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In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Il senso dell'arca 17 maggio 2006


Ai tempi in cui scrivevo "Perché non possiamo non dirci", mi trovavo spesso a riflettere sul parallelo tra differenza gay e differenza ebraica (e sui limiti di tale parallelismo). In questo lavoro c'è stato un libro che mi ha aiutato molto: "Ebrei senza saperlo" di Alberto Cavaglion (Napoli, L'ancora del mediterraneo, 2002). Pensate solo a quanto sia centrale, per noi gay, il tema degli "omosessuali senza saperlo".

Ora quel libro è uscito di nuovo, per lo stesso editore, ma in una versione riveduta in profondità: "Il senso dell'arca". (Sottotitolo: "Ebrei senza saperlo: nuove riflessioni".) Potete vederlo qui:

http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8883251881

Alberto mi ha chiesto di presentare il volume alla Fiera del Libro di Torino, cosa che ho fatto. Ma avendo molta paura di dire cazzate ho preparato un testo scritto. Che probabilmente uscirà su rivista. Nell'attesa, ve lo propongo.

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Un libro di memoria e di speranza



"Il senso dell’arca" di Alberto Cavaglion (Napoli, L’ancora del mediterraneo, 2006) ripercorre secondo una prospettiva esplicitamente orientata il passato e il presente dell’ebraismo italiano – e soprattutto di alcune sue correnti e figure dall’Ottocento a oggi – sulle tracce del suo immediato antecedente, "Ebrei senza saperlo" (pubblicato dallo stesso editore nel 2002): ma in realtà si tratta di un libro per molti versi nuovo. La rielaborazione è stata capillare. Ne è emerso un libro più organico, e soprattutto meno polemico (ma non certo conciliante) e più propositivo. Un libro di memoria e di speranza. Vorrei offrire qualche spunto relativo a tre suoi obiettivi centrali: la rilettura, appunto, della storia dell’ebraismo italiano, la meditazione sull’identità, e la riflessione d’ambito letterario, che riguarda soprattutto la figura di Primo Levi.

1. Ebraismo

Fissiamo subito un punto decisivo, una svolta nella trama di questo libro fortemente letterario: il regio decreto del 30 ottobre 1930 (e il relativo regolamento approvato nel ’31), che sclerotizzarono l’ebraismo del nostro paese identificandolo con la comunità ebraica. Una sentenza della Corte costituzionale del 1984 allentò i lacci, ma gli effetti costrittivi non scomparvero e sono ancora percepibili. Cavaglion tocca un punto cruciale quando osserva che gli ebrei italiani avrebbero fatto bene a rinunciare al puntello della legge del ’30, e piuttosto “fare ricorso ai consolidati, plurisecolari strumenti di conservazione dell’identità (lo studio, i libri, i commenti alle scritture, la scuola, l’autorità religiosa, il rabbinato)” (182). Mi sembra una lezione importante, di validità generale. Il lavoro sull’identità si svolge nella cultura (intesa in senso quasi antropologico) e con gli strumenti della cultura. Nel diritto e con gli strumenti del diritto si svolge invece il lavoro sulla parità. Le eccezioni a questo principio, per esempio le leggi sulle quote rosa, possono essere accettabili e anche importanti ma vanno considerate sempre contingenti e non risolutive. Del resto oltre alla cultura e al diritto esiste un terzo livello, quello dell’amministrazione: ed è qui che le competenze dell’identità e della parità sono più difficili da assegnare e possono entrare in conflitto, anzi generare una miriade di microconflitti settoriali.

