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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
"Quaitùno" (prima parte) 6 febbraio 2006


Ecco il racconto di cui vi ho parlato il 20 ottobre 2005. Lo divido in due tronconi. La seconda e ultima parte apparirà domani. (Lo stemma è quello di Segni, dove il racconto è stato iniziato e ambientato: ma non solo per questo l'immagine si accompagna bene alla storia.)

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Quaitùno






Il dono più bello della vita è nel suo nascondiglio
Nasce con l’emblema dal nonno al padre al figlio

Tommaso Canali



Segnino no, non posso dire di esserlo. Mio padre ci ha portati a Roma quando ero piccolo, all’inizio degli anni settanta. A quell’epoca emigravano in tanti. Lui poteva sembrare uno di quelli che restano, ma poi ha deciso all’improvviso e in pochi giorni eravamo in un alloggio di Centocelle. Da ragazzo pensavo che a farlo partire fosse stata la voglia di fargliela vedere ai colleferrini che incontrava ogni mattina in stazione, così fieri di essere più vicini alla capitale. Portavano in faccia il disegno del cuscino come una cicatrice di guerra. E mio padre che li ha scavalcati, anche a via dei Gerani continuava a svegliarsi prima dell’alba per farsi il primo caffé da solo. Quella tazzina che è la migliore, diceva, una tenera piccola gomitata nello sterno, uno scherzo alle spalle della moglie e della notte. Segnino fino alle ossa, era.
Mentre facevo colazione con gli ultimi Nesquik dei quattordici anni contavo le sue cicche già compresse nel posacenere, come in quel momento il suo corpo tra i corpi della metro. L’avrei picchiato, se l’avessi creduto più forte. Mi sentivo diverso da lui: io non subivo Roma, anzi non subivo nulla. Anche del paese non ricordavo più niente se non un senso di sperdimento che forse era solo l’infanzia. Dall’infanzia mi sarei allontanato ogni giorno di più, fino alla fine, crescendo e viaggiando di notte dentro Roma che non finiva mai. Non avevo paura del buio.
Invece ci sono tornato, a Segni e a quella paura. Una paura tale, che non sarei in grado di raccontarla, se non avesse dentro proprio le parole di un segreto. Un nome sciolto come zucchero nel caffè nero.

Quando noi figli abbiamo tutti avuto la laurea e il lavoro sicuro (io come tecnico informatico) mio padre, sentendosi più libero, si è intasato. L’abbiamo fatto scoperchiare e non è da credere la cloaca massima che si era fatto crescere dentro, alba dopo alba, anno dopo anno. Avrebbe potuto esplodere o afflosciarsi, o semplicemente dilungarsi in chemio e radio. Per praticità e per non dover mai chiedere, è morto.
Proprio allora la casa di Segni era sfitta da qualche settimana, e la vicina che se ne occupava non aveva più segnalato nuovi inquilini. A mia madre ho detto che ci sarei andato io: volevo vivere da solo, e anche provare la vita del pendolare. Lei ha inteso che volessi provare la vita di papà. Ma non era vero neanche questo: volevo riprovare la mia, di vita, la prima delle mie vite, quella che finisce ogni volta che un bambino cambia casa... Mamma però non poteva capirlo, lei è una che preferisce lasciarsi le cose alle spalle e proprio allora lo stava facendo con mio padre: tirata come una tenda, ma svelta come a tagliare stoffa.

