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Apocalypto: ulteriori riflessioni di ritorno da un viaggio nella terra dei maya 24 febbraio 2007



Per i casi della vita sono capitato a Catemaco proprio mentre giravano Apocalypto. Catemaco è una cittadina sul lago omonimo nello stato del Veracruz, molto lontana dai territori dei maya, qui siamo sul Golfo del Messico, ma la zona è prediletta dalle troupe hollywoodiane per la fitta selva tropicale circostante e la relativa vicinanza con grandi città dove usufruire di tutti i servizi della modernità. C’è persino una sorta di “agriturismo”, un ecovillaggio dove ogni dettaglio mette in risalto il rispetto della natura, che all’ingresso ostenta un enorme cartellone con centinaia di foto di star. Tra tutte primeggia Sean Connery che qui interpretò Mato Grosso. Le autorità messicane hanno imposto regole molto severe, come il divieto assoluto di spezzare un solo rametto: se vogliono girare l’abbattimento di alberi devono portarseli di plastica, e infatti ce ne sono alcuni esposti tra quelli veri, a riprova di quanto fossero verosimili certe scene (compresa quella di Apocalypto in cui viene abbattuta una gigantesca ceiba secolare). L’accampamento di Mel Gibson sembrava quello di un esercito di occupazione, sovrastato da un’interminabile antenna satellitare, e i messicani ridevano raccontandomi che la frase da lui più urlata era “sangue! voglio più sangue!”. Pensai che non sarei mai andato a vederlo, dopo aver sentito quei commenti a caldo. Poi... la curiosità come sempre ha vinto, complice l’isteria collettiva sul trito tema della “violenza”.
Ora si è scomodato persino un ministro annunciando una riforma della censura, dopo le accorate proteste di genitori preoccupati per le scene sanguinolente (blood! more blood!) di questo film di fantasia non a caso distribuito dalla Disney. Che in Apocalypto ci sia molta violenza è inconfutabile, ma non supera certo in efferatezza quella di tante pellicole d’azione che frotte di infanti si sorbiscono ogni giorno in tv, e non vedo come sia meno diseducativo spappolare avversari con pallottole espansive anziché trafiggerli con pugnali di ossidiana. Ben altre polemiche sta suscitando in Messico, dove si leggono sui giornali pareri furibondi di storici, antropologi, archeologi, discendenti maya eccetera, tutti concordi nel definirlo una paccottiglia - un tempo dicevamo “americanata” - che stravolge la civiltà maya mettendo in risalto sacrifici umani e crudeltà gratuita senza ricordare che furono eminenti astronomi, matematici, artisti, architetti, nonché agricoltori esperti, e così via. Tanto rumore per nulla. Apocalypto non c’entra niente con i maya, infatti se non ce lo dicessero le conferenze stampa di Mel Gibson, nulla nel film lo afferma o lo dimostra, si tratta semplicemente di un filmone di avventure, anzi disavventure, con protagonista un indio cacciatore, membro di un’idilliaca comunità dove tutti si scompisciano dalle risate facendosi scherzi goliardici e forse più consoni alle caserme Usa che alla foresta yucateca o chiapaneca o guatemalteca, finché arrivano i “cattivi”, cioé i guerrieri di una città-stato a procurarsi prigionieri per sbudellarli, strapparne il cuore e far rotolare allegramente la testa dall’alto della scalinata di una piramide, tra i sorrisi compiaciuti di sacerdoti e sovrani e i lazzi dell’obeso erede al trono. Tutto qui. Certo, non si accenna minimamente al fatto che i maya avevano messo a punto un calendario di 365 giorni più preciso di quello in uso all’epoca presso gli europei, sapevano prevedere le eclissi e conoscevano perfettamente i cicli lunari, edificavano piramidi con immensi affreschi dotati di prospettiva ben otto secoli prima che Michelangelo si sbizzarrisse nella Cappella Sistina, erano cultori dell’igiene personale al punto da superare i romani in quanto a mania per le acque cristalline in cui bagnarsi quotidianamente e mai e poi mai avrebbero vissuto, come si vede nel film, tra cumuli di cadaveri putrescenti, insomma, l’essenziale è sapere che non si tratta assolutamente di un film sulla civiltà maya ma solo delle disavventure di Zampa di Giaguaro che scappa per due