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9 dicembre 2021
In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Icone del dolore 2 marzo 2008


È facile prevedere che tutti, nel mondo arabo, si ricorderanno tra qualche anno di Mohammed al Burei. Così come, a quasi otto anni di distanza, si ricordano di Mohammed al Durra, il ragazzino di 12 anni ucciso dai soldati israeliani durante la seconda intifada, anche lui a Gaza, mentre tentava di sfuggire ai proiettili accanto a suo padre, che gli faceva da scudo.
Il faccino di Mohammed è sereno, nelle foto che ne hanno immortalato la morte. Dormiva, quando l’aviazione israeliana ha lanciato un missile contro il suo palazzo, a Gaza City, alla fine di febbraio, durante l’ultima, sanguinosa incursione dell’esercito di Tel Aviv che in cinque giorni ha provocato quasi cento vittime, e centinaia di feriti. Il viso è rimasto composto nel sonno. Solo sporcato da un po’ di sangue. Il suo corpicino è stato avvolto in una bandiera di Hamas, e Mohammed è stato portato alla sepoltura in braccio a suo padre, giovane, con la barba e uno zuccotto in testa, lo sguardo ingoiato dal cadaverino. Era il suo unico figlio, e le cronache dicono che lui e sua moglie avevano dovuto attendere cinque anni per riuscire averlo. E' morto che aveva solo cinque mesi.
Mohammed è diventato nel giro di due giorni, forse addirittura meno, l’icona del dolore di Gaza. In un mondo, come quello arabo, che di morti ne ha visti un’infinità, soprattutto in questi ultimi cinque anni. Perché cinque anni son passati dall’operazione anglo-americana in Iraq. Eppure, nonostante i morti dei bombardamenti e quelli degli attentati suicidi che rendono la conta delle vittime ormai un esercizio che non interessa quasi più nessuno, il mondo arabo si concentra spesso su di un’immagine-simbolo per mettere assieme la frustrazione crescente, il senso di ingiustizia, l’impotenza.
Lo aveva fatto con Mohammed al Durra, a cui erano stati dedicate poesie, canzoni, convegni, riflessioni, accanto a quel video proiettato all’infinito dal web. Lo sta facendo, ora, con Mohammed el Burei: l’icona che percorre la realtà virtuale e quella tradizionale mediatica, rimbalza da un blog a un giornale online, a un forum di discussione. Sino ai giornali di carta, dove le copertine sono per lui e i più famosi opinionisti s’interrogano sul senso di quella morte, e alle chiacchiere da bar di fronte ad Al Jazeera sempre accesa. E sempre accesa su Gaza, per le strade, nelle corsie del grande ospedale di Shifa, tra feriti in rianimazione e bambini troppo piccoli per i letti del nosocomio. Se i caffè nel mondo arabo sono sintonizzati su Al Jazeera, il significato è inequivocabile: da queste parti, qualcosa sta accadendo. Di grosso. Perché se in Italia il dramma di Gaza non fa molta audience né notizia, al di là del Mediterraneo è questo l’unico argomento, non solo dei tg.
Mohammed al Burei è l’ennesima icona di un mondo che si tramanda i miti contemporanei proprio attraverso le immagini simboliche. Smentendo nella maniera meno equivoca possibile la vulgata corrente. Che, cioè, il mondo arabo-musulmano non abbia immagini. Né icone. Quanto di più falso possa esistere. È vero, invece, che il mondo arabo-musulmano canalizza dolore, frustrazione, rabbia in una iconografia che oggi è più forte di ieri. E la carica unificante dell’immagine si è consolidata dopo la nascita di un contenitore panarabo come Al Jazeera, che riesce a portare sullo schermo non solo informazione, ma la percezione araba del mondo, dei fatti, degli eventi e dei sentimenti. Mohammed al Burei è l’icona del bambino, sacro nella famiglia araba. E’ l’icona dell’innocente. È l’icona di un mondo che vorrebbe reagire, e che non sa cosa fare, se non continuare a ingoiare immagini come quella del piccolo Mohammed. Icone del dolore che si sommano ad altre icone del dolore.
 
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