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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
"Quaitùno" (seconda e ultima parte) 7 febbraio 2006


Grazie per gli apprezzamenti positivi... Eccovi la seconda parte del racconto. La prima l'ho pubblicata sul blog ieri.


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Ecco come stavano le cose, dunque. Papà era stato l’amante della strega. Tanto meglio: sola com’era, almeno aveva avuto accanto qualcuno. Doveva essere stata dura lo stesso, per lei e anche per Maria.
Quanto a mio padre, non ero stupito. Strano casomai che l’avesse lasciata − io non l’avrei fatto. Doveva averglielo chiesto mia madre. Ma perché addirittura trasferirsi di furia a Roma? Credevano davvero alle streghe, i miei genitori?
Era strano anche porsi queste domande, domande figlie della luce solare, della razionalità, della tranquilla conversazione con una mia conoscente (quasi amica, ormai, ma non proprio un’amica): strano porsele quando la notte prima ero stato sul punto di partire anch’io per la capitale, e ora rientravo in casa sobbalzando a ogni minimo rumore. Maria mi salutò sulla porta del suo alloggio a piano terra. Io salii le scale, girai la chiave nella toppa, entrai piano e mi aggirai per le stanze. Aspettavo un mostro, quasi ci speravo − l’appuntamento con lo zombi, e via, fatta! Invece non accadde niente. Andai a letto e mi addormentai di botto.
Il fruscìo si fece strada dentro il mio sonno a poco a poco. Quando aprii gli occhi, la donna era già lì, contro la parete opposta alla mia. Mi voltava le spalle in un abito marroncino d’altri tempi. Lungo la schiena le scendevano chiome lunghe, di un bianco che mi urtava gli occhi.
Mi drizzai sul letto. Stava frugando nel cassetto del canterano, aperto a mandibola, e balbettava come i bebé quando danno la caccia alle parole. A giudicare dalla nuvola che le tremava attorno nell’aria buia, aveva trovato il mio talco.
Si accorse subito che ero sveglio. Senza che lei si voltasse, le braccia si ripiegarono all’indietro, e crescendo come le piante di un filmato fast–forward ma attraverso snodi e slogature impossibili mi si lanciarono addosso. La sinistra, che mi risaliva veloce il fianco sinistro, mi strinse la gola: era una mano fredda e spiccia. La destra arrivò al mio viso. In effetti era piena di talco. Me lo cacciò in gola.
Quaitùno non mi guardava e non aveva interrotto il suo borbottio. Le braccia rovesciate indietro traversavano la stanza per tutta la sua lunghezza, vibrando come cavi tesi. Io mi sentivo soffocare. Soffocavo due volte: per la pasta polverosa in gola, e per le dita strette alla laringe. Non sarei durato a lungo.
Avevo ancora l’uso delle mani. Avevo cercato di non pensarci, per la ripugnanza di toccare quei polsi rigidi. Li afferrai, erano umidi, ma forti come ceppi: potevo solo staccarmeli di dosso di uno o due millimetri. Lo feci e riuscii a sussurrare: – Lèttrica. – Ci fu un cambiamento. Vidi la nuca, al capo opposto della stanza, drizzarsi come quella di un bracco. Ne approfittai per continuare: – Barzabbù. – Le sue mani si staccarono. Dovevo insistere. – Caribbardi, Sciabboletta, Cadorna, Ras−Alula, La Lollo... La Maschietta, Jo Stregone, Jo Matto, J’Abbrèo... Grillo, Noci, Pepe, Refe, Purbo, Ronzo, Sgogo, Cruma... Chiappasùrici, Cazzosanto, Mammacciccia, Musciommani, Merdasecca... La Mbémbé, La Cecala, La Nebbia, La Nave, La Nerchia... –
D’un tratto lei frullò indietro le braccia come un metro avvolgibile. Piombò a terra, accovacciata tra i capelli che la coprirono veloci formando un bozzolo bianco. Restò un attimo in equilibrio e poi, con una specie di entusiasmo agonistico, mi si catapultò in faccia. Fu come una secchiata d’acqua ghiacciata: in effetti al risveglio il letto era zuppo.

