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In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Tabula Gaza 26 marzo 2007


E’ possibile stilare una lista, una classifica degli “invisibili”? Se a parlare dovesse essere la ragione, o anche l’etica, la risposta sarebbe “no”. Non esistono invisibili più invisibili degli altri. Esistono solo uomini (esseri umani) a cui dare la parola. C’è però un posto, nel mondo arabo, che è politicamente ed emotivamente più invisibile degli altri. Si chiama Gaza, è una striscia di terra molto piccola, a sud di Israele e a nord dell’Egitto. Un professore dell’università di Foggia mi raccontò, una volta, che Gaza era stata il centro di uno dei teatri ellenistici più fiorenti. Ora, invece, è soprattutto un girone infernale, in cui sopravvive una umanità dolente. In cui si può talvolta entrare (specie se si appartiene a categorie speciali come giornalisti, diplomatici, volontari, funzionari delle organizzazioni umanitarie). Da cui, però, non si può uscire, né a nord, né a est, né via mare. Solo a Rafah c’è un valico, monitorato da un gruppo di supervisori dell’Unione Europea guidato dai nostri carabinieri, che però apre a singhiozzo. Tanto che, nei rari giorni di apertura, migliaia di persone di tutte le età e le condizioni fisiche si accalcano in condizioni spesso poco dignitose. Con tutto ciò che ne consegue, compresi i feriti e – recentemente – anche un morto per la ressa. Succede anche questo, per uscire da un recinto in cui vivono oltre un milione e duecentomila palestinesi, il posto più densamente popolato al mondo. Dove la condizione normale è essere poveri, disoccupati, affamati, malnutriti, malati senza cure sufficienti.

Gaza l’hanno definita in vari modi. Quello più esaustivo di tutti è “prigione a cielo aperto”. Questo, però, potrebbe non essere un buon motivo per fare dei gazani gli invisibili più invisibili degli altri arabi. Perché, dunque, renderli simbolo e tedofori dell’ingiustizia e della sofferenza? Lo dice il blogger ignoto che da quasi due anni vive a Gaza, il papà di uno dei blog più belli e riusciti del mondo arabo, Tabula Gaza (http://tabulagaza.blogspot.com/). “Sono certo – dice – che ci siano altre zone su questo pianeta che soffrono condizioni anche più dure, con un tasso di disoccupazione persino più alto, persino con maggiore crudeltà umana e di conseguenza con una sofferenza umana più grande. Ma qui, in questo conflitto, quello che mi ‘affascina’ è il fatto che sia sia stato costruito dall’uomo. In questo caso non si può essere neutrali dal punto di vista del genere, perché sono stati in massima parte gli uomini a essere gli istigatori, i leader, i protagonisti di questo triste capitolo della storia umana. Costruendo una calamità umana sopra l’altra. Posso piangere sul passato, ma sono responsabile per la mia attività o inattività, per le mie parole di elogio o di condanna per l’ingiustizia del presente”.

Tabula Gaza è piena di storie, semplici. E di foto, semplici e senza sangue, che ritraggono i propri vicini di casa, le famiglie, i padri, i figli, le case, le rovine. È piena di storie di invisibili. Questa fisicità del dolore, questa rappresentazione della singola sofferenza è – io credo – uno dei pochi gesti rivoluzionari di oggi. In tempi in cui le vittime sono tante, sovraesposte, immortalate in pozze di sangue, icone iterative del dolore. Ma non hanno quasi mai volto, nome e carta d’identità.
 
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