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Pino Cacucci: blog per viandanti
la mia amica María Luisa, La Abuela 20 maggio 2006


María Luisa Tomasini, classe 1923, che nei suoi innumerevoli “viaggi della militanza” ha conosciuto e frequentato Ernesto Che Guevara, y de paso Yuri Gagarin, Valentina Tereskova, Indira Gandhi o Nikita Kruscev, María Luisa che nella notte maledetta del '68 era nella Plaza de las Tres Culturas e scampò de milagro al massacro di Tlatelolco, e che negli anni settanta organizzava comitati di appoggio per le guerriglie centroamericane e contro le dittature più a sud, dopo aver pianto per Salvador Allende che aveva abbracciato poco tempo prima in un aeroporto, María Luisa che conserva su una mensola il ricordino di un pezzo di fusoliera di un bombardiere Usa abbattuto dalla contraerea di Ho Chi Minh... María Luisa, un giorno, ai tempi del dialogo di pace a San Andrés, ha scritto una lettera a Marcos dicendogli di sentirsi ormai “vecchia”, esprimendogli il rammarico per non riuscire a “fare abbastanza” per lo zapatismo. Marcos gli ha risposto con una lunga lettera poetica, dove le ricorda che gli anni sono soltanto fogli di calendario che scivolano sulla pelle senza graffiare il cuore di donne come lei, e l'ha nominata ufficialmente “Abuela de todos los zapatistas”. María Luisa, la “nonna di tutti gli zapatisti”, ha pensato che Marcos aveva ragione e che l'utopia è davvero come l'orizzonte, che nella vita non ci sono traguardi oltre i quali fermarsi ma cammino da percorrere, e continua a partecipare, dal Chiapas al Distrito Federal, da Tapachula in cui attualmente risiede, ai confini con il Guatemala, fino al Monstruo Querido dove ha vissuto per tanti anni e dove l'ho conosciuta - madre del mio amigo carnal Ernesto - senza mai rinunciare a quella lotta per la dignidad che ha caratterizzato tutta la sua vita, senza rimpianti e senza mai perdere la speranza in un mondo che faccia un po' meno schifo di questo.
Qualche mese fa, nella casa della figlia Malú a San Cristóbal, nel costante viavai di persone che stilavano testi di volantini e manifesti, organizzavano carovane per la selva o manifestazioni in città, María Luisa si è presa una lunga pausa e mi ha raccontato un po' di questa sua vita memorabile...


