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In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
cartoline dalla Sardegna: forse le armi di sterminio se ne vanno dalla maddalena... 17 novembre 2006


Forse se ne vanno davvero. Sto attraversando il ponte tra La Maddalena e Caprera quando il GR Regionale annuncia “da indiscrezioni accreditate” che entro due anni i sommergibili nucleari della US Navy verranno spostati nella base di Diego Garcia, nell'oceano Indiano. Dall'imbocco del ponte, si vede la grigia mole lugubre della gigantesca nave appoggio Emory Land, ormeggiata di fianco all'isola di Santo Stefano, la terza dell'arcipelago per grandezza, e le sagome nere dei sottomarini attraccati lungo le murate, a ricevere uranio per i reattori e a scaricarne di “impoverito”, più la manutenzione di missili balistici e siluri per queste macchine che sono davvero strumenti di sterminio di massa, tutte operazioni che fanno rabbrividire solo a pensarci, vedendole fare lì, a pochi chilometri dall'Eden che si affaccia sulle Bocche di Bonifacio.
Qui c'è anche chi si preoccupa per l'eventuale “perdita di posti di lavoro” intesi come servizi forniti alla base Usa, più le centinaia di appartamenti affittati alle famiglie dei militari, e i tanti pub e locali vari, perché si sa, i marinai in franchigia scolano birre a profusione. Ma sono in tanti a gioire per la prospettiva di restituire al turismo - “responsabile”, ci auguriamo - quest'angolo di paradiso terracqueo che il mondo ci invidia: nel Mediterraneo neanche Formentera può competere con la variegata bellezza dell'arcipelago della Maddalena, e occorrerebbe andare fino alle baie e insenature della Baja California messicana per ammirare qualcosa di simile a questi capricci della natura in vena di creatività artistica - innumerevoli le ‘“sculture” realizzate dal vento sul granito in milioni di anni - là dove il Mar di Cortés accarezza o flagella coste apocalittiche e oniriche quanto quelle dell'estrema propaggine di Sardegna gallurese. Una fantasmagoria che lascia attoniti, specie all'alba, quando i militari sono ancora nelle tante caserme e il traffico di natanti è ridotto a pochi pescherecci borbottanti nell'immoto silenzio.
Un destino bellicoso ha disseminato l'ambito arcipelago di una miriade di fortezze, per lo più diroccate - ed è un peccato, perché alcune sarebbero straordinari musei, se solo le avessero tenute in sesto - a cui si aggiungono le brutte strutture delle scuole di marina e quelle ancor più invasive di arsenali e depositi di esplosivi sotto forma di missili, bombe e tutta la parafernalia che trasforma il bello in inquietante. Già i romani scelsero le sette isole, circondate da uno sciame di isolotti, per le loro basi d'appoggio alle navi che solcavano il Tirreno, poi, nel XII secolo, se le contesero genovesi e pisani, lasciandole pur sempre spoglie, finché i pastori corsi vi trasferirono le greggi con migrazioni stagionali a partire dal XVI secolo: d'estate tornavano sulle montagne di Corsica, per scampare alle incursioni dei pirati. Spesso si spingevano fin qui i pescatori di corallo liguri, e persino toscani, ponzesi e napoletani. A sloggiarli tutti definitivamente ci avrebbero pensato i soldati piemontesi, quando a partire dal 1797 la Sardegna fu annessa all'infimo regno dei Savoia, e cominciò così la militarizzazione dell'arcipelago, con la costruzione di forti e caserme un po' ovunque. Erano tempi di accanita rivalità con la Francia, che nel 1793 mandò una spedizione sbarcando sull'isola di Santo Stefano con l'intenzione di impossessarsi di quelle strategiche “isole intermedie”, come le chiamavano a Parigi ritenendole più corse che piemontesi. Non fecero però i conti con i sardi: l'inaspettata reazione dei galluresi, accorsi in gran numero con ogni sorta di arma rimediata e guidati dall'ardimentoso marinaio maddalenino Domenico Millelire, inflisse la prima sconfitta a un giovane capitano d'artiglieria corso, tale Napoleone Bonaparte, che si era messo a bombardare La Maddalena da Santo Stefano. Non fu l'unico dolore che subì da queste genti: nel 1804 accolsero la squadra di Horatio Nelson, a rifornirsi prima di affrontare la flotta francese a Trafalgar, e ancora si conservano in chiesa i doni lasciati dall'ammiraglio inglese, un crocifisso e due candelabri. La “vocazione indotta” dell'arcipelago era ormai segnata: piazzaforte navale, principale base della marina con la testa a Torino e i piedi a mollo in Gallura, e dunque lo sviluppo, se così si può definire, delle isole maddalenine è stato da allora legato alle servitù militari. Un contrasto stridente, punteggiato ovunque dagli insopportabili cartelli “Alt-zona militare”, oggi che fortunatamente in molti apprezzano di più le berte maggiori e minori, le procellarie, i falchi e i gabbiani corsi, rispetto agli Harrier a decollo verticale, e ancor più contrasta il decreto a parco del 1998 con l'incidente del sommergibile nucleare Hartford che, il 25 ottobre 2003, ha cozzato ripetutamente contro i fondali perdendo forse quantità micidiali del suo “propellente atomico”, in tal caso provvidenzialmente allontanate dalle forti correnti ma, qualcuno, probabilmente a nord, adesso ci sta facendo comunque i conti, e le tracce di plutonio 239 rilevate dai francesi non inducono alla tranquillità ostentata dai comandi militari.
L'unico “combattente” che da queste parti gode di incondizionato rispetto è Garibaldi, che a Caprera volle ritirarsi sdegnosamente, quando capì che i gattopardi erano invincibili e si rassegnò al volontario esilio nel luogo che più amava al mondo. Caprera è isola ideale per la bicicletta da montagna, e pedalando al di là del ponte si oltrepassa il Club Mediterranée (il primo aperto della lunga serie, nel 1955, unica struttura affollata perché il resto è disabitato in base alle giuste leggi della riserva naturale), si svolta a sinistra e si prosegue fino al “Compendio Garibaldino”, con la Casa Bianca dove l'Eroe dei due Mondi risiedeva dal 1856 - e la “casa di ferro” prefabbricata dove dormiva in attesa di concludere i lavori della dimora principale - firmando ogni lettera come “Giuseppe Garibaldi agricoltore”: anni di dura zappa trasformarono questo selvaggio grumo di roccia boscoso e spazzato dal maestrale in un'azienda che produceva frutta, olio, vino (proprio lui, che beveva solo latte), con bovini, capre, maiali e polli. Oggi, all'ingresso della casa museo, restano solo i cinghiali, e si capisce il motivo di tanti cartelli che invitano a non dare loro da mangiare: qui sembrano animali da cortile, specie i piccoli delle recenti nidiate, che si avvicinano ai visitatori aspettandosi un pezzo di panino e posano indifferenti per le foto ricordo. Prima che agricoltore, Garibaldi era esperto marinaio, e persino mastro carpentiere: alcune delle grosse barche che costruì con le sue mani sono ancora esposte nei pressi della sua tomba. Ogni oggetto è rimasto come lo lasciò il 2 giugno 1882, quando in punto di morte volle smarrire per l'ultima volta lo sguardo al di là della finestra, dal letto posizionato in modo da poter vedere il mare.
Tornando nella sorella maggiore, La Maddalena, i 20 km di strada panoramica offrono viste da sogno, culminando sui 156 metri del Forte Guardia Vecchia, e se è pur vero che solo in barca si può godere appieno delle struggenti bellezze dell'arcipelago, comunque molte cale e calette sono raggiungibili via terra, a patto di procedere a passo d'uomo sulle piste sterrate e ogni tanto ricorrere al passo vero e proprio, percorrendo sentieri che alla fine giustificano qualsiasi fatica. Ma proprio accanto all'imbocco del ponte per Caprera, c'è un'altra isoletta, Giardinelli, che tale non è più, essendo unita alla costa maddalenina da una lingua di sabbia che conduce in uno dei luoghi più suggestivi, la cosiddetta Capocchia du purpu, per via di una roccia di granito che il vento ha modellato facendone una piovra protesa sulla sabbia candida della caletta. Acque cristalline dal turchese allo smeraldo, come del resto in molte altre spiagge intorno, citando con particolare attrazione Bassa Trìnita, Monti di Rena (con l'immensa duna da cui si può rotolare allegramente per un centinaio di metri), o la raccolta Cala Francese o la più selvaggia Cala d'Inferno: 45 km di costa che, vale la pena ribadirlo, è davvero unica al mondo.
E la sera, una passeggiata indolente sul lungomare che si affaccia sulla vicina Palau, ad appena un quarto d'ora di traghetto, sbirciando la scultura naturale dell'Orso - ed evitando la mole oscura della USS Emory Land che incombe sul fianco di Santo Stefano - per poi risalire le stradine abbarbicate intorno al porto, fino all'incantevole Cala Gavetta, dove i pescherecci vanno e vengono, e si gode all'idea che entro un paio d'anni il paradiso perduto potrà essere restituito alla civiltà. Perché non sarà per caso, se il contrario di “militare” è “civile”.
 
