (sulla base di informazioni fondate) l’omosessualità di un personaggio, diciamo, attivamente omofobo. Non chi ha soltanto espresso opinioni ostili ai gay, ma chi per esempio ha proposto una legge palesemente omofoba.

- Il coming out è obbligatorio?

TG: Uno dei miei compagni di studio degli anni americani oggi è uno dei più affermati studiosi d’ambito gay-lesbico, ma i suoi genitori non sanno ancora che è gay. Intendiamoci, lo è in modo assolutamente visibile, quindi penso che l’abbiano capito, ma lui non gliel’ha mai detto.

Il fatto è che il coming out non avviene una volta per sempre. Lo si fa per tutta la vita: con ogni persona nuova che conosci, prima o poi dovrai decidere se “dirlo” (o comunque farlo capire) oppure no. E ogni volta è qualcosa di molto salutare, un importante momento di crescita, proprio perché calibra il rapporto tra te e l’altro: scegli di non piegarti all’altro, di non fingere davanti all’altro. Ma può anche accadere che il tuo silenzio nasca non dall’insicurezza, ma da un’estrema sicurezza, da una forza. E’ il motivo per cui non vai a dirlo alla vecchietta novantacinquenne che torna da Lourdes: questo è un silenzio che non ti sconferma nei tuoi valori, anzi! Però sottolineo che si tratta di contesti molto particolari. In generale se uno non vuole fare coming out è per una difficoltà di autorappresentazione pubblica, e anche, diciamolo, per una riluttanza (che mi sembra molto italiana) ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Insomma, in generale è paura, ed è una paura poco dignitosa, da superare. Meglio non stare tanto a chiedersi se farlo, e interrogarsi invece sul come farlo: si tratta sempre di un atto di comunicazione, anzi di un processo, e se qualcosa va storto è spesso perché non si è pensato abbastanza al contesto del dialogo e alle necessità di entrambi gli interlocutori.

- A scuola l’hai detto? Bisogna dirlo ai ragazzi?

TG: Io l’ho sempre detto, anche perché i ragazzini te lo chiedono: “Professò, lei è sposato?”. E’ una cosa naturale. Ora insegno a degli adulti, ed è più difficile che mi chiedano se sono sposato: però a un certo punto può capitarmi di dire: “Scusatemi del ritardo, ma il mio compagno non trovava posto per parcheggiare”. Punto. Per me è una sorta di dovere deontologico: sei un educatore e tutto quello che fai dev’essere calcolato in funzione di quello. Rendere visibile la propria omosessualità è molto educativo, in una società omofoba. Perciò lo faccio in modo deliberato e calcolato. Quando insegnavo ai ragazzi non lo facevo il primo giorno: anche se mi arrivavano domande sul mio status coniugale conservavo un’autocensura per qualche settimana o mese, finché non si era instaurato un rapporto. A quel punto però sapevano che ero il professor Giartosio, che interroga in un certo modo, a cui piace leggere un sacco di libri e raccontare la storia del Sudafrica, che fa una trasmissione alla radio e che poi è omosessuale, eccetera. Fare il coming out entro un contesto significa anche questo.

Devo dire che proprio nel mio primo anno di insegnamento ho avuto una bellissima lezione da due ragazzi testimoni di Geova che appunto non nascondevano questo loro credo. Sono stato stupito dal coraggio con cui si esponevano, per cui mi sono detto: ma se io nascondo la mia omosessualità sconfermo la scelta di questi ragazzi. Esporsi, manifestarsi, dirsi è fondamentale non solo perché passa il messaggio che non c’è niente da nascondere, ma anche perché, attraverso la tolleranza specifica nei confronti dell’omosessuale, si trasmette una lezione più generale di rispetto per l’altro e di coraggio di dirsi.

- Da quanto accennavi sul disagio dei giovani omosessuali emerge come una discrasia proprio sul piano del costume: da un lato c’è una crescente visibilità, in tv ci sono le sitcom con la famiglia omosessuale, dall’altro invece restano vicende di grande sofferenza.