Nel 1958 presi la decisione di tornare alle radici paterne, di vedere i luoghi da cui i Tomasini avevano intrapreso l'avventura nelle Americhe: il villaggio di Olmeto, in Corsica. Avevo un'amica in Germania, presi un appuntamento con lei al telefono per vederci in un certo caffè di Marsiglia in un tal giorno e a una ancor più vaga ora... Non so come feci ad andare fin là senza alcuna certezza di trovarla davvero. A venticinque anni, non sentivo il bisogno di pianificare la vita in ogni dettaglio. Insomma, ero sbarcata dalla nave, e dopo ore di attesa, la mia amica passò da quella piazza, la vidi, e... proseguimmo per la Corsica. Scoprire dove diamine fosse Olmeto, fu un'impresa inenarrabile, ma alla fine ci arrivai. Mi bastò dire a qualche passante che ero una Tomasini, nel mio francese improbabile, e subito mi ritrovai circondata da attenzioni e affetto, con tante persone pronte a darmi indicazioni, e addirittura qualcuno che di cognome faceva Tomasini e che mi offrì ospitalità a casa sua, sostenendo che comunque dovevamo essere “parenti”. Poi, l'indomani, mi portarono a vedere la casa dei Tomasini che erano emigrati in Messico... Era l'epoca della Prima guerra mondiale, e in Chiapas, chissà come, si era creata una piccola immigrazione di corsi che, in qualche modo, “sapevano di caffè”, cioè erano capaci di coltivare, raccogliere e tostare caffè. Mio padre aveva iniziato a imparare il mestiere nel Nord Africa, e quando decise di trasferirsi in Chiapas, in breve tempo riuscì a risparmiare abbastanza da comprarsi un terreno e fondare la finca cafetalera chiamata Chapultepec, a cui sarebbe seguita quella di Quien Sabe, perché la vita era così, mañana quien sabe, chissà come andranno le cose...
Si sposò con una india chiapaneca di etnia mam, originaria di Motozintla, ma figlia di una indigena guatemalteca, mia nonna. Ebbene, mia nonna era rimasta precedentemente incinta e pare fosse stato il padrone della piantagione, un latifondista tedesco. Quando videro che la neonata aveva un paio di occhi azzurri impressionanti, pretesero di toglierla agli “indios” e allevarla a casa loro: così mia nonna fuggì una notte, o almeno questa è ormai la leggenda che ci tramandiamo da tre generazioni, passò dal Guatemala al Chiapas con la bimba nel rebozo, avvolta nello scialle, e lì avrebbe conosciuto mio nonno, con cui si sposò ed ebbe una seconda figlia, cioè mia madre, sorellastra della bimba con gli occhi da “tedesca”. Poi mia madre avrebbe conosciuto l'immigrato corso, si misero insieme senza matrimonio, e sono nata io, nel 1923. E nel 1958 tornai a vedere la casa dei Tomasini... ormai abbandonata, cadeva a pezzi, ma l'emozione fu fortissima. Mio padre era morto da tanti anni, per la puntura di un insetto che gli fece cancrena, perché era diabetico senza saperlo, e il clima di Tapachula, un caldo umido che manda in suppurazione le ferite, non gli diede scampo. Avevo diciassette anni, studiavo a Città del Messico dalle suore, che mi dicevano: “Prega, figliola, prega che tuo padre si sposi con tua madre perché vivono nel peccato”, e io pregavo, e speravo si sposassero - ah, quanto ero ingenua, allora - e intanto lui moriva... Fu il primo grande trauma della mia vita: mio padre ci teneva che studiassi e mi affrancassi dalla vita nei campi, dalla finca dove vivevo come una selvaggia - e quanto ero felice, laggiù - , faceva ogni sacrificio per mantenermi a Città del Messico, la nascente metropoli tra il 1935 e il 1940, dove neanche mi giungevano gli echi della guerra civile di Spagna e poi della Seconda guerra mondiale, chiusa nel collegio delle monache. A dodici anni, arrivata là, ero “un animaletto”, a detta delle suore, che non sapevano come “domarmi”. Ero un'irriducibile ribelle, e quando mi mandavano a confessarmi dal prete, non sapevo che diamine dovessi mai confessare... E lui diceva: confessa i cattivi pensieri. E allora finivo per raccontargli le barzellette sui preti che sentivo dalle convitte più grandi. Ripensandoci, credo fossero le confessioni più esilaranti che si possano immaginare, solo che si concludevano con severe penitenze. Dopo la morte di mio padre, nel 1940, lasciai il collegio, e di lì a poco le suore si sarebbero trasferite negli Stati Uniti perché la laicità dello stato messicano rendeva loro la vita molto difficile... In breve tempo avrei perso tutta la fede che mi avevano inculcato. Rimasi a vivere nella casa di Città del Messico, nella colonia Del Valle, che mio padre aveva comprato prima di morire, e nel 1945 mi sposai con Eugenio, che avevo conosciuto a un ballo... Un bravo ragazzo, ma, a detta dei miei familiari, un buono a nulla, con poca voglia di lavorare. Nel '47 nacque il mio primo figlio, Pancho, e poi mia figlia Malú, e qualche anno dopo divorziammo. E andai a un altro ballo... dove conobbi José Manuel Piquero, un asturiano, di cui mi innamorai perdutamente: secondo matrimonio, e nacque Ernesto, nel 1957. José Manuel