Tornando all’ebraismo, la strada percorsa è stata dunque quella – fortemente identitaria – della legge del ‘30. Da tale constatazione muove Cavaglion nel recuperare e valorizzare la pluralità delle vite ebraiche. In questo, egli è in parte isolato, ma lo è sempre meno (anche solo in confronto ai tempi – pochi anni fa – di "Ebrei senza saperlo"). Due tra i molti sintomi di un cambiamento in atto: il libro di Lia Tagliacozzo, "Melagrana. La nuova generazione degli ebrei italiani" (Castelvecchi), e il lento radicarsi a Milano e altrove di un ebraismo riformato italiano, che mi interessa anche perché collegato al primo gruppo di ebrei gay italiani. All’esperienza dei riformati Cavaglion dedica appena un accenno, ma credo e spero che continuerà a interpellarla (e se necessario a criticarla), se non altro perché essa offre un prezioso ulteriore elemento di respiro internazionale alla realtà ebraica italiana. Un’altra posizione che vorrei vedere analizzata più in dettaglio è quella degli “ebrei laici”, su cui Cavaglion spende poche parole insolitamente sprezzanti (“saccenti”, 16). Mi auguro che in futuro trovi la sede appropriata per chiarire le sue critiche a questa categoria sfrangiata, permettendoci così di condividerle o dissentire. Qual è la colpa degli ebrei laici, a suo giudizio? E’ forse una colpa storica – l’aver valorizzato una posizione esterna al rigido ebraismo comunitario, l’essere stati di fatto complici della logica binaria della legge del ’30, l’esserlo ancora? Oppure è (anche) una colpa assoluta, l’aver pensato che fosse possibile dirsi ebrei senza dirsi credenti? Cavaglion tiene molto all’effettiva presenza di un pensiero religioso nell’identità ebraica – tanto da proporre (come poi vedremo meglio) una rilettura in questa chiave dell’opera di quello che è tuttora considerato l’intellettuale ebreo laico per antonomasia, Primo Levi. E in effetti può sembrare assurdo parlare di “ebrei laici” (in riferimento a persone che non credono nel Dio degli ebrei ma hanno radici culturali ebraiche), così come sarebbe assurdo parlare di “cattolici laici” (si tratterebbe di non cattolici radicati nella cultura cattolica: cioè, per esempio, buona parte degli atei italiani). Ma le cose ovviamente non sono così semplici, data la dissimmetria tra fede egemone e fede minoritaria. E se d’altra parte il difetto degli ebrei laici stesse, agli occhi di Cavaglion, in un’insufficiente laicità, quali scelte, quali concreti comportamenti gli sarebbero apparsi inaccettabili? Questo, insomma, è decisamente un punto da approfondire.

Capire l’ebraismo italiano di oggi, dunque. Sul pericolo di adagiarsi su un’identità di vittime, per esempio, Cavaglion spende parole molto dure e chiare. E’ forse il provocatore più cortese che io abbia mai conosciuto o letto. Ma non si può non condividere il suo allarme quando parla del rischio di un ritualismo fatto di “giornate della memoria… settimane della cultura ebraica… libri di cucina… siti dalla grafica invitante ma esonerati da ogni progettualità politica” (12). Non credo però che il suo pensiero vada nella direzione, per capirci, dell’”ostilità” alla giornata della memoria dichiarata dallo scrittore Alessandro Piperno in un recente intervento sul “Corriere della sera”, che ha fatto molto discutere. Credo che per Cavaglion riti laici di questo tipo non vadano lasciati cadere ma anzi valorizzati. Occorre pensarli come occasioni aperte: non indiscriminatamente aperte (ciò li svuoterebbe di senso), ma ricettive di significati attuali che dovremo ogni volta scoprire, anche (ma non solo) sulla scorta di una riflessione sulle categorie non ebraiche internate nei lager (e non mi riferisco certo ai soli omosessuali). E’ un lavoro faticoso, ma tutta la problematica delle identità appare faticosa a noi italiani, perché siamo molto ingenui riguardo ad essa: quando non ne abbiamo subito i contraccolpi in prima persona (ma a volte anche quando li abbiamo subiti), le circostanze storiche ci hanno permesso di smarcarla facilmente. Poi, di solito abbiamo dimenticato.

Ed è proprio nella dimensione storica che il lavoro di Cavaglion ha la sua specificità: non tanto nella riflessione sul presente, quanto nella ricerca di antesignani. Le figure chiave dell’ebraismo risorgimentale, i “novatori” del primo Novecento, i “Petersognatori”, gli “ebrei modernizzanti”, infine gli “ebrei senza saperlo”, categoria che per certi versi riassume le precedenti. Personaggi che hanno custodito l’”arca” di una certa idea dell’esperienza ebraica, nella sua pluralità di soluzioni ma anche nei suoi tratti caratterizzanti (in primo luogo la memoria intelligente e compassionevole di persecuzioni purtroppo rinnovate). Personaggi che ora abitano quell’arca e ne sono custoditi, e chiedono (come lo chiede l’autore) che essa venga ancora consegnata alle nuove generazioni.

