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3 dicembre 2020
In Universale Economica
Il mestiere di scrivere: il blog di Cesare De Marchi
L’impegno del romanziere 12 luglio 2006


Il romanziere scrive romanzi; ma perché li scrive? a che scopo?
La domanda, legittima e quasi naturale, ha però qualcosa di petulante. Si chiederebbe ragione a un medico della sua scelta professionale? E supponete che quello risponda: «Ma per alleviare le sofferenze del mio prossimo!», non gli si rinfaccerebbe ipocrisia? Tutti sanno quanto guadagna un medico… Ma se quello rispondesse: «È chiaro, tutti prima o poi hanno bisogno del medico, e io guadagnerò sempre», lo si chiamerebbe perlomeno cinico. Tuttavia la professione di medico ha ciò che manca a quella del romanziere: una funzione sociale definita e riconosciuta. Ecco perché fin dagli inizi della letteratura si è negata ai letterati una funzione sociale, o almeno una funzione sociale positiva (penso alla celebre condanna di Platone), ed ecco perché i letterati, anche non richiesti, si sono sentiti in dovere di giustificarsi cercando d’inventarsi una funzione aggiuntiva, diversa da quella di scrivere e raccontare.
Davvero una condizione unica, e sgradevole, quella del romanziere. Qualunque sia la sua risposta, sarà sempre tale che lo proietterà fuori della sua attività e lo metterà in una posizione d’inferiorità e di difesa. Pochi hanno il coraggio di Thomas Mann, che in apertura di una sua grande opera narrativa si chiedeva: Che cosa fa il narratore?, e rispondeva con una tautologia a dir poco coraggiosa: Il narratore narra!
Certo, il narratore narra; ma questo non basta ancora, perché gli si tornerà a chiedere il senso del suo narrare. Si noti che non si chiede a un ingegnere il senso del costruire strade e ponti, e nemmeno a un fisico che senso abbia studiare le particelle subatomiche; ma a un romanziere si chiede il senso del narrare, e ci si sente non solo autorizzati, ma quasi tenuti a farlo.
Il narratore narra. Narrando cerca ascolto, si mette al centro di un uditorio, o almeno ambisce a farlo; e allora non è forse senza motivo che il suo possibile uditorio pretenda di sapere da lui perché dovrebbe dargli ascolto. È così: chi narra, in generale chi si rivolge a qualcuno, scivola immancabilmente in una posizione di dipendenza, e dunque di inferiorità. «Vuoi che ti ascolti? Allora dimmi perché dovrei.»
Naturalmente il motivo del raccontare è racchiuso nel racconto, e Thomas Mann aveva ragione: non si può anticipare in una formula astratta la risposta che è costituita dal racconto stesso. Anche l’uditore, o il lettore, deve correre il suo rischio: ascoltare a vuoto; come il narratore rischia di narrare a vuoto, a un pubblico inesistente.
Certo questo giusto rigore del narratore è raro; perfino Cervantes nel presentare la storia di don Chisciotte si rivolge a un «desocupado lector», come dire: solo chi è sfaccendato avrà tempo (da perdere) nella lettura della mia opera. Ma i romanzieri hanno fatto e fanno anche altro: intervengono, si impegnano, parlano non interrogati delle faccende ritenute, a torto o a ragione, di dominio pubblico. Non solo della guerra e del nazismo, come Mann, ma perfino dell’attualità calcistica, come Günter Grass la settimana scorsa. È giusto questo? è fisiologico? Il narratore, perennemente in difficoltà per giustificare la propria attività narrativa, si mette a guardare negli occhi il mondo (che per lui in fondo è solo oggetto di descrizione) e lo giudica e prende posizione su quello che vi accade.
Su questa presa di posizione del narratore cercherò di prendere posizione a mia volta, nel prossimo intervento...
 
I vostri commenti
Il commento di Benedetta 3 agosto 2006


Dott. De Marchi, io adoro leggere e ultimamente sono spinta dal desiderio di scrivere, ma non per una funzione sociale (dato che non credo di poter essere di aiuto alcuno) ma solo per egoistica reazione alle delusioni del mondo. Vorei scrivere per dare, attraverso i miei personaggi, fiducia a me stessa. Vorrei essere più tenera con me stessa così come lo sono con gli altri. Scrivere racconti e un romanzo che nessuno leggerà mai mi da la sensazione di liberarmi dalle catene di tutti i giudici, di tutti gli arbitri esterni e di quelli interiori. Benedetta


 
Il commento di Twiggy 1 agosto 2006


Sono tante le domande che potrei fare ad un romanziere, ma mai gli vorrei sapere il motivo per cui scrive. Hanno una ragione le passioni? E, se anche l'avessero, perchè ci si dovrebbe sforzare di definire in termini razionali ciò che è legato alla creatività, all'estro, all'ispirazione? Ad un romanziere chiedo che mi regali emozioni.


 
Il commento di Anto 23 luglio 2006


Se c'è un mistero, c'è anche l'illusione dell'obbligo di doverlo svelare. Credo sia per questo che ci sentiamo in diritto di chiedere a un romanziere il motivo per cui scrive. Dove c'è un mistero, non siamo abituati a lasciare mistero.


 
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