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9 dicembre 2021
In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Fayrouz, Damasco e la politica 29 gennaio 2008


Alla fine ha cantato. Seppure in playback, dicono le notizie di agenzie. D’altra parte, Fayrouz non è più una ragazza. E a oltre settant’anni, tenere in piedi un’operetta musicale come quella andata in scena ieri all’Opera di Damasco non è proprio una passeggiata. Alla fine, comunque, Fayrouz ha cantato. Sfidando la politica politicante, che per l’ennesima volta voleva tirarla per la giacchetta.
Potenza di una voce, nel mondo arabo. Un concerto di Fayrouz può far gridare al tradimento, può scatenare le ire di deputati e leader politici (libanesi). Può far sfiorare l’incidente diplomatico tra Siria e Libano. Perché Fayrouz, la voce araba per eccellenza dopo la morte di Umm Kulthoum, è più di una cantante. È il simbolo del Libano, e dell’unità del Libano che in questi giorni si sta ancora una volta sfilacciando.
C’erano due cose, a Beirut, che ancora potevano tenere in piedi il paese dei cedri, e non farlo precipitare ancora una volta nella guerra civile. Una, decisamente nuova, è l’esercito: di popolo e trasversale. Il nuovo simbolo dell’unità libanese, il contenitore in cui sono confluite tutte le fazioni, le sette, le fedi. E poi una classica, la voce di Fayrouz, colonna sonora della sofferenza, della disperazione, dell’amore per la patria e per Beirut, dell’esilio.
L’esercito, qualche giorno fa, ha sparato, durante le proteste contro i black out. E Beirut ha di nuovo visto cadaveri per le strade. Fayrouz, dal canto suo, ha dovuto subire gli strali di chi le contestava di andare a cantare davanti a Bashar el Assad, dopo tanti anni, a Damasco. L’ultima volta aveva cantato di fronte al padre, Hafez il Leone. E poi non era più tornata. La sera del 28 gennaio, Fayrouz è tornata a Damasco, per cantare la stessa operetta, Sah el Nom, che parla di un dittatore e di una donna. Operetta politica e pedagogica.
Le notizie parlano di successo, di commozione sino alle lacrime dei fan arrivati a osannare l’icona della canzone araba che ha fatto la storia. Quella scritta da fior di poeti, musicata da fior di compositori, ascoltata con la passione di un tempo. Nonostante la crisi costante tra Siria e Libano, Fayrouz è riuscita ad andare oltre le polemiche, alcune strumentali, altre più sentite, che avevano circondato l’evento di Damasco. I politici si mettano l’anima in pace, avevano detto dal suo ufficio, Fayrouz canterà a Damasco.
E Fayrouz ha cantato, uscendo dalla tenzone che si era sviluppata attorno a lei senza perdere nulla del suo mito. Anzi. Ha costretto tutti a bagnarsi al tenero ricordo di un mondo arabo che non c’è (quasi) più. A ricordare le poesie di Nizar Qabbani, il grande poeta siriano dell’amore e della politica, che aveva scritto per Fayrouz ma anche per Kathem al Saher, forse uno dei pochi eredi di quel tipo di musica araba contemporanea. Qabbani, il poeta che narrava dell’amore con una modernità solida, forte. E che fu deluso dalla politica come molti del suo tempo, quando gran parte dei miti, oltre quarant’anni fa, si sciolsero come neve al sole, nel giugno del 1967.
 
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