L’indomani proposi a Maria di pranzare insieme, e di parlare. (Non volevo tornare nel suo soggiorno: non ci si respirava.) Dalla scena della notte prima mi era rimasto in corpo qualche spasmo nervoso. Ma ora almeno non avevo più a che fare con animali o arti fantasma. Quella vecchia maliarda ancora avida di prodotti di bellezza poteva essere stata un altro travestimento, una recita: però almeno io avevo visto qualcuno, quaitùno.
Avevo trovato un ristorante di via Traiana dove ci portava papà da piccoli. Maria mi aveva detto che ormai non usciva quasi più, e perché poi doveva mangiare roba cucinata da un altro; ma offrivo io, e si vedeva che era contenta. Senza rinunciare alla sua tuta si era tirata sulle spalle una giacca di pelo di coniglio. Mangiava piano. Quanti anni poteva avere? Forse settanta. Di certo non era la nonnina delle pubblicità.
Le raccontai dell’apparizione. − Vedi che è proprio come avevi detto, una donna. Normale, − disse.
− Perché?
Lo scalpiccio di casalinghe sembrava meccanico, visto attraverso il vetro che non faceva sentire il pungere del freddo. − Tu sei cittadino. Ma nei paesi, non avere nome è peggio per una donna: peggio e anche più comune. Un uomo può alzare la voce. O rompere le regole. Oppure andarsene. Voi di queste cose non ve ne accorgete.
Naturalmente pensai subito a Crocifissa. Ero curioso. Aveva sofferto per la sua fama di strèa?
− Per forza. La regola, capisci, era che una strèa poteva entrare in paese solo quando la chiamavano, e in tante case e botteghe non la volevano, di giorno. Ma di sera, la strèa di qua, la strèa di là. Quelle come lei fanno sempre comodo. − Mangiò un boccone di stufato. − Magari anch’io l’avevo viziata. In più, era bella. Una bella ragazza, mia sorella. Perciò gli unguenti, e i filtri, e i massaggi... E poi, anche altre cose...
− Non si poteva tanto scegliere.
− Bravo. Ma tuo padre, non so se hai capito, se ne era proprio innamorato...
– Sì. L’avevo capito. E’ per questo che lei è finita a piano terra da noi, Maria?
− Sai come fu? Chi voleva ci veniva a trovare, e stai certo che non erano pochi. Ma un giorno capitò da noi tuo padre. Ricordo che ero sola e gli aprii e lui restò stupito: non gli avevano detto che ci fosse una sorella. Poi arrivò lei. Lo fece sedere... E lui cominciò a venire più spesso... Con gli altri io restavo a ascoltare, anche di nascosto, o se capitava prendevo un messaggio, ma se veniva tuo padre me ne andavo in fretta appena lo sentivamo fischiettare fuori San Pietro, così lo incrociavo sul sentiero. Certe volte si fermava un momento: mi portava pane e pomodori, oppure una gonna, un golfino. Mi sembrava quasi di aver trovato un amico, va’. E alla vostra partenza mi chiese di prendere le due stanze a piano terra e tenere d’occhio la casa.
− Da sola? Crocifissa neanche allora ha potuto trasferirsi in paese?
− Dormi di nuovo? Era morta. Per questo siete partiti.

