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In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Barenboim e il pianoforte regalato 13 gennaio 2008


Non è così difficile entrare a vedere Daniel Barenboim che prova prima del concerto. Basta, si fa per dire, andare a Ramallah. Da Gerusalemme ci vorrebbe mezz’ora. Un’ora se si è una giornalista e si passa dal varco VIP. Molto di più se si passa attraverso il Muro e il terminal di Qalandia, o se si fa il giro lungo che ancora (ma chissà per quanto ancora) è possibile.
A Ramallah, ascoltare uno dei più grandi pianisti, e portarci anche i bambini, a sentirlo, è una cosa abbastanza semplice. E gratis. Un invito arrivato per email, il passaparola, la gente che a frotte arriva al palazzo della cultura, in un gelido sabato pomeriggio di gennaio. È vero, c’è parecchia gente degli “internazionali”, come si chiamano qui. Sono “quelli della” comunità internazionale, volontari, cooperanti, diplomatici, giornalisti. Ma i palestinesi ci stanno, eccome. In tutto, tra gli uni e gli altri, oltre un migliaio di persone a riempire poltrone, gradini, e tutto lo spazio disponibile di un piccolo auditorium di tutto rispetto, costruito con i soldi giapponesi, e dotato di un’acustica più che buona.
Il programma è, per così dire, semplice, abbordabile. Niente a che vedere con chi, anche tra i maestri di grido, ha portato in giro per il mondo arabo programmi talmente sofisticati da essere discriminanti anche per il pubblico europeo. Di fronte a persone che hanno la propria cultura musicale, che non deve per forza essere la nostra, bisogna non essere presuntuosi. Sonate di Beethoven, dunque. Un piano recital di un’oretta, per inaugurare un pianoforte, regalo di una signora tedesca che voleva far qualcosa, era andata a Ramallah assieme ad altri undici amici, aveva chiesto se c’era bisogno di un piano migliore. Il pianoforte è stato comprato attraverso una colletta, portato a Gerusalemme, accordato dal più grande accordatore in giro per il mondo, che è calato in Cisgiordania da Amsterdam. E inaugurato da un rilassatissimo e appassionato Daniel Barenboim. Diventato, da poche ore, cittadino palestinese. Lui, cittadino israeliano, ma di quelli così critici che il concerto del 2004 a Gerusalemme venne snobbato dall’intera dirigenza istituzionale e ascoltato da tutta l’Israele dell’opposizione, nonostante fosse stato appena insignito di uno dei premi più prestigiosi del paese.
Nessuno mai, in Europa, può immaginare quanto sia diverso ascoltare Barenboim alla Scala e a Ramallah. A Ramallah è un happening per pochi intimi. Perché lui, dice, suona per “gente di Ramallah”. Per loro e non per telecamere. Per loro, e non per noi “internazionali”, che – in fondo – siamo degli infiltrati in un rapporto a due che non cede al tempo, alle difficoltà logistiche, ai dispetti, e al dispetto più grande: la morte del suo amico Edward Said, il suo cicerone nella cultura palestinese, l’uomo che l’aveva fatto innamorare di un sogno.
Così, ascoltare Barenboim vuol dire ascoltarlo con le famiglie, con i bambini che – in misura moderatissima – si sono anche lasciati andare a qualche pianto, ma sempre hanno applaudito il pianista di nazionalità israeliana con un trasporto che a pochi altri è stato dedicato. Ascoltare Barenboim a Ramallah vuol dire concedersi il lusso di non ascoltarlo con il compunto europeo, il tradizionale aplomb degli esperti. Poco galateo, insomma, e molta tranquilla passione.
Grandi, attesi applausi. E il bis. Un evento non scontato, visto che tre anni prima, a Gerusalemme, si rifiutò di concederlo, quel bis, marcando il disappunto e la critica verso le istituzioni. Il bis a Ramallah, invece, c’è stato. Un notturno di Chopin dedicato a Nabil Shaat, l’unico membro altolocato di Fatah presente al concerto, che invece era stato organizzato col sostegno di un altro oppositore, stavolta palestinese. Mustafa Barghouthi, ex ministro della breve avventura del governo di unità nazionale e sostenitore di quel passaporto a che proprio da quel governo (in cui c’era Hamas) è stato deciso. E prima del bis, Barenboim si è messo a parlare con la sua gente di Ramallah, spiegando ancora una volta qual era il suo sogno. La musica non può risolvere il conflitto. Ma serve a due cose, ha detto. Porta fuori dal mondo, fa dimenticare il mondo e le sofferenze. E poi, al contrario, fa capire il mondo perché fa capire l’essere umano. Aiutatemi a portare a Ramallah una stagione concertistica, ha detto alla “sua” gente. Perché il mio piano recital non sia un’occasione speciale perché è l’unica occasione.
Tornare a Gerusalemme, poi, è stato un po’ più complicato dell’andata. Molta fila al Muro di Qalandia. Pas mal.

 
I vostri commenti
Il commento di Dr:Nejemeddin El Aleem Tripoli Libya 18 gennaio 2008


La ringrazio per quello che scrive senza preconcetti . pur troppo non ho lett suoi libri perche da noi in libia non esistono. Tnti auguri


 
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