Cavaglion è un’ottima guida nel mostrarci questa preistoria identitaria e metaidentitaria (cioè di riflessione sull’identità), soprattutto ottocentesca (ma con importanti portavoce nel Novecento), che è stata largamente dimenticata. Uno dei principali obiettivi del libro è proprio riaprire l’arca. Non occorre che mi soffermi sull’importanza di questo imperativo per qualsiasi minoranza. Cavaglion però fa di più: gli interessa mostrare come generazioni ebraiche anche lontane (si risale fino a Isacco Artom, il segretario di Cavour) abbiano elaborato il rapporto con la cultura maggioritaria. Un’elaborazione che non tentava di smussare gli angoli acuti ma di trovare, come dev’essere, motivi e forme di dialogo e anche di collaborazione tra differenze oggettive e felicemente inconciliabili.

Mi piace, in questa ricerca di predecessori, il fatto che Cavaglion non trovi padri, ma più spesso nonni (appunto nell’Ottocento); e comunque padri e nonni sconfitti. In un appunto delle "Scorciatoie" Saba parla dell’impossibilità, nel nostro paese senza rivoluzioni, di abbattere i padri: uno stallo che ha come complemento ricorrente il fratricidio. Se tuttavia occorre cercarsi degli antenati, e in qualche misura occorre farlo, meglio trovarli tra coloro che il corso della nostra storia ha posto in subordine. Jemolo o Voghera sono nostri predecessori per età, ma per spirito sono fratelli molto più che padri. Basti citare Jemolo, il cui “timbro autocritico” (160) è inconciliabile con qualsiasi ombra di paternalismo.

2. Identità

Il pensiero di Cavaglion è percorso da due intenzioni, da due tensioni, come un mare scavato da due correnti: l’una identitaria, l’altra antiidentitaria. Ma non si tratta di un’ambiguità. Al contrario, nessuna persona di buon senso può rinunciare a questo dualismo, e molte persone di ottimo senso (il senso dell’arca, forse) hanno cercato una formula di mediazione che non rinunciasse a nessuno dei due rami del dilemma. Un altro modo di descrivere questo stato di cose è attraverso la frase (ricorrente nel libro) di Leo Valiani, secondo cui una minoranza deve sempre battersi su due fronti. Cavaglion nel suo percorso ci presenta diverse incarnazioni di queste opposte forze ostili: da una parte la maggioranza, dall’altra il nocciolo duro, ortodosso e essenzialista, della minoranza. E la sua conclusione, che qui riformulo, è: occorre aprirsi senza disperdersi, ma occorre anche resistere senza sclerotizzarsi.

Dunque riscoprire un autentico pluralismo ebraico, e al tempo stesso conservare il senso di una differenza forte e anche scomoda rispetto all’identità maggioritaria. Questo secondo obiettivo è oggi molto impopolare. Se in Italia va crescendo il conflitto politico e ideologico, si assiste anche (complementarmente) al risorgere di quell’atteggiamento conciliatorio e conformista che demonizza ogni forma di contrapposizione, irride al comunitarismo tacciandolo di “ghettizzazione” (uso una parola che non amo, anche perché di solito il prefisso “auto–“ viene tranquillamente sottinteso), e spazza i diritti delle minoranze (e tanto più dei singoli) sotto il tappeto di un accordo al ribasso, ma molto al ribasso, come testimonia la legge 40 sulla procreazione assistita. E’ un vecchio atteggiamento italiano, è la cattolicità endemica tra noi e ben più forte del cattolicesimo. Eppure credo che la visione di Cavaglion sia anche lungimirante. Anch’io come gay sono convinto, per esempio, che la famiglia gay e lesbica (che sarà, perché già è) non si limiterà a riprendere alcuni tra i moduli e i riti della famiglia eterosessuale – i migliori, mi auguro – ma porterà anche elementi di disturbo e di arricchimento: sarà insomma “ereticale, antagonista, difforme, un poco anche deforme, antipatica, eccentrica, asimmetrica,” come dovrebbero essere le minoranze secondo "Il senso dell’arca" (8).