I ricordi lontani sono specchietti retrovisori: basta incontrarne uno più forte per farti saltare via il tuo. Di Segni mio padre mi aveva raccontato così tanto che la sua memoria aveva preso il posto della mia. Ma era solo una memoria di parole. Quando eri sul posto ti accorgevi che non valeva. E tolta quella, mi tornava indietro poco: gli angoli aguzzi delle vie, il buio nella cappella di San Bruno, la nebbia. Nient’altro. Ogni mattina Termini mi accoglieva come la vera soglia di casa.
D’altra parte era impossibile ripensarmi a vivere con mamma. Con un padre si può perdere, con una madre non si riesce nemmeno a vincere.
L’appartamento di via della Giudea era stato piccolo per noi, ma per me solo era grande: due stanze, salottino, bagno, cucina. Tranne per pochi mobili era nudo come la strada fuori dalle due finestre, e dello stesso colore. Grazie alla vicina, vent’anni di inquilini non l’avevano danneggiato troppo. Certo aveva smarrito qualsiasi carattere personale: non mi ricordava l’infanzia, né la mia né quella di chiunque altro. E poi francamente iniziavo a stancarmi di questa marchetta del ricordare. Di sera scendevo fuori le mura, al sentiero che corona il pendio, dove anche con poca luna si trovava qualche ragazzo da cui ricomprare del fumo non cattivo. Di lì seguivo con gli occhi soste e traiettorie della pubblica illuminazione lungo i gioghi neri attorno a Gavignano, e provavo a calcolare quanta pazienza mi restasse per Segni. Tornando a casa mi succedeva ancora di perdermi: fosse la nebbia, o il fumo, o il contagio dello spirito eccentrico della contrada in cui vivevo, Santo Stefano, che i segnini dicevano “Sa’ Stefano” come per stringerle il guinzaglio.
Per tutte queste ragioni o distrazioni non feci subito caso alle stranezze. I file che mi scomparivano dal disco rigido, cosa normale in un informatico (che esige l’ordine perché, di suo, tende al caos), ma ora un po’ troppo frequente. Le chiavi di casa prese prima di uscire e poi introvabili, e poi ricomparse in tasca non appena ero rientrato con il mazzo di riserva. Rumori: non i classici colpi sui muri, ma un fruscio di spazzole che si diluiva in una specie di piccolissima risata ansiosa, finché non accendevo la luce.
Non avevo paura. Le stranezze sono strane e basta. E poi una cittadina con due millenni e mezzo di storia, e di storie, aveva ben diritto a contenere un certo numero di episodi “inspiegabili”, cioè inspiegati. Ma due fatti ruppero l’argine.

Una sera tornavo dai bastioni. Non avevo fumato ma solo bevuto un goccetto, perché sapevo che da molte ore la nebbia batteva le viuzze di Sa’ Stefano, lenta e fradicia come una mandria di bufale. E sentivo davvero un suono di zoccoli alle mie spalle. Chi poteva essere? Un cavallo o un pony (nella zona molti ne tenevano, seguendo tradizione antiche); una mucca (ne avevo viste pascolare fuori le mura in qualche costone rubato all’ombra); o anche qualcosa di meno pulito, un maiale, un caprone.
Rallentai. Il mio amico fece altrettanto. Provai ad affrettarmi. Il rumore mi seguiva. Mi misi a correre e per qualche minuto non sentii più né il gelo né lui. Ma alla prima sosta era di nuovo alle mie spalle, lento, stupido come un animale.
Intanto ero arrivato davanti alla mia porta. Bene, l’avrei aspettato lì. Sentii i passi ferrati picchiare le pietre unite della via. Lontani, poi più vicini. Poi a pochi passi da me, dove la nebbia ancora me li nascondeva. E poi – esattamente davanti a me, dove neanche la notte avrebbe potuto nascondermela, la bestia.
Invece tra il mio corpo e il muro opposto passava solo il fronte di nebbia con le sue volute caracollanti. Rallentò, sentii un ridistribuirsi di masse come se una creatura di vapore si voltasse a guardarmi, allargasse le froge, puntasse uno zoccolo. E non c’era nulla. Faceva, questo sì, molto freddo.
I passi ripresero, si allontanarono.
Mi voltai e salii per le scale di casa. Paura? Morivo di paura; ma contro, sentivo ergersi la furia di vedere, sapere, né più né meno di un ragazzino escluso dalla cena dei grandi. Giunto al mio pianerottolo sentii di nuovo quei passi. Schiavai la porta in fretta. Corsi alla finestra. Affacciandomi finalmente respirai (e fu una bella boccata di quella bruma gelida e quasi saporita): dritto sotto di me c’era un somaro, soltanto un somaro, grosso e grigio. Si era arrestato alla mia porta. Inarcò il collo verso di me. Alzò il muso.
Al posto degli occhi aveva due buchi, due grotte bagnate di qualcosa di nero. Puntò i denti, e il raglio era un urlo da sgarrettato che mi ributtò indietro nella stanza; dietro di me entrò larga e piatta una lingua di nebbia.
Il secondo fatto fu la mattina dopo. Mi svegliai nel sole. Ero ancora vestito, il pensiero della sera prima mi restava dentro, finché non mi dissi: calma. L’eco di un calpestio che slitta nella strada accanto, può capitare; un asino cieco che si perde di notte per le vie, può capitare. Niente di soprannaturale. Proprio allora mi piegò in due un pugno allo stomaco, non di quelli del cinema: vero e fortissimo. Dopo qualche minuto riuscii a tirarmi di nuovo in piedi ma non chiamai la guardia medica, perché quel pugno piccolo e appuntito io non l’avevo solo sentito. L’avevo visto: nell’aria, fino al gomito.
E insieme, nell’aria, un grido, una frase assurda.