TG: C’è un problema di autorappresentazione. Faccio una premessa. Uno dei tratti peculiari della cultura italiana è il fatto che l’individuo ha due dimensioni ben distinte: da una parte una sua vita del tutto indipendente dalla comunità, dall’altra un legame strettissimo con la comunità in cui si riflette e a cui si conforma. Per esempio, capita spesso che amici e famigliari di un gay o di una lesbica, dopo che lui o lei ha fatto coming out, per prima cosa ne parlino ai propri amici e familiari, semplicemente per capire se è una cosa di cui si possa parlare. In sostanza, la prima preoccupazione è: “Se io riconosco pubblicamente l’omosessualità di mio figlio o mia figlia, mi isolo dal mio mondo, perdo i contatti, sto facendo un passo fuori dalla norma, oppure è qualche cosa che comunque nella norma ci può rientrare?”. In realtà mancano, o sono insufficienti, quei meccanismi che articolano il rapporto tra l’Io e la dimensione pubblica, per esempio moltiplicando i contesti associativi o rendendoli più flessibili, “personali”, democratici, e, se necessario, orgogliosamente minoritari. Penso alla formazione di gruppi e movimenti tipica della cultura liberal-protestante. Il fenomeno ha forme che ci sembrano francamente ingenue -il fan club, il gruppo di auto-aiuto, quello dei gay appassionati di hockey, in America i Forensics (le gare di dibattito pubblico), ecc.- ma offre comunque la possibilità di sentire che si appartiene e di essere legittimati come membri, inizialmente di un gruppo piccolo, quindi di una costellazione di gruppi, e poi della società in generale.

Tutto questo in Italia non è ancora abbastanza presente. E il suo posto è preso dalla televisione. Ora, in un paese così attento alla televisione come il nostro, una maggiore visibilità e accettazione dei gay nei programmi tv è senz’altro un fatto positivo. Solo che la tv distribuisce a casaccio un immaginario caotico, in larga parte dettato da esigenze di audience: cioè restituisce agli individui le immagini delle loro speranze e delle loro paure, a tutti gli individui tutte le immagini di tutte le loro speranze e paure, e le legittima: le legittima tutte. Per questo nelle famiglie italiane le reazioni al coming out sono ancora più schizofreniche che altrove: ci sono genitori che riproducono o rielaborano protocolli da soap opera strappacore, altri hanno in mente le fiction blandamente riformiste o le sitcom “graffianti” o pensano l’omosessuale sul modello di Platinette. Perciò alcuni reagiscono al coming out dicendo: “Per fortuna, temevamo che ti drogassi!”, mentre altri respingono il figlio e non gli parlano più: sì, anche questo continua a succedere.

Aggiungerei che una questione come l’omosessualità è legata alla famiglia, non solo perché molto privata, ma anche perché legata alla riproduzione. Perciò nel comunicare questa notizia ai genitori entrano in gioco tutta una serie di fantasmi, in primis il ruolo femminile e maschile, e non in astratto, ma proprio in quanto ruoli riproduttivi. La difficoltà di parlare con i genitori sta appunto nel fatto che questi ultimi -ovviamente generalizzo e radicalizzo, ma il nocciolo è autentico- si sentono negati in quanto tali, in quanto madre e padre, perché vivono la cosa come se implicitamente tu gli stessi dicendo “Io non sarò come voi” in un senso molto radicale: non semplicemente “avrò una storia diversa”, ma “non apparterrò alla vostra razza”. C’è qualche cosa di molto oscuro e intricato in questi processi.

- Quanto è forte e diffusa oggi l’omofobia?

TG: In generale, il nostro interagire con gli altri si alimenta anche di stereotipi, categorie e gerarchie di potere. Sono forme profondamente radicate della nostra cultura e questa non è una presenza che si possa cancellare con un semplice atto di volontà. Io credo che dobbiamo riuscire a fare qualcosa di molto difficile: da una parte riconoscere la pervasività di questi pregiudizi, dall’altra non permetterle di paralizzarci.

