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In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
Quando il re di coppe perse le mutande da bagno 3 ottobre 2006



Agosto 1978. L'isola di Cavallo, in Corsica, è un frammento di paradiso terrestre a poche miglia nautiche da Bonifacio. In pratica, i comuni mortali non possono accedervi con facilità: appartiene a una società, la Codil, di cui fa parte anche il Credito Fondiario Francese, e fino a qualche anno fa il funzionario di questa banca si presentava ai giornalisti come "presidente dell'isola". La Codil ha gestito l'operazione edilizia che fornisce a pochi miliardari scelti una villa esclusiva e tutti i servizi per vacanze adeguate al lignaggio: golf, tennis, equitazione, vela, biliardo, persino le bocce per i meno nobili che vogliano dedicarsi a tale passatempo plebeo. A Cavallo si approda solo su invito oppure ottenendo una prenotazione nell'unico albergo, che non concede una suite a chiunque. I proprietari delle ville sono così infastiditi dalle barche che arrivano dalla Sardegna da aver tentato con ogni mezzo di far stendere un cavo d'acciaio all'entrata del porto: neppure il più eccentrico tirannello di qualche repubblica delle banane era arrivato a tanto. Ma il progetto risulta tecnicamente irrealizzabile, così gli eletti adottano la "strategia della freddezza" verso chiunque venga a gettare l'ancora nella baia. Dati simili presupposti, è comprensibile la loro preoccupazione dopo la notte maledetta del 18 agosto 1978, quando l'isola di Cavallo ha attirato l'attenzione di gendarmi, magistrati e cronisti trasformandosi in un lembo di sabbia e scogli insopportabilmente popolato. Quella notte venne commesso un omicidio, e l'assassino, chiunque sia, oggi gira libero e ricco come prima, con un aneddoto in più da raccontare per vincere la noia.
È ormai sera quando da Porto Rotondo arrivano tre barche affollate di chiassosi giovanotti dall'assortimento eterogeneo. Il Coke, il Master e il Mapagià vanno a ormeggiare nella Cala di Palma proprio di fianco all'Aniram, un maestoso "SuperAmerica" battente bandiera azzurra con il nodo dei Savoia (Aniram è semplicemente "Marina" alla rovescia, nome della mancata regina d'Italia). La trentina di visitatori occasionali comprende alcuni nomi delle cronache rosa del tempo, come il medico-playboy Nicky Pende (all'epoca meglio conosciuto con lo strascico di "ex marito di Stefania Sandrelli"), l'altrettanto instancabile viveur Luca Valerio (classificazione mondana: ex marito di Corinne Clery), qualche aristocratico con nomi e cognomi impossibili da far entrare in una carta d'identità (Vittorio Guglielmi Grazioli Lante della Rovere marchese di Vulci e Montebello, per esempio), più alcune ragazze avvenenti tra le quali spicca la diciassettenne tedesca Birgit Hamer. La comitiva scende a terra e si divide: un gruppo al seguito di Nicky Pende va a cena nell'unico e costosissimo ristorante La Maison des Pêcheurs, mentre gli altri decidono che non vale la pena spendere una fortuna per un pesce arrosto con insalata e rimangono a gironzolare sull'isola. Tra questi c'è anche il fratello diciannovenne di Birgit, Dirk Hamer, che è stato invitato all'ultimo momento su richiesta della sorella e non sembra neppure troppo entusiasta del luogo e della compagnia, tanto che sarà tra i primi a tornarsene in barca verso le 10 e 30 per andare a dormire. Quelli del ristorante fanno un po' di chiasso, ridono e scherzano ad alta voce attirando occhiate di riprovazione da parte dei compunti clienti abituali, e al momento di pagare il conto scoppia una riprovevole discussione tra Nicky Pende e il maitre: il motivo è quanto di più venale si possa immaginare, cioè il rifiuto di pagare centomila lire a testa per una cena giudicata (da coloro che l'hanno ingerita) una banale mangiata da trattoria e neppure abbondante. La controversia deve aver fatto inorridire i silenziosi commensali degli altri tavoli, al punto che uno di loro si avvicina a Pende e lo invita a moderarsi: "Signori, vi prego, siamo italiani, non diamo spettacolo..." L'abbronzato signore preoccupatissimo di non far sfigurare l'unico paese dove non può rimettere piede, si chiama Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria principe di Napoli eccetera, da qualcuno chiamato semplicemente Sua Altezza e da molti noto soltanto come figlio dell'ultimo re d'Italia Umberto II di Savoia. A Cavallo il principe è una sorta di gran ciambellano della paciosa ma scostante elite, vi possiede una villa in via di costruzione chiamata ovviamente Azzurra, e il suo intervento placa la contesa. Sembra inoltre che conosca gli indisponenti visitatori, tanto che ne ha trasbordati alcuni in canotto dalle barche alla riva. Un particolare curioso che potrebbe aver favorito l'iniziale approccio: una delle tre imbarcazioni, il Mapagià, apparteneva in passato ai figli di Giovanni Leone (l'avevano battezzata così dalle prime sillabe dei rispettivi nomi: Mauro, Paolo e Giancarlo), che quando era ancora presidente della repubblica aveva fatto ricorso ai servigi dell'erede al trono come mediatore di affari: durante una visita in Iran, lo scià Reza Pahlavi gli disse "Se volete trattare affari con il mio paese rivolgetevi al nostro consigliere economico Vittorio Emanuele di Savoia". E l'accordo firmato da Agip e Eni fruttò al "Principe di Napoli" provvigioni a nove zeri, oltre a una relazione con la famiglia Leone finalizzata a un possibile rientro in Italia.