era un po', come dire, aventurero: Per giunta lavorava nel commercio del rum, e assaggiava un po' troppo spesso i prodotti che vendeva... Suo fratello ci ostacolò in tutti i modi possibili, per quel bigotto io ero una “divorziata”, quindi una poco di buono, e José Manuel dovette arrangiarsi senza il sostegno della famiglia, così dovemmo vivere nella casa della Del Valle, dove lui, poco alla volta, entrò in conflitto con i miei fratelli, e insomma, mise in piedi una panetteria che andò a rotoli, e un giorno sparì. Così, dalla sera alla mattina. Neanche una lettera di addio, niente. Pensai che dovevo smetterla di sposare uomini conosciuti a un ballo... Pare sia ancora vivo, qualcuno mi ha detto che sarebbe diventato ricco, e in un certo periodo, tanti anni fa, mi venne voglia di rintracciarlo, ma poi non se ne fece niente, e forse è meglio così. Mi dispiace per Ernesto, che l'ha appena conosciuto e praticamente neanche se lo ricorda, e per lui sì, lo avrei fatto, di rintracciarlo, perché era il padre, e Ernesto aveva diritto di conoscerlo, di avere un contatto.
Intanto, uno dei miei fratelli, Juan, aveva sposato Aurelia Bassols, figlia di Narciso Bassols, ministro della Pubblica Istruzione dal '32 al '34 e quindi ministro dell'Interno nel governo di Lázaro Cárdenas, poi, ambasciatore del Messico a Londra, Mosca, Parigi e Madrid. Bassols fu un personaggio straordinario, nel panorama politico dell'epoca, un vero socialista, integerrimo fino al fanatismo, di cui si narravano aneddoti come quello delle scarpe: lui e sua moglie se ne compravano un nuovo paio solo quando quelle vecchie avevano le suole bucate... Un esempio concreto di quanto l'onestà fosse il suo credo assoluto lo diede riducendosi lo stipendio da ministro, a suo avviso eccessivo per un servitore dello Stato, e rifiutando una residenza lussuosa con tanto di scuderie: lo fece anche per essere inattaccabile, irreprensibile, visto che era spietato con i corrotti. Inoltre, Narciso Bassols era un uomo di grande cultura, prima di darsi alla politica attiva era stato docente universitario e quindi rettore della facoltà di Economia, un mito per noi che cominciavamo a coltivare ideali di riscossa sociale e vedevamo crescere la corruzione nei governi successivi. Ancor oggi sussistono seri dubbi sulla sua morte: nel '59 “cadde” dalla bicicletta durante il suo giro quotidiano, proprio quando si parlava di lui come di un probabile candidato alla presidenza...
Con mia cognata Aurelia nacque una grande amicizia, che continua tuttora, e grazie alle relazioni, alle conoscenze e agli ideali politici della madre Clementina Bassols, ho potuto viaggiare come mai avrei sperato, io, ex collegiale delle suore ed ex selvaggia della finca, divorziata prima e abbandonata dopo... Più che militanza, la mia era partecipazione appassionata a qualsiasi attività internazionale mi si presentasse all'orizzonte, in particolare con le organizzazioni delle donne, come la Unión Nacional de Mujeres Mexicanas, che mi permisero di andare a innumerevoli congressi e riunioni. La Revolución aveva trionfato a Cuba, e nel 1960 andai all'Avana, dove conobbi il Che... Avevo pochi anni più di lui, e per me, oltre che il Che, era anche il bellissimo uomo Ernesto, confesso che faticavo a separare i due aspetti... Ricordo una mattina in cui facemmo colazione assieme, lui non parlava molto, bastava lo sguardo, una battuta, poche frasi, e quel sorriso che ogni tanto affiorava sul volto pensoso, riflessivo... Fidel l'ho frequentato sporadicamente, la prima volta che lo vidi mi impressionò per quanto era alto: una sera, per richiamare la sua attenzione, lo tirai per i pantaloni, come una bambina discola, ma di sicuro non arrivavo a battergli la mano sulla spalla. Poi, con le delegazioni che dal Messico andavano ai congressi vari, mi recavo spesso in Unione Sovietica, dove ho visto i lati buoni del socialismo, allora notavamo di più l'efficienza degli ospedali o l'aspetto sano dei bambini ben vestiti e istruiti, che non la mancanza di libertà civili, e per noi messicane, quelli erano dettagli di non poco conto, viste le condizioni del nostro continente... Di Yuri Gagarin ricordo la simpatia un po' guascona, la semplicità di un giovane alla mano, che la notorietà planetaria non aveva per nulla cambiato. Ma ancor più emozionante fu conoscere Valentina Tereskova, perché, vedi, per noi, la prima cosmonauta, la prima donna che aveva condotto da sola la Vostok 6 nell'orbita della Vostok 5, un'impresa straordinaria, era un simbolo di riscatto, di emancipazione veramente rivoluzionaria: ero una donna messicana che proveniva da situazioni familiari tutto sommato tradizionali, e Valentina, per me, rappresentava molto, e poi, era incredibile vederla così giovane, aveva una quindicina di anni meno di me, e già “la prima donna nel cosmo”... In un altro viaggio ho conosciuto Nikita Kruscev, che sembrava simpatico e istintivo come all'Onu, quando si era tolto la scarpa e l'aveva sbattuta più volte sul banco. Poi, con la crisi dei missili a Cuba, per noi sostenitori sfegatati della Revolución, l'immagine di Nikita si sarebbe un po' sbiadita... Nikita-mariquita-lo que se da no se quita, gridavano i cubani. Be', mariquita non era il termine adatto, ma più che un insulto sessista, era un problema di rime...