ore, ingaggiando sporadici duelli molto simili a quello che conclude L’ultimo dei mohicani. Mel Gibson ha affermato di aver “studiato” e di essersi avvalso di “esperti in materia”, ma a giudicare dai risultati sul set c’erano più probabilmente consiglieri texani con un tasso alcolico elevato quanto il suo, visti gli innumerevoli svarioni della sua pretesa ricostruzione epocale (l’unico consulente autorevole, il docente di antropologia Richard Hansen, appena visto il film montato ha preso le distanze dichiarandosi “profondamente deluso”): il maya yucateco che parlano gli attori è quasi del tutto incomprensibile ai maya che popolano tutt’ora lo Yucatán, secondo loro la pronuncia risente in maniera spesso grottesca di un forte accento “gringo” – con la sola eccezione di una bambina e un vecchio, unici due figuranti indigeni yucatechi, gli altri provengono da diverse etnie mentre i protagonisti sono quasi tutti statunitensi di nascita o adozione, - il bambù (parola malese risalente al XVI secolo successivamente diffusa dai portoghesi) a cui legano i prigionieri, allora non cresceva in quella regione, così come i cani che si vedono nel villaggio sono di pura razza bastarda nostrana odierna, per non parlare poi della pantera nera, cioè la varietà di leopardo cosiddetta “melanica” e presente in Africa e in Asia meridionale, mentre sul set si sarebbero dovuti vedere giaguari, che con qualche whisky di troppo possono anche assomigliare ai leopardi, ma allora tanto valeva mettere nella giungla mesoamericana pure cammelli ed elefanti. E che dire del finale, esilarante se non preannunciasse la vera apocalisse per quei popoli: arrivano i “buoni”, che sbarcano da caravelle levando in alto la croce, e... finalmente quei sanguinari la faranno finita con i sacrifici umani e regnerà la pace, la fraternità, la giustizia. È l’arrivo di una “missione umanitaria”, quella dei Conquistadores spagnoli, preoccupati dalle usanze barbare degli indios e disposti a sobbarcarsi perigliose traversate in mare per venire a evangelizzare questa terra di selvaggi tagliagole. Peccato che poco prima abbiamo visto una città con palazzi e piramidi, cioè corrispondente all’epoca del periodo classico (ne è prova il fatto che stanno costruendo nuovi edifici maestosi), che si situa tra il IV e il X secolo d. C., praticamente un millennio o quanto meno mezzo millennio prima dello sbarco dei salvatori europei. Già a partire dall’anno Mille iniziò l’inarrestabile decadenza, e quando Hernán Cortés mise piede in Messico, tutte le città maya che andavano dallo Yucatán al Guatemala e al Salvador, erano ricoperte da milioni di tonnellate di terra, con la fitta foresta tropicale a custodire il segreto. C’erano i maya, sì, ma intesi come comunità di contadini e cacciatori, e soprattutto pescatori, perché si erano ritirati sulla costa, in villaggi senza più piramidi né palazzi e tanto meno sacrifici umani, pacifici ma non ottusi, tanto che non credettero a nessuna missione umanitaria e diedero filo da torcere ai conquistatori, facendo fuori buona parte di quanti si spinsero nel sudest del Messico. In qualche scontro catturarono vivi alcuni spagnoli, che giustiziarono con un rituale che era anche una richiesta agli dèi di non mandarne altri. Questo fornì il pretesto ai conquistatori per affermare che erano dediti ai sacrifici umani, ma occorre tenere conto che presso i maya, come tutte le altre civiltà mesoamericane, la pena di morte era prevista per diversi reati considerati gravi, solo che, a differenza dei nostri metodi, per loro si trattava sempre e comunque di mettere in atto una cerimonia, in modo da offrire ai rei la possibilità di riscattarsi nell’aldilà. E chissà che tra due o tremila anni, se la nostra era dovesse concludersi con un “collasso”, gli eventuali posteri dei sopravvissuti non si scervellino a studiare gli usi e costumi dell’homo sapiens (si fa per dire) tra II e III millennio arrivando a considerare la lunga trafila dell’iniezione letale negli Usa o le kermesse delle fucilazioni pubbliche in Cina – per non parlare poi degli sgozzamenti videoregistrati o delle lapidazioni islamiche - come barbari rituali di sacrifici umani...