Va detto, comunque, che Cavaglion non dà la priorità all’identitarismo ma al pluralismo, all’istanza antiidentitaria. E questo è comprensibile, in un momento storico in cui le religioni rivelate, o certe forze (molto “forti” però!) all’interno di esse, spingono l’arroganza identitaria oltre limiti che sembravano ormai ben definiti. Anzi, allo sguardo di Cavaglion tutto il Novecento appare in prospettiva come il secolo degli eccessi identitari (ideologici o religiosi che fossero), tanto che è necessario tornare all’Ottocento per recuperare un atteggiamento più dialogico e rispettoso, più autenticamente liberale (anche se l’autore, non a caso, usa poco questo aggettivo). Di qui la necessità di ricostruire la tradizione pluralista e plurale qui unificata sotto la rubrica di “ebrei senza saperlo”.

Vorrei ora istituire un parallelo con l’omosessualità. Per un gay, naturalmente, lo scenario che ho descritto può risultare problematico. La storia di noi gay ha un andamento esattamente opposto. E’ vero che anche per noi la ricostruzione della tradizione è un imperativo urgente, tra l’altro per la diffusa presenza di un senso dell’arca fasullo, cioè di una vulgata fatta di stereotipi mal esaminati (a cominciare, per dirne una, dall’eros ellenico). Ma la nostra emancipazione inizia proprio con la presa di coscienza identitaria di fine Ottocento, e si svolge proprio nel corso dell’intero Novecento. Inoltre a giudizio di molti attivisti gay il maggiore ostacolo su questo faticoso percorso sono stati e sono tuttora proprio i “gay senza saperlo”: i battitori liberi che si appellano alla complessità sessuale di ogni essere umano per rifiutare la netta presa in carico di un’identità sessuale, e respingere ogni forma di impegno rivendicativo. La lotta per i diritti gay è ancora in pieno svolgimento, la conclusione è tutt’altro che scontata, ogni esitazione appare pericolosa… Calco un poco le tinte, è chiaro, e semplifico percorsi storici e ideali molto articolati. Ma è un eccesso che mi è utile per far risaltare il contrasto che ho descritto, un contrasto che mi sembra interessante.

Il raffronto tra questi due percorsi infatti ci insegna alcune cose che riguardano l’intero problema dell’identità e delle politiche identitarie. In primo luogo: è evidente che l’appello antiidentitario ha un potente appoggio nei fatti puri e semplici. Per quanto le appartenenze e le affiliazioni esistano e pesino, le singole forme di appropriazione di una (o più d’una) identità religiosa e sessuale sono davvero, innegabilmente, molte e molto personali. Questo rilievo non liquida certo ogni discorso sull’identità (bambino che molti vorrebbero gettare via con l’acqua sporca), però costituisce un dato con cui tali discorsi devono continuamente tornare a fare i conti. Il dato, forse, che li rende – paradossalmente – sempre ancora attuali.

In secondo luogo: la proposta di Cavaglion è tempestiva in relazione alle identità religiose e nello specifico all’identità ebraica, per motivi che la semplice lettura dei giornali rende evidenti; ma può essere una proposta prematura, e per ora solo parzialmente ammissibile, se applicata all’identità gay. A riprova di un principio cruciale: esistono diversi percorsi di elaborazione e rielaborazione delle diverse identità, percorsi di costruzione e decostruzione, ognuno con tempi suoi propri: qui si sciolgono le fila, là si serrano i ranghi. Anche questo assioma sembra togliere autorità ai richiami identitari, ma in realtà li rafforza: l’identità non è un apriori, un protocollo definito una volta per tutte, ma qualcosa che – in parte – facciamo e rifacciamo noi, qui, ora.

Terzo e ultimo punto: viviamo in anni in cui il dibattito sull’ebraismo così come quello sull’omosessualità coinvolgono folle che non sono né ebraiche né gay. Una partecipazione ampia, per esempio in alcune manifestazioni politiche di piazza, ma spesso una partecipazione estemporanea. Ecco, credo che la valorizzazione del pluralismo intraidentitario – per capirci: degli “ebrei senza saperlo”, dei “gay senza saperlo” – debba andare di pari passo con il coinvolgimento, non effimero, di cittadini che si ritengono decisamente estranei all’identità in oggetto (non ebrei, non gay...). Per fare ricorso a una vecchia immagine: ci sono molti diversi modi di essere un berlinese (e ce n’erano soprattutto, al di là degli stereotipi ideologici, nella Berlino degli anni Sessanta), e occorre dirlo e dirli; ma occorre che allo stesso tempo ci sia un Kennedy – e molti con lui – che dicono semplicemente "Ich bin ein Berliner", “io sono un berlinese”. Quanto alla temporalità etica di questo doppio processo, ovviamente qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di compiere il primo passo. Ma al primo passo deve far subito seguito il secondo, il movimento dell’altro piede, perché si cammini.