Stando a quanto dichiarerà più tardi Nicky Pende, la tavolata di Vittorio Emanuele era tutt'altro che compassata: "Quando siamo usciti dal locale ho contato sul loro tavolo diciotto bottiglie di champagne per sei persone. Dovevano essere completamente ubriachi".
Il playboy in trasferta da Porto Rotondo ne ha abbastanza della vita notturna di Cavallo e se ne va a dormire sulla sua barca. Altri della comitiva si attardano sul lungomare, e quando decidono di ritirarsi nelle rispettive cuccette si accorgono che i canotti sono stati presi dai meno nottambuli. Ne trovano però uno "abbandonato" sulla spiaggia: pensando di rimetterlo lì l'indomani, non si fanno problemi a usarlo. Quel dannato canotto sarà un casus belli che, pur non passando alla storia delle famiglie reali quanto l'attentato all'arciduca a Sarajevo, sfocerà purtroppo in tragedia. Perché abbandonato non era, e il proprietario è Vittorio Emanuele, che si accorge della "sparizione" alle 3 del mattino. E gli "salta la mosca al naso" (parole sue). Il monarca in fieri giudica che il vaso sia ormai traboccato. Pazienza il fracasso e il conto del ristorante, ma impossessarsi del suo canotto... un vero affronto.
"Adesso vado a riprenderlo" dice in villa alla moglie Marina Doria. La quale ha fama di consigliera posata e saggia (da una successiva intervista a un marinaio corso: "Vittorio Emanuele è sempre stato un bamboccione, però ha la fortuna di avere per moglie quella gran donna di Marina, che lo controlla e lo dirige bene..."). Quella sera donna Marina avrà avuto i pianeti in posizione avversa, o forse fu un rigurgito di regale disappunto verso la plebaglia ingrata, perché contrariamente alla sua abituale ponderatezza, dice al marito: "Faresti bene a portare con te un'arma, con gente simile c'è da stare attenti". E Sua Altezza va a mettere un caricatore da trenta colpi nell'amata carabina semiautomatica M 1, fucile da guerra statunitense di notevole potenza, gradito dono del dittatore filippino Marcos. Secondo le leggi francesi (e pure quelle italiane) non potrebbe nemmeno detenerla un'arma del genere. Il Savoia balza su un motoscafo e va all'arrembaggio. Vede il suo prezioso canotto legato al Coke, ma anziché riprenderselo e chiudere la faccenda senza cercare guai, sale a bordo e... secondo lui urta una bombola da sub, secondo Pende si era messo a svuotarle: un dispetto infantile? Una provocazione per vedere chi avrebbe avuto l'ardire di mettere fuori il naso? Fatto sta che Nicky si sveglia e lo affronta. Nonostante il fucile puntato, il playboy non si lascia intimidire: "Gli ho detto “stà buono, non è successo nulla, qui dormono tutti”. Lui mi si è avvicinato con aria minacciosa. Ho capito che stava per spararmi, e mi sono spostato fulmineamente". Secondo l'arrembatore, il tono del Pende sarebbe stato meno riguardoso: "Principe dei miei coglioni, ha urlato come un ossesso". Stando alla testimonianza di Birgit Hamer, neppure Sua Altezza mostrava un gran controllo dei propri nervi: "Ho visto Vittorio Emanuele ritto sulla prua della barca che urlava: “Vi siete divertiti alle mie spalle, ma adesso vi ammazzo tutti!”" E qui la situazione precipita. Il nipote del re omonimo che se la svignò ingloriosamente l'8 settembre, quel 18 agosto non diede un solo passo indietro e schiacciò il grilletto. Un colpo in aria, dice lui. "L'ho sentito fischiare a pochi millimetri dalla mia testa" è la versione dell'indomito Nicky, "spostandomi ho perso l'equilibrio e quello ne ha approfittato per colpirmi in testa con il calcio della carabina. Allora mi sono buttato su di lui..." E finiscono entrambi in mare, avvinghiati. Intanto, è partito un secondo colpo dall'M 1. "Nella caduta devo aver urtato il grilletto..." ammetterà Vittorio Emanuele, "pensavo solo a nuotare per salvare la pelle. Oltretutto, nella rissa avevo perso le mutande da bagno, e non volevo coprirmi di ridicolo..."
Testimonianza di un caro amico del Savoia, l'architetto Silvano Larini, che diverrà molto noto diversi anni più tardi per le traversie di Tangentopoli: "Le mutande ripescate dalla gendarmeria sul fondo della cala erano tutte lacere, segno evidente di una lotta terribile". Curioso modo di lottare, quello tra il Pende e il principe. E mentre lui si preoccupa di evitare il ridicolo tenendo le pudenda nell'acqua oscura (ma qualcuno giura di averne colto un ultimo commento sprezzante: "Ora quei tangheri sono serviti"), sulle barche la situazione è drammatica. Dal Mapagià vengono delle urla disperate: è Dirk Hamer, il ragazzo che meno di chiunque altro c'entrava con tutta quella delirante pagliacciata. Stava dormendo nella sua cabina, quando una pallottola "vagante" gli ha trapassato l'inguine recidendo l'arteria iliaca. Dirk perde sangue a fiotti, le sue condizioni si aggravano a ogni minuto che passa. Cercano di tamponare la ferita, ma è tutto inutile. Nella confusione che segue, c'è chi chiama un elicottero da Porto Cervo, ma non arriva. Alla fine, decidono di trasportarlo in barca a Porto Vecchio. Birgit telefona al padre, Gerd Hamer, uno scienziato tedesco di Heidelberg che all'epoca si trovava a Roma con la famiglia. Nella speranza di salvare Dirk, ormai in prognosi riservata, lo trasferiscono a Marsiglia, in un ospedale meglio attrezzato. Ma il ragazzo peggiora giorno dopo giorno, e i medici si vedono costretti ad amputargli la gamba sinistra, ormai in necrosi avanzata. Altro trasferimento, stavolta a Heidelberg, e qui Dirk sembra recuperare parzialmente le forze, i suoi organi danno segni di ripresa, anche se l'attività renale resta critica.
