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9 dicembre 2021
In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Indagine sui fratelli 27 febbraio 2007


A guardare in superficie, nulla sembra cambiato in queste ultime settimane. Anzi. Se qualcosa si è modificato, per esempio al Cairo, è il livello dello scontro tra autorità egiziane e Fratelli musulmani, la più vecchia organizzazione dell’islam politico in terra araba. Il regime di Hosni Mubarak ha deciso di inasprire non solo il numero degli arresti, ma soprattutto le modalità nel perseguire un movimento formalmente illegale. Nei fatti, però, l’unica opposizione di massa in Egitto. Nelle ultime settimane, due i fatti più rilevanti: la defezione al tribunale militare di alcuni dei militanti, e il blocco dei beni di alcuni dei businessman più importanti del coté islamista.
Eppure, qualcosa si muove. Non tanto al Cairo. Quanto, ed è qui il dato interessante, oltre atlantico. Dove, a dire il vero, già qualcuno ci aveva provato a non chiudere del tutto la porta (almeno quella scientifica), e indagare il fenomeno più importante dal punto di vista politico ed elettorale degli ultimi decenni. I rapporti del Carnegie Endowment for Peace, per esempio, sono uno dei rari esempi di approccio dialogante verso l’islam politico: un approccio che non si ferma alla semplice analisi, ma riesce a lanciare critiche anche dure all’islam politico senza però chiudere i canali.
Soprattutto uno, di rapporto, aveva avuto il merito di gettare il primo, serio sasso nello stagno.
Risultato, gli islamisti hanno reagito bene all’uscita nella primavera del 2006 di Islamist Movements and the Democratic Process in the Arab World: Exploring the Gray Zones . E per molti mesi Amr Hamzawy, Marina Ottaway, e Nathan J. Brown - gli autori di una delle analisi migliori sui movimenti politici conservatori nel mondo arabo - si sono visti recapitare risposte, spiegazioni, critiche provenienti dagli stessi protagonisti. Ne è nata una singolare e interessante appendice al loro rapporto, appena uscita sul sito del Carnegie Endowment (http://www.carnegieendowment.org/files/ottaway_brown_hamzawy_islamists_final.pdf), che chiede di nuovo agli islamisti di chiarire alcuni dei punti ancora “grigi” nei loro programmi politici. Senza, però, atteggiamenti neocolonialisti, e soprattutto sottolineando un paragone importante: quello tra movimenti come i Fratelli musulmani e le democrazie cristiane europee (e in generale i movimenti politici cattolici dalla fine dell’Ottocento in poi).
Se la cosa si limitasse solo al Carnegie Endowment, comuque, tutto rimarrebbe confinato in quella nicchia di studiosi progressisti che si occupano di islam politico, con poche possibilità di incidere sull’amministrazione di Washington. Quando, però, si alza il livello, e un articolo compare su Foreign Affairs, vuol dire che qualcosa si sta muovendo (http://www.foreignaffairs.org/20070301faessay86208/robert-s-leiken-steven-brooke/the-moderate-muslim-brotherhood.html). Perché lo studio di Robert Leiken e Steven Brooke, prodotto dopo una serie di incontri con esponenti dell’islam politico in giro per il Medio Oriente e il Nord Africa, non guarda al fenomeno come un tutto unico, ma distingue (vivaddio!) le singole vie nazionali all’islamismo, tentando di andare oltre la coltre che – in questi ultimi anni – ha tentato di mettere assieme jihadismo e quasi-partiti che si richiamano all’islam. Di certo con molto ritardo, e forse con troppa lentezza, si prova a rendere finalmente complesso un mondo che si tentata (spesso colpevolmente) di descrivere come una massa unica e pericolosa. Chissà che il monolite della teoria dello scontro di civiltà non stia subendo qualche crepa.
 
I vostri commenti
Il commento di Huda 24 marzo 2007


Buonasera. Capita poco do leggere riflessioni intelligenti sul mondo arabo-islamico. Come dice lei, il generalizzare e colpevolizzare un intero mondo variegato e complesso come quello arabo islamico e' un grave errore. E la prima cosa da fare e' uscire dall'indifferenza e farsi domande senza prendere la piu' facile e comoda delle risposte. Saluti H.


 
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