Il bello di tutte queste esperienze, era l'ambiente che si creava, tutto il contrario di una situazione formale, anzi, tra cubani e messicani, ogni congresso finiva in festa, con bevute colossali dove i russi perdevano l'etichetta, e uno tira fuori il ron e l'altro declama le virtù della vodka e quell'altro della tequila, e così via, tra discussioni interminabili, in un clima divertente, amichevole, di grande affetto generale, di comunanza di ideali e di semplice godimento della compagnia... Be', il pranzo con Indira Gandhi, qui in Messico, in effetti fu più formale, quello sì.
Intanto, c'era la guerra in Vietnam, e io facevo parte del gruppo Morelos, semiclandestino, perché i tempi stavano peggiorando e bisognava stare in campana, e andavo spesso all'ambasciata del Vietnam del Nord a coordinare le attività. E così arrivò il '68... Partecipavo a tante manifestazioni, e spesso ci portavo Malú e persino Ernesto, che era ancora piccolo, neanche nove anni, mentre Pancho era un militante a tempo pieno, lui il Movimiento lo ha vissuto dall'inizio alla fine. Per fortuna Ernestito non era con me, la notte di Tlatelolco. All'improvviso, l'elicottero che accende il faro, e subito comincio a vedere gente che cade colpita intorno a me, la desbandada della folla, tutti che corrono senza sapere dove, con le scariche di fucileria e le raffiche delle mitragliatrici che falciano a casaccio, i calcinacci dei muri che si scheggiano sotto la pioggia di pallottole, e io che penso: ahora sí me toca, stavolta è finita... A un certo punto sbatto contro un soldato con il fucile imbracciato, ma anziché sparare mi da uno spintone ringhiando: “Togliti dai piedi, pinche vieja”. Mi sono ritrovata fuori dalla piazza, salva per caso, lasciandomi alle spalle centinaia di morti e feriti. E l'indomani, le Olimpiadi, come se niente fosse, il mondo indifferente, il Messico attonito, e di lì a poco, la guerriglia sulle montagne... Pancho se ne andò a Cuba, per sfuggire alla repressione, e là cercò di arruolarsi per andare a combattere con le guerriglie anticoloniali, ma aveva problemi di salute, doveva prendere medicinali ogni giorno, e così, non potè partire, e a un certo punto tornò in Messico.
E io a organizzare comitati di appoggio, sempre più clandestini, perché ormai ci si giocava la pelle. Con gli anni settanta, vennero i movimenti di resistenza in Centroamerica, io, ufficialmente, militavo nella Unión de Mujeres, ma seguivo le attività di vari comitati, dove raccoglievamo aiuti, fondi, e offrivamo ospitalità ai feriti che dovevano ristabilirsi, o ai delegati che rappresentavano le organizzazioni guerrigliere all'estero. L'altro duro colpo fu nel '73, con il golpe di Pinochet in Cile: la morte di Allende ci lasciò prostrati, lo avevo conosciuto qui, all'aeroporto, durante una visita ufficiale, e con lui moriva una grande speranza, piansi un giorno intero, come se fosse un fratello, uno di famiglia, e... si doveva ricominciare tutto da capo, stringendo i denti, a resistere, come sempre, a resistere... Hasta la victoria siempre... Già era stato così duro, accettare la notizia della morte del Che, nel '67. Ma a parte Cuba, ogni vittoria finiva affogata nel sangue, dal Cile al Nicaragua, dove la rivoluzione sandinista, altra impennata di entusiasmo e di speranza, ha dovuto cedere sotto la costante aggressione del nemico di sempre... Gli Stati Uniti sono il cancro del pianeta. E noi, a darci da fare con gli esiliati, che almeno in questo il Messico si è distinto, perché il governo magari sparava addosso a noi ma non rifiutava l'accoglienza ai rifugiati di ogni sconfitta. In quegli anni mettemmo in piedi un circolo dove proiettavamo film come La battaglia di Algeri, a cui ero particolarmente legata perché a suo tempo avevo seguito da vicino la lotta di liberazione degli algerini, ricordo che in un viaggio da Mosca a Parigi mi fermai qualche giorno nella capitale francese ospite in un appartamento che risultò essere di un algerino clandestino, che cominciò a farmi una corte sempre più pressante... Be', quando dovetti ripartire, era tristissimo, e per qualche tempo ha continuato a scrivermi, invitandomi ad andare a vivere con lui in Algeria... Insomma, dicevo del cineclub: era un modo per sensibilizzare giovani che inizialmente venivano solo perché attirati dalla possibilità di vedere film gratuitamente, e diffondevamo la rivista Estrategia, anche se criticavo i contenuti troppo intellettualistici, e lo dissi chiaro ai compagni della redazione: così non possiamo pretendere che la leggano i lavoratori, rischiamo di rivolgerci ai pochi che hanno un alto livello di istruzione... Poi, con gli anni ottanta, mentre dedicavamo tutte le energie per difendere il sandinismo e per appoggiare il Frente Farabundo Martí in Salvador, qui sarebbe arrivata l'ubriacatura di Salinas de Gortari, l'illusione in cui caddero tanti di far entrare il Messico nel Primer Mundo... stiamo ancora pagandoli cari, i danni fatti da quel farabutto che per altro continua ad avere molto potere.