Riguardo la scena finale con il frate sulla scialuppa, lo sguardo tra l’assorto e il bonario, comunque animato dalle migliori intenzioni, va ricordato che fu davvero un frate a recarsi nello Yucatán, il francescano Diego de Landa Calderón, che nel 1562 decise di porre fine drasticamente alle “idolatrie” dei maya istituendo un tribunale dell’Inquisizione che torturò migliaia di indios per farsi consegnare idoli e documenti, senza risparmiare neppure i bambini: poi fece un immenso Autodafé bruciando una montagna di reperti archeologici, mandando così in fumo tutta la storia scritta di una civiltà millenaria, e facendo diventare matti i futuri archeologi e antropologi che cinque secoli dopo ancora si scervellano a decifrare la complessa scrittura dei templi finora strappati alla foresta. Sono scampati alla furia del francescano in missione umanitaria solo tre codici di una certa rilevanza, a parte le iscrizioni scolpite, che erano custodite da madre natura nel cuore della selva, anche se nel XX secolo buona parte delle stele in pietra finemente lavorata hanno preso la via di collezioni private inglesi e statunitensi, trafugate in vario modo, e delle quali vanamente il Messico chiede la restituzione.
Tornando all’annosa questione dei sacrifici umani, è in costante aumento la schiera di studiosi messicani che confutano tale credenza, diffusa interessatamente dai Conquistadores, che per giustificare i loro eccessi riuscirono a presentarsi come “civilizzatori” di popoli dediti a tale barbarie: la tesi opposta è che furono praticati in misura sporadica, e comunque appartenevano al passato quando gli spagnoli misero piede sulla costa del Veracruz. L’8 novembre 1519 quei quattrocento ardimentosi a cavallo entrarono nella sontuosa Tenochtitlán, l’odierna Città del Messico, restando abbagliati dalle strade sopraelevate che solcavano le acque del lago Texcoco e dalle costruzioni imponenti. Regnava Moctezuma II e gli aztechi, conquistato tutto il mondo da loro conosciuto, avevano cessato di combattere e si dedicavano alle arti e alle scienze, il poeta Nezahualcóyotl scriveva: “Viviamo su questa terra per un tempo effimero, il nostro non è che un sogno. Vi è forse qualcosa di eterno? E dove mai andremo, dove? Solo il canto degli uccelli e il profumo dei fiori ci appartiene su questa terra”, ben rappresentando le inquietudini di un popolo avviato alla “modernità del dubbio”, e disposto ad accogliere i barbuti centauri con offerte e doni, quando sarebbe bastato un cenno per annientarli. Di sacrifici umani, Cortés avrebbe sentito i racconti del passato. E riguardo i maya, finché furono una civiltà isolata, praticarono l’autosacrifico, cioè i dignitari di corte, sovrani compresi, per restituire alla terra il sangue che essa donava agli uomini sotto forma di mais, si trafiggevano parti del corpo in un lungo rituale, senza uccidere nessuno. Più tardi, tra il 975 e il 1200, sotto l’influenza dei toltechi venuti dal nord, praticarono i sacrifici umani in casi estremi, non certo in maniera “massiva”. Per tentare di capire quanta sacralità fosse insita nella pratica del sacrificio, occorre sapere che spesso si trattava di volontari, che nei giorni precedenti venivano trattati come semidei destinati a entrare in contatto con il regno dei morti e con chi reggeva l’universo, oggetto di ogni attenzione e persino adorazione. In quanto ai prigionieri di guerra, i maya sacrificavano soprattutto guerrieri nemici o sovrani di città rivali, e ciò accadeva al termine di una lunga campagna militare; basti un esempio: la guerra tra la città di Calakmul, nell’odierno stato del Campeche, e Palenque, nel Chiapas, vide le schiere della prima percorrere ben trecento chilometri nella selva per espugnare la roccaforte nemica. Questo significa che i conseguenti sacrifici umani avvenivano, in media, ogni mezzo secolo, perché simili guerre non erano certo eventi frequenti.