3. Letteratura: Primo Levi

Nell’arca non ci sono solo modelli etici e politici, ma anche riferimenti letterari. E questo è di per sé un fatto che va rilevato. Forse scontiamo non lontani eccessi nell’uso politico della letteratura (parlo di “eccessi”, perché non c’è nulla di male nell’uso politico della letteratura), ma di fatto oggi il discorso politico le assegna perlopiù una funzione moralistica oppure, al contrario, puramente esornativa. Cavaglion invece rivendica sia l’ampiezza del discorso letterario, la sua rilevanza polidirezionale, sia la sua specificità, la sua legge interna. Posto di fronte a "La vita è bella" di Benigni e Cerami, per esempio, Cavaglion non contesta la possibilità di raccontare la Shoah su un registro comico–fiabesco (anzi è ben consapevole del pericolo, spesso sottovalutato, di fare di Auschwitz un assoluto indicibile, cioè “un’entità metafisica” (55)). Tanto è vero che cita come esempi positivi "Napoli milionaria!", "Per violino solo" di Aldo Zargani, e lo straordinario "W" di Perec, con la sua distopia agonistico–concentrazionaria. Ma allora, osserva Cavaglion, questa strada “bisognava… percorrerla tutta, fino in fondo” (58). Nel criticare un’opera d’arte il richiamo alla realtà è uno strumento debole e improprio. Occorre fare appello ai diritti della fantasia.

Se si ricorda ora i caratteri delle minoranze amate da Cavaglion – eccentriche, difformi, asimmetriche ecc. – si capirà che anche il suo immaginario politico è fortemente letterario. E non astratto, ma formale nel senso migliore del termine. (Ne è una traccia, per esempio, l’uso di numerose formule icastiche efficacissime, che spesso danno anche il titolo alle sezioni del libro: una caratteristica del miglior saggismo italiano, per esempio quello di Debenedetti, ma anche della scrittura narrativa di Morante.) Questa attenzione alla scrittura rende scontato l’interesse di Cavaglion per Primo Levi, già attestato in diversi altri suoi scritti tra cui "Ebrei senza saperlo". Nel "Senso dell’arca" il ruolo di Levi è cresciuto e il giudizio dell’autore sulla sua opera ha i caratteri sommativi di una lunga fedeltà. Molto se ne potrebbe dire: vorrei limitarmi a qualche osservazione su una questione meno marginale di quanto a prima vista non sembri.

Rimane, dal libro precedente, un punto su cui sono in disaccordo con Cavaglion: la liquidazione del Levi fantascientifico. Dopo aver scritto "La tregua", Levi “volendo farsi Scrittore” – con la maiuscola – “prese atto di un’aurea regola nazionale, in vigore da molti secoli: la narrazione afflittiva non ha diritto di cittadinanza nella repubblica delle Lettere. Divenne così Damiano Malabaila e provò a pubblicare racconti di fantascienza” (32). Mi sembra invece che la narrazione afflittiva abbia goduto di una fortuna duratura, perfino eccessiva, nel paese di Petrarca e Leopardi. Levi avrebbe ben potuto ricavarne una rendita di posizione. Anche la declinazione più strettamente carceraria della sofferenza ha avuto infiniti rappresentanti illustri. I nostri capolavori raccontano la prigionia in un carcer tetro, la reclusione in un castellaccio, il confino. I nostri scrittori sono sempre finiti in cella, da Machiavelli a Tasso a Campanella a Cellini a Pellico a Gramsci. Perfino un narratore frizzante come Casanova finisce nelle antologie solo grazie alla fuga dai Piombi. E’ il fantastico, casomai, ad avere vita dura in Italia, soprattutto negli ultimi due secoli (l’affermazione andrebbe severamente qualificata, ma in linea di massima resta valida), e a mancare di rispettabilità letteraria.