Ma torniamo sull'isola di Cavallo. Quando Vittorio Emanuele viene avvertito del tragico epilogo della sua sfuriata, i fumi dello champagne si dissipano in fretta. Presentatosi all'unico gendarme dell'isola, viene rilasciato immediatamente e la pratica passa prima a Bonifacio e poi ad Ajaccio. Qui il giudice istruttore Hubert Breton, vagliati i fatti e interrogato il principe, ne ordina l'arresto per i reati di lesioni volontarie aggravate e detenzione di arma da guerra. Il caso sembra risolto, anzi, non presenta nemmeno dei punti oscuri: Vittorio Emanuele dichiara che si è trattato di una tragica fatalità, il primo colpo lo ha sparato in aria e il secondo è partito durante la colluttazione. Ai giornalisti dice: "Ho sbagliato e pagherò". Il suo atteggiamento è quello di chi si sente colpevole e spera di attenuare il clamore della stampa mostrandosi affranto e voglioso di riparare. L'avvocato difensore, il parigino Jacques Léauté, da bravo principe del foro interviene garantendosi una futura scappatoia: "Vittorio Emanuele è così prostrato da rifiutare qualsiasi forma di difesa". L'avvocato ovviamente si preoccupa di prendere tempo per approntare una difesa adeguata, mentre le dichiarazioni dell'imputato non giovano al caso, dato che suonano troppo vicine a un'aperta confessione (diversi giornali riportano una frase del giudice Breton, che dopo aver ascoltato le sue ammissioni, avrebbe detto portandosi eloquentemente la mano al mento: "Altesse, vous êtes dans la merde jusqu'ici", che tradotto letteralmente risulta "Altezza, siete nella merda fino a qui").
Vittorio Emanuele di Savoia ottiene una cella singola e il permesso di incontrare donna Marina ogni giorno (quando per i comuni detenuti è previsto un solo colloquio alla settimana: ma si sa, noblesse oblige...), così può ricevere tempestivamente dati e notizie sui suoi affari sparsi in vari continenti. Inoltre, diffonde la notizia di aver mandato un milione di dollari alla vittima a titolo di risarcimento.
La prigionia di Sua Altezza dura cinquanta giorni, poi viene rilasciato in libertà provvisoria. L'agonia di Dirk Hamer sarà più lunga: dopo trecento trasfusioni e tredici interventi chirurgici, il giovane si spegne il 15 dicembre 1978 per blocco renale. Tutto sembra perduto, per l'erede a un trono che non esiste. Ma... gli avvocati hanno lavorato sodo. Del resto il tempo non è loro mancato. L'11 ottobre del 1989, cioè undici anni dopo i fatti, la Sezione Istruttoria del Tribunale di Bastia rinvia Vittorio Emanuele alla Corte d'Assise di Ajaccio per lesioni e ferite volontarie. La difesa porta in tribunale sei testimoni che assicurano di aver sentito quattro colpi d'arma da fuoco, e non due. Quindi, esisterebbe un secondo sparatore rimasto sconosciuto. Il ricorso viene accolto e la sentenza di Bastia annullata: il processo è rinviato alla Chambre d'Accusation di Parigi. Vittorio Emanuele cambia totalmente atteggiamento: "Le indagini sono state condotte a senso unico. Non voglio rispondere di un delitto che non ho commesso". Dagli Stati Uniti arrivano reperti del fior fiore dei periti balistici a pagamento, che sostengono come la traiettoria del proiettile sparato dall'M 1 non possa aver raggiunto Dirk Hamer. Ma il 12 ottobre 1990 la Chambre d'Accusation rinvia a giudizio l'imputato per omicidio preterintenzionale. Poi, in Assise, Vittorio Emanuele viene assolto da tale accusa, e condannato soltanto per il possesso di arma da guerra, sei mesi interamente amnistiati. La Cassazione respingerà il ricorso della famiglia Hamer, prosciogliendolo definitivamente nel luglio del 1992. "Il potere e il denaro hanno vinto come al solito" dichiara sconsolata l'avvocata di parte civile. Gerd Hamer, padre della vittima, rivela anche l'estremo affronto subito: "La somma del risarcimento non è mai stata versata. I Savoia hanno utilizzato il documento per dimostrare davanti alla stampa e ai tribunali l'avvenuto pagamento di un milione di dollari, ma a noi nessuno ha dato nulla, le spese delle cure per il povero Dirk le abbiamo interamente pagate di tasca nostra".
Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria, è dunque innocente. Questa la sentenza giunta all'ultimo grado di giudizio. In tutta la vicenda, lui ha pur sempre perso il prezioso dono-souvenir di un dittatore filippino, di cui le cronache mondane ricordano soprattutto la moglie Imelda, considerata la più grande collezionista di scarpe da donna della storia. Quale storia? Quella dei re di coppe e dei loro passatempi a volte del tutto innocui, a volte meno...
 