Non saprò mai tutto di quell’amore, di quella morte e di quella partenza. O forse non ne saprò nulla. E certamente ora so di sapere pochissimo del matrimonio tra i miei genitori. Forse dormivo davvero, da piccolo. Un bambino sa quando chiudere gli occhi.
Maria disse poco della malattia di Crocifissa. Era sempre stata fragile. Probabilmente fu vittima di una febbre tifoide. Alcuni in paese dicevano che fosse indebolita da una gravidanza, ma questo era falso, del tutto falso. Era vero, invece, che nessuno in paese si occupò di farla curare: o comunque non sul serio. Morì che aveva ventisette anni.
Subito dopo, lui ci portò via. Perché? Posso immaginare che non sia riuscito a staccarsi dal paese finché lei era viva; oppure, al contrario, che solo alla sua morte abbia scoperto di non avere più nulla a che fare con quel luogo. Certamente lei era molto bella, e molto desiderabile − molto. E probabilmente lui legava comunque il loro amore illecito a quella brutta fine, e si sentiva in colpa, almeno per non averla salvata. Se fosse davvero colpevole non lo so.
Quanto a mia madre, di certo l’aveva incoraggiato ad allontanarsi da quella colpa. Ho già detto che era una donna pratica? E lo amava, e lo proteggeva, e proteggeva se stessa. Inoltre lei, per dirla tutta, non ha mai amato il suo paese. Non quanto lo amava lui. Forse davvero per una donna è più duro.
Ma in fondo c’era anche un’altra ragione della partenza di papà. Non c’era motivo di restare a Segni senza la strèa, che ne costituiva l’essenza. In fondo è così in molti paesi: quando arriva la modernità cedono il passo tradizioni e superstizioni, tra cui, in primo luogo, la paura delle streghe. E’ un progresso per tutti, incluse le povere donne che subivano il pregiudizio. Ma al tempo stesso scompaiono i vecchi usi, e il dialetto, e le nnòmmora.
In questo caso, però, non c’era la storia di un paese che si modernizza e rinuncia alle credenze arcaiche. C’era la storia di una strega che muore, uccisa dal male prima ancora di gettare la scopa e dare un calcio alla callara, alla caldaia. E di un uomo che a causa di quella morte fugge nella metropoli, e dimentica tutto. E di suo figlio, che ritorna.

Era notte tarda. Negli uffici dell’anagrafe avevamo riaperto i registri degli anni sessanta, e Maria aveva snocciolato puntuale le nnòmmora che ancora mancavano. Poi eravamo passati ai cinquanta, e poi ancora ai quaranta. Avevamo trovato mia madre − il suo soprannome era La Reggina − e poi, nel registro dell’aprile 1948, mio padre.
Maria aveva subito detto la sua nnòmmora. Lo chiamavano Jò Pantàsoma, il fantasma.
− Perché era magro. Non fare quella faccia. Era magro, tuo papà. − Pensai che nessun figlio sa davvero quanto, e soprattutto come, era magro il padre. − La nnòmmora la sapevi?
− Sì. L’avevo scordata, non la usavamo mai, lui non voleva. Ma ora mi sembra tagliata su misura.
− Poveraccio. E’ proprio vero che a Roma si diventa quaitùno.
Immagino che scherzasse, ma con uno strano astio, sull’espressione “diventare qualcuno”. Chissà. Non ricordo molto di quegli ultimi momenti.
Continuò: − Tu invece non ce l’hai, vero, la nnòmmora...
− Sì che ce l’ho. Si chiama nick. Me la faccio da me, sul computer, e ogni tanto la cambio.
Mi guardò come se le avessi detto: ora mi svito il cazzo e me ne provo un altro. Poi volle riprendere.
Continuammo. Ormai eravamo esausti, immersi in una nuvola di polvere, senza aver trovato un solo segnino privo di soprannome. Ed eravamo quasi alla fine, alla soglia oltre cui i morti “tutt’al più ti soffiano in faccia”.
− Maria − dissi. − Basta. Basta, è inutile.
Alzò lo sguardo. Uno sguardo fresco. Non era stanca, lei.
− Ancora un poco. Forza. Quaitùno ha bisogno di te, in fondo.
Allora d’un tratto, di fronte a quella compassione che non mi sarei aspettato da lei, ricollegai tutto, tutte le biglie che mi rotolavano su e giù per la testa da giorni e giorni, e infilai tutte le perle e vidi la curva della collana e capii.
La strèa. Doveva essere nata proprio alla fine della guerra.
Ma certo. Ecco a cosa puntava Maria fin dall’inizio, con la sua offerta d’aiuto. Crocifissa era la donna isolata e sfruttata e umiliata, e poi morta di morte prematura, e poi affamata di avere almeno un poco di riconoscimento, una nnòmmora. La bella donna che cercava di truccarsi con il mio talco, e intanto mi chiedeva, servendosi della sorella sopravvissuta, il trucco di un nome.
Ed infatti eccola.
Il nome spiccava netto sulla riga, come scritto ieri.
Lo lessi. − Crocifissa... − e il cognome.
Maria fissava il foglio. − Eccola, la mia strèa! − sussurrò. E baciò la carta.
− Sì. Lei.
E ora dovevo inventare la nnòmmora. Di slancio, d’istinto.
Mi presi qualche secondo, come un tuffatore sul trampolino. Maria continuava a fissarmi. Forse aveva paura?
Poi fece qualcosa di incredibile.
Disse: − Allora, il prossimo?
La fissai anch’io. Non capivo.
Possibile che le mancasse il coraggio?
Non credeva che potessi farcela? O non se la sentiva di vedermi liberare sua sorella? Dopo più di trent’anni?
E la casa infestata, invivibile? Non voleva farla finita?
− Maria, − dissi.
− Cosa?
− Crocifissa. Non ha una nnòmmora.
− Ma certo che ce l’ha. Te l’ho appena detta. Se la stiamo usando da giorni e giorni!
La guardai senza capire.
− La strèa, no? La Strèa.