L’omofobia è diffusa ovunque, così come l’atteggiamento di superiorità nei confronti di donne e neri. Per esempio, la tua domanda di poco fa sull’“accanimento” degli omosessuali “a volere il matrimonio quando non lo vuole più nessuno”, non l’avresti certamente rivolta a un membro di qualsiasi altro gruppo a cui venga negato o intralciato il matrimonio, per esempio una minoranza etnica indesiderata in un regime autoritario e nazionalista. Così come è molto difficile che qualcuno, rivolgendosi a una coppia Rom che ha lasciato il campo nomadi e vive in un appartamento, chieda: “Ma non avete paura di non essere più trasgressivi?” Ovviamente cito questi esempi solo per dare un esempio concreto della pervasività di cui parlavo. E ovviamente i discriminati, me compreso, non sono indenni da comportamenti discriminatori. Io mi accorgo continuamente di avere reazioni non libere di fronte alle persone: reazioni guidate dalla loro identità apparente. Succede. Noi continuiamo a dare del tu agli immigrati neri, soprattutto se non si tratta di attachés d’ambasciata ma di persone che lavorano ai banchi della frutta o che vendono accendini per strada. Ormai lo sappiamo tutti che non si tratta di rapporti di simpatia spontanea, ma di meccanismi che scattano quasi da soli e che devi continuamente tenere d’occhio, perché sono forme di razzismo.

Io credo che per inceppare dentro di sé questi meccanismi non si debba reprimerli ma tematizzarli, e magari ridicolizzarli. Certo devi essere una persona con una grande comunicativa umana, per riuscire a riderci sopra, ridere del pregiudizio e di te stesso con la persona che hai appena offeso. In ogni caso, una volta che si è riconosciuto l’errore e ci si è ripromessi di non cascarci di nuovo, è meglio non indulgere ai languori del senso di colpa. L’omofobia, come tutti gli atteggiamenti discriminatori, è un malfunzionamento che va corretto con l’educazione e la riflessione.

- C'è una paura specificamente maschile nei confronti dei gay?

TG: Anche qui, una premessa. Noi viviamo in un mondo in cui la polarizzazione fra omosessuali e eterosessuali è molto forte, ma per secoli non è stato così: fino all'800 c'era una situazione di maggiore promiscuità, e tantissimi uomini sposati o impegnati con donne avevano rapporti omosessuali occasionali. Oggi questo è meno comune e meno accettato, ma continua ad accadere. La paura e il senso di estraneità convivono con una certa dose di curiosità, di coinvolgimento. Restano in gioco dinamiche antiche. E' come quando da adolescenti nelle palestre un qualsiasi maschietto (non solo il futuro gay) si spogliava chiedendosi con una leggera ansia se qualcuno lo stesse guardando, se qualcuno pensava che lui lo stesse guardando, e così via: tutto un gioco per far fare agli altri il primo passo in avanti. Un gioco di ruoli e di riflessi. L'omosessuale può anche essere una presenza riposante e rassicurante perché ha fatto quel famoso passo avanti per primo, e perché permette all'eterosessuale di vivere la propria omosessualità: molti uomini raccontano le proprie esperienze omosessuali solo all'amico gay. Il quale può sembrargli non virile ma anche, per altri versi, ipervirile, se gli attribuiscono una promiscuità, un giocoso dongiovannismo sentito come molto maschile. E ci sono anche forme di misoginia che possono avvicinare maschi gay e maschi etero. Insomma è tutto molto complicato, in parte reale in parte immaginario, in parte limpido in parte morboso, in parte paritario in parte gerarchizzante, in parte detto in parte non detto.

Perciò quando penso alla lotta per i diritti dei gay mi dico che il senso di una netta contrapposizione omo/etero, e dunque della necessità di un fronte di militanza gay, è stato ed è uno strumento prezioso per combattere la piaga dell'omofobia (che è davvero una piaga: basta pensare ai suicidi degli adolescenti); eppure vorrei salvare anche degli spazi di sdrammatizzazione e di complicità, perché occorre tutelare anche il senso della complessità delle nostre affiliazioni sessuali. E parlo di “affiliazioni” proprio perché c'è una strana, profonda “familiarità” e “filialità” tra etero e gay.

- Cosa pensi dei Gay Pride? Dall'immagine che esce dai media in queste manifestazioni rischia di prevalere l'aspetto folkloristico anziché quello della rivendicazione di uno statuto di “normalità”, pur nella differenza…

TG: Prima di tutto vorrei dire che il Pride serve soprattutto agli omosessuali: è un momento di riconoscimento, di conta, e di orgoglio appunto, perché il senso di inferiorità è sempre in agguato. Dunque orgoglio non per la propria sessualità in sé, ma per il coraggio di mostrarla e rivendicarne i diritti, pagandone il prezzo.