Mentre uscivo (e vi assicuro che avevo già in testa il ritorno a Centocelle) mi fermò la vicina: aveva sentito rumore.
− Me la rovini, casa tua? Entra, va’.
Maria non aveva perso il “tu” ciociaro indifferenziato. Era una donna tutto sommato magra, però invecchiata, con i capelli raccolti in una coda di cavallo da ragazzina. Ora aveva addosso la sua solita tuta, involontariamente tornata di moda. Ormai avevo capito che viveva solo di una pensione di disabilità (da giovane aveva avuto una malattia biliare che le dava ancora delle recidive), integrata da qualche soldo che le aveva passato mio padre (e ora mia madre) per occuparsi del nostro appartamento.
Nel suo, l’aria di chiuso era soffocante. Mi mise davanti un bicchiere di rosso e tolse il sonoro alla tv. Cinque minuti dopo le avevo raccontato con finto distacco quello che mi era successo. Non pensavo di farlo, ma certe persone fanno parlare e sanno ascoltare: perché sono un po’ vuote, pensai.
Alla fine però Maria piombò sulla sedia: − Colpa mia.
− Non è stata mica lei, Maria.
Mi guardò con una specie di tenerezza: − Che capisci! Invece: cosa diceva il grido?
− Era stridulo... Va bene. Diceva così: Chicazzoso’? – Erano state davvero queste le parole, come allo schiaffo del soldato. Un dettaglio così poco horror, così puerile, da convincermi che era stato tutto vero: anche il braccio che sfumava nel nulla.
Ora si versò anche lei del vino, giusto da bagnarsi le labbra. Era rossa in faccia. − Senti. Le sai le nnòmmora?
Be’, sì. Erano una tradizione segnina: soprannomi usati in tutte le occasioni come veri e propri nomi. Un tempo ogni segnino aveva la sua nnòmmora. Io appartenevo alla prima generazione che ne era priva. Ne avevo sentita menzionare qualcuna, quando mia madre accennava alle amiche rimaste al paese: una si chiamava Cìcia, un’altra era La Vòlepe (la volpe), un’altra ancora Santanna, figlia (almeno ufficialmente) di un oste detto Recchione; e così via. Ma papà non amava parlarne.
− Da ragazza le sapevo tutte. Oggi me ne sto in casa a vedere Amici, che tanto non le usa più nessuno... − Si alzò in piedi. Aveva cambiato idea. − E anche se ti spiego cosa ti è successo, non mi credi mica.
Provai a insistere, ma non voleva saperne di continuare. O recitava molto bene, oppure davvero mi avrebbe mandato via senza dirmi niente.
− Allora torno a Roma. E... dovremo vendere.
Mentre lo dicevo mi accorsi che era vero. Ma funzionò. Mi tirò di nuovo dentro, ed eravamo seduti come prima, con il vino e tutto.
− Senti. E’ semplice. Tra quelli di una volta dev’esserci quaitùno, qualcuno, che non ha mai avuto una nnòmmora e intanto è morto, ma finché non gliene danno una non muore. Perciò vuole sapere chi è, chi cazzo è. Una volta parlavamo più schietto noi segnini. − Portava occhiali a culo di bottiglia; in fondo le brillavano le pupille.
Decisi di stare al gioco. − E da solo non se la può dare?
− Ma quando mai! Assolutamente no. La nnòmmora te la danno gli altri.
− E perché la vuole da me?
− E che ne so! Proprio tu che a Segni ci stai come a prestito!
− Forse si fida della mia famiglia. Conosceva mio padre. O mia madre.
Con quella sua aria di chi si fa capire a braccio, Maria sapeva usare le parole come uncinetti. Raccontava balle, ma l’alternativa era l’asino cieco, il pugno fantasma. Meglio le sue balle, che almeno filavano.
− Non ci credi? Non devi mica crederci.
− No, ci credo, ci credo...
Così lasciai che continuasse a spiegarmi la sua teoria. Quaitùno era incazzato, anche pericoloso, perché si sentiva disperato “e soprattutto molto, molto solo”. Doveva essere morto all’epoca in cui si usavano ancora le nnòmmora per tutti − ma lui non ne aveva mai ricevuta una. Forse la sua era stata una morte prematura. Di sciagure collettive ce n’erano state tante, l’esplosione alla Snia nel ’38, il bombardamento del ’44, l’encefalite del dopoguerra, la silicosi. E poi tutte le morti spicciole.
− Forse un bambino, Maria?
− Quelli sono peggio. Non sanno il bene e il male. Se era un bambino, ti dava fuoco al letto... No, è un adulto.
E allora sentii all’improvviso che ci credevo. Sì, ci credevo. Volevo crederci. Volevo tenermi la casa di mio padre. E volevo capire chi era quel quaitùno.
Maria si passò le mani sul grembiale. − Se ti serve aiuto, dottore, me lo devi chiedere.