Attorno all’anno mille dell’era cristiana le città-stato e i centri cerimoniali vennero abbandonati e inghiottiti dalla selva, lasciando ai posteri un mistero affascinante e terribile, custodito però da numerosi maya delle classi inferiori, che si tramandarono una mole di materiale considerato sacro, poi fatto distruggere da Diego de Landa. Per lungo tempo si è creduto che i maya fossero pacifici, oggi sappiamo, dalla decifrazione di numerosi glifi rinvenuti soprattutto in Chiapas, che la casta dei guerrieri era potente e vi furono guerre tra alcune città, ma più spesso le dispute territoriali venivano risolte con matrimoni di convenienza che apparentavano le dinastie, e come ha recentemente dichiarato l’ex rettore dell’università del Quitana Roo, Francisco Rosado May, entrando nella polemica su Apocalypto: “Come avrebbero potuto raggiungere risultati così straordinari in astronomia, matematica, architettura e ingegneria, se fossero stati in costante guerra gli uni contro gli altri? Risulta ovvio che dovettero conoscere lunghi periodi di comunicazione e coordinamento tra una città e l’altra, confrontando e unendo le conoscenze acquisite, perché una sola dinastia non sarebbe potuta arrivare a tanto. Si trattò di una civiltà estremamente complessa, ma la nostra cultura occidentale ama semplificare le cose e accontentarsi della teoria del “collasso”, dovuto a ipotetiche guerre sanguinarie”.
Non servirebbe controbattere a un simpatico ubriacone come Mel Gibson che per altri due secoli i “buoni” della sua scena finale avrebbero continuato a praticare supplizi e tormenti, a bruciare sul rogo le donne colpevoli di avere i capelli rossi (chiaro segno di “probabile stregoneria”), a perseguitare gli ebrei con il pretesto della religione per impossessarsi delle loro proprietà, e che in una evoluta e bellissima città come Siviglia erano in uso i famigerati quemaderos, i “bruciatoi”, forni in pietra che potevano ospitare una dozzina di “eretici” alla volta, cotti a fuoco lento, perché ce n’erano così tanti da arrostire che i semplici roghi individuali non bastavano, non c’erano piazze a sufficienza... Per contro, sarebbe come se un regista messicano girasse due ore di film facendo unicamente vedere come si crepava all’interno di un quemadero di Siviglia, con dettagli e primi piani sulle ustioni progressive, sui resti carbonizzati, magari aggiungendo una bella scena di battaglia nelle Fiandre dove decine di migliaia di uomini si massacravano con archibugi, spadoni e alabarde, e poi annunciasse in una conferenza stampa di aver realizzato un film “sulla civiltà cattolica”. Certo, il cattolicesimo fu “anche” questo ma non è soltanto questo.
È un po’ deprimente dover constatare che l’Italia – polemiche genitoriali a parte – è il paese dove il filmaccio d’azione sta riscuotendo più successo, quasi godesse dei favori di un vasto pubblico a cui non gliene può fregare di meno della storia e della memoria, quel che conta è l’adrenalina, mentre negli stessi Stati Uniti, dove le sparate antisemite di Gibson hanno certamente rarefatto le simpatie di cui godeva, si registrano commenti al vetriolo, inferiori per indignazione solo a quelli comparsi in Messico: se la rivista Archeology lo ha liquidato come “pornografico” (per il bearsi della bassa macelleria, non certo in senso sessista), Kenneth Turan sul Los Angeles Times ha scritto spietatamente: “Gibson ha realizzato un film che può essere raccomandato solo a spettatori che abbiano una tolleranza nei confronti della barbarie ripugnante pari a quella di un comandante di campo di concentramento”, e il più pacato – e lungimirante sul piano dei guadagni – New York Times ha concluso: “Tra i giornalisti c’è la tendenza a dividersi tra chi lo considera un genio e chi un mostro: falsa opzione, perché si tratta in realtà di un astuto regista con una mentalità sanguinaria. Lui è un intrattenitore. Sa farsi pubblicità e i risultati economici non tardano ad arrivare”.
Earl Shorris, autore di In the language of kings: an anthology of Mesoamerican literature, pre-Columbian to the present, ha scritto un dolente commento su The Nation in cui considera quanti danni farà questo film nell’immaginario collettivo di chi “ignora” la realtà dei maya di allora come quella odierna, che finisce con questa amara constatazione: “L’unico significato profondo che si possa trarre dal film è che vi sia uno stretto rapporto tra razzismo e violenza. Il messaggio di tale produzione cinematografica è che i maya sono persone inaccettabili; non vogliamo vederli come sono adesso e li disprezziamo per come erano allora”.