Ma certo − idiota che ero stato. Eppure Maria l’aveva chiamata così fin dall’inizio! Crocifissa era La Strèa. Era il suo ruolo, il suo personaggio: ovvio che fosse anche la sua nnòmmora.
Non era lei, il quaitùno che cercavamo. Ed eravamo alla fine, ormai. Forse un quaitùno non c’era affatto. O era destinato a restare un nessuno.
Come accade, del resto, a quasi tutti i morti.
L’ufficio dell’anagrafe affondava nell’ombra. Lumi, bicchieri, tagliacarte sembravano gli oggetti ritrovati lungo le pareti e sul fondo di una tomba italica.
Sentivo di dovermi scusare. Spiegai che ero stanco, dopo aver letto migliaia di nomi in attesa di quello giusto − e tutto per niente. Ora dovevo affrettarmi. Prendere direttamente un taxi per Colleferro, e da lì il treno per Roma. Più tardi farmi spedire le mie poche cose. Era una fuga: ma se fossi tornato a via Giudea, stavolta non ne sarei uscito vivo.
Maria non si lasciava demoralizzare. Mi accarezzò con lo sguardo. Non l’avevo mai vista così dolce.
− Coraggio. Non era mia sorella, ma quaitùno ci sarà. Oggi di gente senza nnòmmora ce n’è tanta, ma anche in passato ce ne sono state, ogni tanto, di persone così.
Continuava a sorridere. Instancabile.
Allora, ho capito.
− La sua nnòmmora qual è, Maria?
Arrossì − a dir poco: era una vera fiammata, improvvisa, profonda. E lei tremava tutta.
− Pensa: non ce l’ho, io che so quelle di tutti gli altri! Che vuoi, ho sempre vissuto in disparte, e non me l’hanno mai data, questa cosa! Nessuno, neanche tuo padre, Jo Pantàsoma! Non gli ci sarebbe voluto tanto − ma purtroppo no!
− Eh già. Non era neanche la Strèa, lei, Maria... lei era solo la sua assistente... ascoltava, prendeva messaggi, no?
− Proprio così!
− Per questo lei raccoglieva i nomi, li custodiva...
− Sì!
− E anche dopo la morte di Crocifissa, ha continuato a raccoglierli, a aspettarne uno... che non arrivava mai...
− Sì! Sì! − Si tolse gli occhiali, come fanno le bambine prima di tuffarsi.
− E brava! Brava Signora Pazienza!
Ora gridava. − Come ha detto! Come ha detto, scusi!
− Signora Pa − ma non feci in tempo a ripetere. Non ce n’era bisogno. Maria aveva sciolto la crocchia di capelli candidi, lunghissimi. Ora si rimpiccioliva a vista d’occhio. E intanto rideva, friggeva negli schizzi delle sue risate come un bianco d’uovo in padella. Gridava, felice:
− Sora Pacenzia! Sora Pacenzia!
Fu tutto molto veloce. Diventò una bambola che sgambettava e scherzava, perdendo e ritrovando le gambe, le braccia, le righe argentate della tuta.
− Sora Pacenzia!
Poi una soldatina di stagno che prillava su se stessa e si scioglieva e ricomponeva a ogni istante.
− Sora Pacenzia!
Alla fine fu solo un gorgo di mercurio luccicante sulla sedia, largo due centimetri, uno, e poi uno scoppiettìo, e un ultimo strillo sottile come uno spillo.
− So−ra−pa−cen−zia!
E poi più niente.
Sul tavolo, accanto ai suoi fondi di bottiglia, il registro riportava la sua nascita nel 1944. E la sua morte.
Era morta due settimane prima del mio arrivo, senza essere mai stata nessuno.
Ma ora era quaitùno.