Convengo che i racconti fantascientifici di Levi abbiano un ruolo di secondo piano nella sua opera. Ma mi sembra sbagliato pensare che li abbia progettati per convenienza o per un cedimento modaiolo. Il processo è inverso: è la letteratura fantastico–fantascientifica straniera (basta pensare agli autori antologizzati da Levi nella "Ricerca delle radici": Rabelais e Swift, d’accordo, ma poi anche Verne, Wells, Fredric Brown, Arthur C. Clarke) che ha esercitato un potere di attrazione su uno scrittore che è stato insieme scienziato e – per sua sciagura – oggetto di “scienza”. Non a caso prevalgono i temi biopolitici. Ma più che sottolineare una volta di più l’indiscutibile nesso tra l’esperienza del lager e le coordinate visionarie di molti tra questi racconti, vorrei suggerire che il modo migliore per coglierne la portata non è porli all’ombra di "Se questo è un uomo" – che li schiaccerebbe – ma affiancarli alla narrativa di altri autori. Autori (forse non letti da Levi) che si confrontavano con la prima generazione di scrittori di science fiction (appunto Brown, Clarke, Asimov, Bradbury) ma gradualmente se ne distaccavano, spinti dall’urgenza di narrare storie più vicine alla contemporaneità, e al tempo stesso meno transeunti. Autori come, in primo luogo, la triade Dick–Ballard–Sheckley.

Non è solo una questione di affinità letterarie, e un’ultima annotazione può aiutarci a capirlo. Occorre una premessa. Come ho accennato, Cavaglion investe notevole energia nel mettere in discussione la consueta lettura che fa di Levi l’intellettuale agnostico e razionalista per eccellenza. E’ una revisione spinosa. Levi stesso ha continuamente convalidato l’immagine invalsa. Inoltre un’identità assunta per motivi contingenti (ammesso che questo fosse il caso) non per ciò perde la sua forza di configurazione dell’io. Dunque a mio giudizio la correzione di rotta proposta nel "Senso dell’arca" misura solo un angolo acuto. Ma proviamo a seguirne la rotta. Levi, secondo Cavaglion, si avvicina più volte alla dimensione religiosa quando assume “la voce di Dio” (83) – come accade in "Se questo è un uomo", prima nella poesia in epigrafe (“Vi comando queste parole…”), poi nell’explicit del capitolo sulla selezione (“Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn”). Anche il lavoro di instancabile “autoesegesi”, il palinsesto che Levi va scrivendo per decenni sulla pagina delle proprie memorie del lager, evoca (cito ancora la sua opera prima) l’altissimo modello delle storie “semplici e incomprensibili” – e infinitamente ricommentabili – della Bibbia. Ora, questo posizionamento può venire interpretato come un collocare la ragione laica e l’esperienza materiale nello spazio lasciato vuoto dalla fede, volgendo le forme di quest’ultima (per esempio la damnatio della poesia citata) a fini umani. Ma indubbiamente è una presa in carico che comporta anche un avvicinarsi all’esperienza religiosa, uno stare “sulla soglia” (per usare ancora un’espressione leviana rimodulata da Cavaglion) non solo del Male ma anche del Bene, o almeno della fede nel Bene vista come fenomeno etico e psicologico. Insomma, una certa quale disponibilità alla riflessione sul divino.

E questo forse può aiutarci a capire l’interesse di Levi per la fantascienza. Dio crea il mondo e il tempo: lo scrittore suo vicario disegna un altro mondo, un altro tempo. Tra le diverse posizioni accessibili a chi esprime una creatività artistica, quella dell’autore di testi fantastici (e soprattutto di testi fantascientifici, in un’epoca che mitizza la potenza creativa della scienza) è caratterizzata da un’assoluta, demiurgica libert. Non è forse il ruolo che più somiglia alla condizione divina – soprattutto quella del Dio della "Genesi", il riferimento biblico più frequente nelle pagine leviane?

Del resto lo stesso Cavaglion compie una scelta simile a quella di Levi. Disegna un altro mondo, un altro tempo (passato, ma impegnato a sognare il futuro), quando dedica uno dei saggi del "Senso dell’arca" all’esplorazione di una tradizione utopica – quella dei cenobi laici, felicemente chiamata “telemitismo”. Oppure quando impegna l’intero libro inventio di una sorta di storia alternativa dell’ebraismo – la storia dei “novatori”, dei “Petersognatori”, degli “ebrei senza saperlo”. Il coraggio della fantasia assume in entrambi gli autori i tratti di una scommessa politica e artistica: tanto più forte in quanto non esclude, anzi rivendica, la consapevolezza.
 
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