Quella sera mi preparò un cenetta coi fiocchi. E poi, invece di cavalcare una scopa e evocare i demoni dell’inferno, più prosaicamente mi accompagnò all’anagrafe.
Trovammo una porta sul retro aperta e tutte le luci accese. Maria ammiccava soddisfatta. Doveva essere una maga, pensai − in effetti una vaga memoria di qualcosa di simile mi batteva contro le finestre della mente − oppure aveva solo qualche vecchio amico al Comune.
Non conoscevo precisamente le sue intenzioni. Si diresse verso un vecchio scaffale di noce: – Questi sono i registri delle nascite. − Aveva portato un giornale, lo aprì e ci calò sopra una pila di volumi. − Cerchiamo di non sporcare. Tu mi dici i nomi, io ti dico la nnòmmora. Finché non troviamo quaitùno che non ce l’ha.
– Ma saranno migliaia!
– Cinquanta, cento all’anno. Poi dipende da quanto andiamo indietro. Prima della guerra è inutile andare.
− Perché?
− Quelli sono morti davvero. Tutt’al più ti soffiano in faccia.
Era tutto sempre più assurdo, ma tanto per metterla alla prova aprii un registro a caso: – Ferrazza Eugenio.
Disse subito: – Cammerino.
Un altro: – Vittori Ettore.
– Lèttrica.
– De Paolis Mario.
– Gnetta...

Insomma, era vero: li conosceva uno per uno, vivi e morti. Di alcuni mi chiedeva l’indirizzo o la data di nascita, prima di dire la nnòmmora. Molto più spesso era lei a aggiungere qualcosa, soprattutto spiegazioni sull’origine del nomignolo – che poi le restavano in gola mentre per far presto si costringeva a chiedermi il prossimo nome. Eppure era una pensionata, una casalinga, sempre tra le sue quattro murar, senza vedere nessuno.
− Ma da ragazza conoscevo tutti, no?
E vedendo che non capivo:
− Per via di mia sorella. Sveglia, dottore!
Ecco il ricordo che mi sfuggiva! Non Maria, ma sua sòre Crocifissa, di qualche anno più giovane, era stata la consultatissima strega di Segni: mio padre l’aveva conosciuta bene e anch’io la ricordavo, ma come un’ombra. Abitavano in una specie di capanna sul Pianillo, lontano dalle case del paese. Io non c’ero mai stato ma sapevo di un viavai di paesani che andavano a trovarla. Lì Maria poteva ascoltare le loro richieste e confessioni, e poi i racconti di sua sorella (e con essi, ovviamente, qualche nozione di magia). Così era diventata un archivio vivente. Per Segni, pensai, Maria era più importante della ben più famosa sorella strèa; era una di quelle persone appartate che, proprio perché nessuno le nota, tutto vedono e tutto ricordano.
La sua litania, intanto, mi calmava. Avevo un gran bisogno di tranquillizzarmi e poca voglia di ritrovarmi solo in casa. Passammo in rassegna centinaia di schede, calandoci giù nel tempo come in una caverna – i nati degli anni ottanta, settanta, sessanta... Ma tolto qualcuno dei più giovani, ancora vivi, una nnòmmora ce l’avevano tutti.