Per quanto riguarda il carattere folkloristico del Pride, bisogna intendersi: se vai a visitare la Sardegna e vedi i costumi folkloristici, ebbene non sono quelli che la gente mette tutti i giorni, e però al tempo stesso sono profondamente loro. Certe forme di comportamento liberatorio, colorato, irriverente fanno parte della cultura omosessuale (e questo è il motivo per cui, per esempio, sarebbe impensabile fare un Pride senza i transessuali). Infatti io non parlerei di una rivendicazione di normalità, ma di parità. E se chiedi che venga riconosciuta una parità di diritti (e anche un valore sociale) a una forma di differenza sessuale, non puoi metterti a fare dei distinguo: quelli in giacca e cravatta sì, gli altri no.

Infine, la commistione tra politica e carnevale in Italia fa paura tout court. Per esempio, nei grandi paesi occidentali qualsiasi manifestazione politica ospita un certo numero di facce dipinte con slogan; da noi è molto più raro vederne, e accade perlopiù quando si mobilitano i gruppi extraparlamentari.

- Quanto è contato per te vivere negli Stati Uniti, anche rispetto al tuo coming out?

TG: Stranamente direi che gli Stati Uniti mi sono serviti per farmi assorbire dei valori politici e l'importanza di un certo associazionismo (ne parlavamo prima), più che per la questione dell'omosessualità. Del resto sono questioni collegate l'una all'altra. Pensa solo al fatto di trovarsi nel campus universitario di Berkeley, con persone che avevano le storie più diverse e incredibili, ma ciascuno sentiva di avere una personalità propria, dotata di valore, una storia da raccontare… Ovviamente Berkeley rappresenta un particolarissimo cocktail di individualismo americano e comunitarismo di sinistra, però quell'angolino particolarmente felice degli Stati Uniti mi ha dato moltissimo sotto molti punti di vista. Devo aggiungere che l'attivismo alla californiana ha trovato un inatteso terreno fertile nella mia cultura familiare, che è liberale, fortemente anglofila, e militare -sì, anche quest'ultimo aspetto paradossalmente mi ha aiutato: perché fin dall'inizio del mio impegno se qualcuno sparava a zero in televisione contro gli omosessuali, per me era naturale scrivere un articolo contro di lui. Ho acquisito questo spirito battagliero -corretto e battagliero al tempo stesso- e mi è servito. Gli Stati Uniti sono stati determinanti per la possibilità di leggere due o tre libri importanti su vari aspetti dell'omosessualità. Forse lì per lì non ho apprezzato quelle letture, ma poi mi sono tornate utili. In America, come è noto (ma lo è?), tutte le principali università hanno dipartimenti di studi gay-lesbici, grandi, ben finanziati, come pure di studi afro-americani, chicanos, asiatico-americani... E realtà simili esistono in molti tra i maggiori paesi europei. Inutile dire che in Italia tutto questo è quasi assente. L'idea che le identità, le cosiddette identità, abbiano degli spazi tutti loro, viene considerata un eccesso di political correctness. Si tratta di una banalità liquidatoria tipica di un paese ancora poco sensibile al multiculturalismo. Anche restando sul tema specifico dell'omosessualità, nel nostro paese non ci rendiamo conto di quanto gli altri paesi siano più avanzati, sia dal punto di vista giuridico che da quello culturale. C'è molto lavoro da fare. Ed è chiaro che gay e lesbiche non possono farlo da soli.

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Una correzione. Quando scrivo: "certe forme di comportamento liberatorio, colorato, irriverente fanno parte della cultura omosessuale (e questo è il motivo per cui, per esempio, sarebbe impensabile fare un Pride senza i transessuali)", la fretta mi fa dire una stronzata. Ovviamente non sono i transessuali in sè a essere colorati e irriverenti, bensì un certo modo di (s)vestirsi in occasione del Gay Pride, un modo praticato da transessuali come da gay, o lesbiche, o simpatizzanti, o barboncini.
 
I vostri commenti
Il commento di Patrizia 19 dicembre 2005


Bella intervista, piena di tantissimi argomenti interessanti, grazie di averla messa a disposizione sul tuo blog. Direi che personalmente trovo importante ribadire la valenza simbolica del “matrimonio” aperto agli omosessuali, ancora più importante della parità di diritti legali di natura pratica. Anche il discorso sulle adozioni lo trovo molto pertinente, così come il paragone con le unioni miste degli anni ’60. Approfitto per ringraziarti di avermi fatto scoprire i blog di Fantastici Quattro e Azioneparallela! Salutoni. Patrizia


 
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