Sono sul treno per Roma. Attraverso il finestrino vedo passare boschi, campi, paesi. Non so come si chiamino. So solo che torno in città: era tempo.
L’uomo seduto al mio fianco forse è uno di quei clandestini che arrivano a Roma da qualche villaggio marocchino o nigeriano, dichiarando un nome diverso a ogni nuovo arresto. Fatte le debite distinzioni, mi sento simile a lui: mi lascio alle spalle un mondo piccolo, e ho di fronte qualcosa di tanto grande, così globale, che anche il nome “mondo” gli sta stretto.
L’uomo accanto a me ha lasciato al suo paese insieme al suo vero nome una madre o una moglie, e tornerà o non tornerà da loro, verrà o non verrà raggiunto da loro qui. Può anche darsi che si rifaccia un nome e una vita. In ogni caso la strada è questa. Anch’io rifaccio il viaggio fatto da mio padre trent’anni fa, lui dopo la morte della sorella minore, io dopo quella della maggiore. Le abbiamo ammazzate noi, in fondo. Ammazzate e salvate. O salvate e ammazzate.
Io però viaggio da solo, e viaggio verso casa, anche se la mia idea di casa sta a anni luce dalla sua. Rispetto a lui mi sento più tranquillo e vuoto e libero. E lo sono davvero. Nel vetro del finestrino c’è il mio riflesso, e guardandolo penso: sono tutto qui.
Per assicurarmi di averlo, questo corpo, chiudo gli occhi.
Poi mi guardo attorno nel buio. Non vedo nessuno. Non c’è nessuno.
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 18 febbraio 2006


Grazie a tutti e due. Sì, mi è venuto un lavoretto pulito.


 
Il commento di nheit 17 febbraio 2006


" Sora Pacenzia! Alla fine fu solo un gorgo di mercurio luccicante sulla sedia, largo due centimetri, uno, e poi uno scoppiettìo, e un ultimo strillo sottile come uno spillo." Il racconto alla fine esplode di magica gioia dopo l' umana tensione che ne scandisce la trama.Liberazione a sorpresa che recide i nodi infelici di una vita che cerca la pace .C'è magia visione tensione . L'Autore ascolta i respiri e le voci , scrive si perde con tutto se stesso nei destini racchiusi nei vicoli antichi .Chi legge rilegge più volte , e solo perdendo se stesso in quei fiati di vicoli antichi può possedere il Racconto.


 
Il commento di claudio 7 febbraio 2006


Il tuo racconto è molto bello, senza superflui. Mi è sembrato di conoscere il protagonista mentre si aggira per le ferrigne strade di Segni...e poi l'anagrafe aperta alla libera consultazione... Bravo Tommaso.


 
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