In definitiva: Apocalypto è un’americanata semplicistica ma ben girata, soprattutto nelle scene all’interno della foresta, pellicola ansiogena e a tratti avvincente, che però andava intitolata “Arma Letale Maya 1”, sperando che non segua la 2 e la 3.

Per un altro caso della vita, nel recente viaggio che ho fatto in Messico sono stato nelle zone archeologiche di Calakmul, stato del Campeche, a poca distanza dalla frontiera con il Guatemala. Là ho conosciuto Alfredo González, esperto in materia che parla e scrive il maya – compresi i glifi fonetici – che a suo tempo ha accompagnato Mel Gibson nei sopralluoghi effettuati in alcune città maya, in particolare Edzná. Alfredo mi ha raccontato di averci creduto, alla buona fede di Gibson: “Tutti ci siamo illusi che fosse spinto dalle migliori intenzioni, ma ci ha preso in giro”. Dopo aver visto il film, Alfredo è più amareggiato che arrabbiato, quasi addolorato per la cialtroneria del regista. E mi ha elencato un’altra sfilza di errori, superficialità e invenzioni gratuite: “A parte la ricostruzione delle piramidi, che mescolano simbologie e architetture azteche, zapoteche, mizteche, come solo a Disneyland potrebbero fare, l’inizio con l’idilliaca comunità nel cuore della selva è assurda: i maya delle classi umili, come i contadini, abitavano intorno alle città-stato, e non esistevano villaggi isolati. Quindi, tutti conoscevano benissimo i centri cerimoniali e i palazzi, lo stupore dei prigionieri ostentato nel film è semplicemente un’invenzione. Come le frecce con cui i cattivissimi guerrieri si dilettano nel tiro al bersaglio sui fuggitivi: i maya non conoscevano l’arco, usavano un bastone per lanciare dardi ma eslusivamente per cacciare animali, perché il combattimento avveniva corpo a corpo ed era considerato un atto di viltà colpire un avversario da lontano, tanto che la lancia non veniva mai scagliata ma impugnata saldamente. Ciò rimase in vigore anche dopo i contatti con gli aztechi, che diffusero archi e frecce, aztechi che vissero in pace con i maya delle coste, avviando con loro floridi commerci. E lasciamo perdere la lingua: nel film non parlano maya, è come se gli attori, di lingua madre inglese, avessero imparato a memoria frasi astruse che ripetono con pronunce e accenti che le rendono incomprensibili. Il señor Gibson non può andare in giro a dire che ha girato in lingua maya, perché il suo film è in una lingua che non esiste né è mai esistita. Infine, ero presente alla conferenza stampa dopo l’anteprima: un giornalista gli ha chiesto a quale epoca maya si fosse ispirato, cioè al preclassico, classico, o postclassico, e Gibson, dopo essersi schiarito la voce, ha risposto “Preclassico, sì, preclassico”, forse pensando al termine che più si addiceva ai buoni selvaggi nella selva. Allora il giornalista gli ha fatto notare che gli spagnoli della scena finale sono arrivati addirittura dopo il postclassico tardo. E Gibson a quel punto ha fatto la “faccia da Bush”: ha guardato verso l’alto di traverso, come cercando ispirazione da una mosca sul soffitto, e infine si è corretto: “Volevo dire postclassico, of course”. È stato l’unico momento in cui mi ha fatto un po’ pena. Ma resta un ciarlatano in mala fede animato da due cose: i lauti guadagni e il fondamentalismo della sua setta pseudocristiana”.
 
I vostri commenti
Il commento di damiano 11 maggio 2007


Incredibile...sei proprio Cacucci! Ho letto tutti i tuoi libri e mi hai fatto innamorare del messico, per ora lavoro in un ristorante messicano a roma,meglio di niente.. Comunque ammetto di averlo visto anche io il film e concordo con la tua valutazione! Una cosa che non c'entra niente,o quasi, ma hanno mai fatto un film su Pancho Villa?


 
Il commento di Claudio 25 marzo 2007


sarebbe bello se un regista latino-americano, discendente dei maya relizzasse un film sul genocidio commesso dagli europei in Amerca Latina. Come la prenderebbe l'occidente?


 
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