Con la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, tutto sembrava finito: la stanchezza, lo scoramento, la convinzione che non ci fosse più alcuna possibilità di cambiare el rumbo, la rotta verso il caos del neoliberismo, lasciai Città del Messico, vendetti la casa nella Del Valle che aveva visto tante storie, tante vicissitudini, e me ne andai a vivere a San Cristóbal. E all'alba del 1° gennaio del '94, succede che la Storia si rimette in marcia quando pretendevano di convincerci che fosse finita. Fino a qualche tempo prima ero a Città del Messico, a casa di mio fratello Pablo. Era un pessimo periodo, per tanti motivi, familiari, politici, insomma, uno scoramento generale... Bene, un bel giorno mio nipote Martí mi dice: abuela, andiamo a San Cristóbal, e fu lui a farmi prendere la decisione, a darmi l'occasione per togliermi da quella situazione: Martí aveva i suoi buoni motivi, e a San Cristóbal c'era già mio figlio Ernesto, dunque, perché non tornare nel mio querido Chiapas?
La notte di Capodanno ero a casa di un amico di Ernesto, alla fine della cena sono tornata a casa, senza accorgermi di niente: sì, dopo, ho ripensato a certi gruppetti di persone che si muovevano nell'ombra, ma al momento non ci ho fatto caso. Al mattino, vado a casa di Ernesto e trovo lui, la sua ragazza e altri amici tutti chini sulla radio, e mio figlio mi dice: “Hanno occupato il municipio, sta succedendo qualcosa di grosso”. Subito squilla il telefono: mio figlio Pancho da Tapachula, con voce ansiosa, mi dice di non uscire perché ha saputo che a San Cristóbal c'è una situazione pericolosa, non si capisce bene cosa e come, insomma, mi raccomanda di non muovermi. E figuriamoci se me ne restavo chiusa in casa... sono andata subito in centro. E vedo centinaia, migliaia di indios armati, o con fucili finti, di legno, che svuotano gli archivi del palazzo del governo, che girano per le strade come pattugliandole, tutti con l'aria molto stanca. La piazza era un tappeto di fogli, carte, documenti, certificati... Ricordo in particolare le donne: infangate, poche con armi da fuoco, molte con machete o zappe in spalla, e tutte con la faccia smagrita, emaciata, come se avessero percorso a piedi chissà quanti chilometri... Erano circa le nove del mattino. Allora sono tornata di corsa a casa, e ho detto a tutti quelli che se ne stavano lì dentro: non siate cobardes, non si tratta di un saccheggio di bande di ladri, sono guerriglieri, non ho dubbi, quindi... non c'è da avere paura, no? E andiamo tutti in piazza. Vedo una donna che dà ordini via radio, poi avrei saputo che era la mayor Ana María, che negli anni seguenti ho avuto modo di conoscere bene. E quel tipo che ogni tanto si infilava in una camionetta e parlava per radio, e poi tornava in piazza e parlava con chiunque, spiegando chi erano e perché avevano occupato San Cristóbal. Marcos. Il Subcomandante. El Sup, come lo chiamiamo adesso. E poi entra nel palazzo, si affaccia al balcone, e dice: “Non siamo banditi, né criminali, né ladri. Siamo gente che lotta contro questo governo, a cui dichiariamo guerra”. Sono tentata di gridare “Viva!”, ma mi guardo intorno e vedo solo facce preoccupate, tese, tutti zitti, tutti come se vivessero una situazione irreale. Be', quando Marcos scende, mi avvicino e gli dico: che possiamo fare? Raccogliamo cibo, medicinali? Come possiamo aiutarvi? Come farvi arrivare sostegno da Tapachula? Dissi da Tapachula perché lì viveva mio figlio maggiore, che è medico e ha una serie di ambulatori, quindi mi sarebbe stato più facile raccogliere medicinali e generi di pronto soccorso. Marcos rimane interdetto, deve aver pensato: abbiamo appena cominciato, e già si è formato un comitato di appoggio a Tapachula, cioè a un giorno di strada da qui... E dice: grazie, ma ce ne stiamo andando.
E poi... i soldati in città che ci puntavano i fucili in faccia, il massacro di Ocosingo pochi giorni dopo, e i comitati, le carovane, le manifestazioni, le prime trattative di pace, i “cinturoni” per proteggere i delegati zapatisti, la faticosa presa di coscienza di una società civile che tentava di resuscitare, finché, un giorno in cui mi sentivo stanca, incapace di fare abbastanza per loro, ho scritto quella lettera. E pochi giorni dopo, un compagno mi ha portato dalla selva la risposta di Marcos, che non aspettavo, con quella sorta di nomina ufficiale a “nonna di tutti gli zapatisti”. E niente, eccomi qua, a luchar para la dignidad cotidiana, nada más.