I vostri commenti
Il commento di Alejandro Guardia 24 aprile 2007


Caro Signore Pino Cacucci, sono nato nel Messico, sebbene ho avuto parenti in Italia, nel 1930 il mio nonno è migrato in Messico, e rimasto tanto tempo. Comunque ho imparato (o al meno tentare) di imparare la vostra lingua, cosa che mi fà grande piacere; ho amici in Italia dove sono stato al meno quattro volte; ho letto il suo libro "La Polvere del Messico", libro che ho adcquistato per caso nell'aeroporto di Pisa. Mi ha piascuto davvero, è bellissimo, e devo dire, dice cose belle e tante cose vere della mia patria. Penso Lei sia stato fortunato, pero avere conosciuto tanta gente e visuto in questa nazione. E che regalo piú bello pó dare il visitante che questo libro? La ringrazio per leggere questa piccola email. Cordiali Saluti! Alejand


 
Il commento di Clelia 4 gennaio 2007


Ciao Pino, non ho trovato altro modo di contattarti se non tramite questo blog. Io vorrei farti una domanda perchè conoscendo la tua biografia è come se parte di te vivesse in me. Si può essere malati di viaggi? O meglio si può essere malati di luoghi? O meglio ancora, si può essere malati di Patagonia? Vivo qualunque luogo in cui mi trovo con un'intensità che a volte mi spaventa ma al tempo stesso mi riempie di emozioni tanto che a distanza di tempo posso viverlo come se vi fossi immersa. Stesse emozioni me le danno anche alcune persone. E' una cosa che non riesco a spiegare meglio di così.


 
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