I vostri commenti
Il commento di damiano 11 maggio 2007


Non dimentichiamoci che questo vile signore è anche un pidiusta! e nonostante che la p2 si sia sciolta da tempo gode di tanti appoggi! Quello che mi fa imbestialire è che anche per gli ultimi fatti è stato scagionato! Vergognoso! Continua a scrivere i libri Cacucci! Sei un grande! Viva l'america latina!! Viva la resistenza!


 
Il commento di sara 7 novembre 2006


non so se questo è il modo più giusto per riuscire a comunicare con lei...ma a me sembra l'unico...ho letto molti dei suoi libri e alcuni di quelli che lei ha tradotto...le volevo fare i miei complimenti per i ritratti magnifici che lei dipinge, e la volevo ringraziare per avermi fatto conoscere personaggi fantastici nella loro realtà...colgo l'occasione per comunicarle(anche se non so quanto la possa rendere felice...!)che ieri mi è stata accordata la tesi di laurea su di lei e sulle sue splendide pagine...


 
Il commento di AlbertoNigro 1 novembre 2006


Caro signor Cacucci,leggendo il suo libro "ribelli!" ho appreso dell'esistenza del film "Corbari". Mi sono messo un pò a chiedere in giro ed è venuta fuori una copia.Non so se in questi anni è riuscito a soddisfare la voglia che aveva di rivederlo altrimenti mi dice come e mi occupo io di farglielo avere.La saluto con affetto e la ringrazio per i bei libri che continua a scrivere.


 
Il commento di Gianni 4 ottobre 2006


Caro Pino, pungente, profondo e chiaro, come sempre...pensa che tra quelli che hanno dato più risalto alla famiglia Savoia, è stato Fabio Fazio con le sue trasmissioni...e la sinistra non ha fatto nulla per impedire il rientro...d'altronde sta iniziando un revisionismo anche del Re che ha lasciato l'Italia allo sbando nel 43, alla fine sarà un eroe...mio padre diceva sempre : ciò che stato, ritorna...


 
Il commento di Marina Molon 3 ottobre 2006


Questa é una storia vergognosa purtroppo nota a tutti, spero, ma raccontata con la Sua consueta ironia disincantata diventa una lettura piacevolissima, pur senza cessare mai di essere un fermissimo atto d'accusa. P.S.: Sto cercando disperatamente "Gracias Mexico": è veramente esaurito o c'é ancora modo di acquistarne una copia?


 
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