Era già buio quando capii che qualcosa non andava, qualcosa di serio. Qualcosa che Maria mi stava nascondendo. Mi fermai di colpo, chiusi il registro (ma con un dito tenevo il segno).
− Lei se le ricorda tutti, questi soprannomi. Tutti. E senza mai un dubbio! Com’è possibile che non sappia chi è che non ce l’ha?
Si tolse gli occhiali e vidi che ora gli occhi le affondavano tra le rughe.
− Non mi viene in mente.
Si stropicciò le palpebre.
− E poi, anche se mi veniva in mente... Tu devi capire, dottore, caro dottore...
Mi fissò di nuovo.
− ...quanto sono importanti le nnòmmora. Ci dicono chi siamo. Ci danno la patente di segnini. Senza, siamo fuori: fuori da tutto. − Pensai al Pianillo. Maria proseguiva:
– Bisogna ascoltarle due tremila volte per capire come funzionano. Il segreto per cui ognuna sta così bene a chi la porta. Ricordati che quando troviamo... – accennò fuori dalla finestra, come se fossimo spiati da quaitùno – tu dovrai trovare una nnòmmora. Non te la può suggerire. A rigore non può neppure chiedertela, se stamattina l’ha fatto vuol dire che non ce la faceva proprio più...
− Neanche chiedermela? Perché?
− Non lo so. Dev’essere lo stesso motivo per cui i bambini vengono battezzati prima che imparino a parlare. Ma il fatto è questo: per inventargliela, non ti basta sapere il suo nome o il suo mestiere. Ti ci vuole orecchio, dottore, ti ci vuole palestra. Tu non sei più segnino, da molto tempo: e devi riesserlo. Almeno un poco.
− Quindi anche se, dico per dire, sapessimo già chi è quaitùno, questo esercizio che stiamo facendo mi sarebbe comunque necessario...
− Vedi che capisci? Ora andiamo.
− Non l’abbiamo trovato.
− Non ci posso. Riproviamo domani.
Per via c’erano solo i cani. E la nebbia, ma di quella non avevo paura: era un cuscino tra i miei passi e il portone di casa. Maria sembrava già agitata.
− Sai perché i morti non si vedono?
− Forse perché sono morti, Maria?
− Proprio tu ci scherzi sopra? Be’, tanto meglio.
− Allora?
− Perché sono timidi. Riservati. Quando si decidono a farsi avanti, l’hai visto anche tu: prima fanno un po’ di rumore, per vedere che succede; poi rubano qualcosa. Come degli animaletti. Poi, vengono proprio in forma di animale. Ne scelgono uno a cui somigliano.
− L’asino.
− L’umiliazione. Chi non aveva una nnòmmora era come se non ci fosse... Poi fanno vedere una parte del corpo: il braccio. Ma la prossima volta, se ce ne sarà una, tu lei la vedrai per intero.
– “Lei”? E’ una donna?
Sorrise. – Quell’anima, dico.
− E si lascerà addomesticare?
− No. Sarà incazzata nera perché l’hai obbligata, perché deve mostrarsi tutta a uno che non ha ancora niente per lei. Sarà cattiva.
Eravamo quasi arrivati. Mi voltai verso Maria − da lontano potevamo sembrare due innamorati, tant’ero vicino. − Mi dica cosa devo fare.
− E che ne so? Tu prova a ripetere qualche nnòmmora, falle capire che ci stai lavorando. Forse da quell’orecchio ci sente.
– Perché fa tutto questo, Maria?
– Tu non ti ricordi molto, ma di questo non te ne puoi proprio ricordare. Tuo padre è sempre stato gentile con noi. Pieno di attenzioni. – Dopo una pausa aggiunse, esitando, ma con un tono che non lasciava spazio a dubbi: – Soprattutto con la strèa.
 
I vostri commenti
Il commento di nheit 7 febbraio 2006


Ora va bene.È bello il Racconto.gnognragno non avere fretta e aspetta domani per la seconda parte, chè fantasticare sul finale può fare bene soltanto.Io l'ho letto due volte ed è quasi ora di tornare al lavoro di martedi.gnognragno anche tu pensi che alla fine ...sss


 
Il commento di gnognragno 6 febbraio 2006


la fine del mondo, o il paese delle meraviglie? perché non ci metti subbito il seguito, o porco di un sadico bengalese??? dovrò stare le notti a scivolarmi le diverse conclusioni, anche se in fondo un sospetto ce l'ho.... bravo Tom, quando scrivi come si scuote la seta


 
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