Salutandoci con la stessa promessa di sempre, “ci rivediamo presto”, María Luisa mi ripete la raccomandazione che da qualche anno mi fa a ogni commiato: “Ricorda che sto vivendo il tiempo extra, non tardare, che la vita non può aspettare ancora per chissà quanto”. E lo dice con serenità, ridendo con quel suo viso da ragazzina impenitente, da eterna ribelle che non invecchierà mai.
 
I vostri commenti
Il commento di Giusi 2 luglio 2006


Semplicemente fantastico. L'ho stampato ...e portato al lavoro e letto ...con calma in un giorno di " fiacca " sai...oramai la gente aspetta i " saldi " !!...Sono commessa in Trento city...! Spero ci racconterai cosa è successo nella " semana negra " sono certa che ci terrai informati. Ho letto su Repubblica di oggi l'articolo di Paco....altro nome illustre della letteratura che adoro ...ahh come vorrei essere li con voi. Buena suerte by Giusi


 
Il commento di Giusi 2 luglio 2006


Ma ciao Pino....ma che mi fai !!! Sono diventata una " Cacucci" dipendente. Mi sono munita di p.c. da qualche mese ed eccomi qua assetata di leggere tutto e di condividere le emozioni che di riflesso mi trasmetti.Sono una appassionata di tutto quello che mi porta nell'America Latina e tu sei una buona guida.Grazie per quello che mi dai ....tu ancora non lo sai ma....siamo in tanti a vedere e vivere la vita come te.E se un giorno potrò partire ...e respirare l'aria che ho sentito mentre ti leggo beh.....potremo dire commossi ...che la vita è meravigliosa. Ti auguro ..buena suerte.....by Giusi


 
Il commento di giusi 22 giugno 2006


Sono felice di averti trovato in un blog mio caro pino. Troppo confidenziale ...? Spero di no è che...sai a forza di leggerti mi sembra di aver addiritura passato ore in tua compagnia . Mi sono stampata le tue parole dedicate alla tua amica Maria Luisa.....un pò anche amica nostra, e lette avidamente sul lavoro ...hi...hi...tra un cliente e l'altro...sai sono commessa in Trento city....Sono un avida lettrice di tutto quello che riguarda la letteratura latino americana e tu sei proprio un " vagabondo " che mi riporta la vita vera di quel pezzo di mondo che io adoro.Ti ringrazio per quello che scrivi , per come lo scrivi. Un abbraccio a te ..Buena suerte by Giusi


 
Il commento di valeria 1 giugno 2006


Salve,sono una studentessa trentina di Lettere.Da qualche mese sto lavorando alla mia tesi di laurea, la quale verterà..su di lei.Spero che la cosa le faccia piacere.Vorrei scriverle nel dettaglio come sta procedendo il mio lavoro,sperando di poterla intervistare prima o poi.In breve le dico che mi sto dedicando in particolare ai romanzi "storici" e alle biografie che lei ha scritto.Spero di essere all'altezza.Lavorando,il tempo scarseggia,ma la buona volontà c'è.Non pensavo fosse così difficile mettere su carta le riflessioni che i suoi romanzi mi hanno suscitato.i concetti che vorrei sviluppare riguardano:indifferenza,ribellismo,valore del ricordare e del prendere partito.Qualunque suggerimento lei abbia,sarebbe graditissimo!grazie


 
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