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In Universale Economica
C'est Super! Il blog sul bien vivre di Piersandro Pallavicini
Innocenti Evasioni: Alta Cucina vs Lo Strano Caso dell’Ombrello Inglese 18 giugno 2008


Innocenti Evasioni, via privata della Bindellina – www.innocentievasioni.com – voto 7.5/10

Anni fa acquistai un ombrello inglese in uno di quei negozi di abbigliamento che si danno un tono british. Di negozi così ce ne sono almeno un paio in qualsiasi città di provincia: Piccadilly, Sir James, Lord Henry... Sono bei posti che vendono maglioni Pringle, impermeabili Burberry, soprabiti Aquascutum, secondo un concetto estetico di “abbigliamento elegante inglese” che forse esiste in Italia ma di sicuro in Inghilterra no. In ogni caso il mio ombrello era uno splendido oggetto con manico e stecche in legno scuro, e parapioggia di tela con disegni e colori british: verdone, violetto, burgundy. Mi piaceva da matti. Lo portavo in giro pochissimo per il timore che, lasciato insieme a suoi meno nobili fratelli nei portaombrelli di bar, ristoranti e negozi, qualche cliente maleducato provvedesse a una sostituzione (come mi era già capitato molte volte con i suoi predecessori). Dunque, per anni l’ho tenuto nel lunotto posteriore della macchina. Mi piacciono le macchine inglesi e i loro colori (british racing green, blu notte): lasciato lì dietro l’ombrello faceva un bel pendant. Lo usavo pochissimo, praticamente solo quando dovevo scendere dalla macchina in caso di pioggia inattesa. Per tutti i giorni ho ombrelli meno impegnativi, con cui giro senza paranoie quando piove. L’Ombrello Inglese, invece, era un feticcio che amavo e riverivo.

A Milano, in via privata della Bindellina, a due passi da piazzale Accursio, non lontano dalla zona Fiera, c’è il ristorante Innocenti Evasioni.
Vero: si è scelto un nome piuttosto imbarazzante e una posizione in un quartiere non esattamente “su”. Ma la sua fama, in città, nei dieci anni da che è aperto sotto la guida degli chef Tommaso Arrigoni e Eros Picco, è in crescita costante. Non a caso, da quest’anno Innocenti Evasioni è entrato a far parte dei Jeunes Restaurateurs d’Europe. Quando io e Antonio Mancinelli – che è stato il mio squisito commensale in questa missione esplorativa – abbiamo detto in giro che avevamo prenotato lì, tutti gli amici milanesi si sono prodigati in dei “ma che bello ci ho mangiato benissimo”, e dei “ma che bello mi hanno detto che si mangia benissimo” (sempre, in ogni caso, con il “benissimo” in squillante corsivo).
Innocenti Evasioni è in una strettissima via privata, diciamo pure un vicolo, non transitabile dalle auto e inatteso in questa zona di stradoni periferici. Il vicolo e il blocco di edifici cui appartiene hanno un tale strambo, sghembo e segreto taglio rispetto alla planimetria del quartiere che via privata della Bindellina più che una stradina di raccordo sembra un’opera folle di Gregor Schneider. Bello, punto bonus in più.
Io e Antonio parcheggiamo trecento metri più in la. Piove, e non pioveva quando sono uscito di casa a Pavia. Il ristorante mi aspetto che sia un Super Restaurant, un posto dove non sbagliano un colpo nè nei cibi nè nell’accoglienza. Un posto lussuoso e di classe, ecco. Beh, va da sè: dal lunotto posteriore prendo senza tema l’Ombrello Inglese.
Nel ristorante l’arredamento, le decorazioni, la mise en place sui tavoli, sono sobrie, eleganti. Niente di memorabile, ma in super-restaurant dev’essere così: conforto e lusso ma senza eccessi, per predisposorre l’animo al piacere dell’assaggio e a una cena piena di garbata convivialità.
In tavola i toni sono ecru e bianco, c’è solo il tocco di colore del bicchiere per l’acqua rosso-arancio. Bello. E simpatico, via. E la sala è ariosa, i tavoli spaziati bene, e c’è una gran vetrata che si affaccia sul “giardino zen” (così il sito internet del ristorante), che pare essere il fiore all’occhiello di Innocenti Evasioni ma che questa sera, causa maltempo e buio, non vediamo manisfestarsi che come oscure fronde che s’agitano contro la vetrata rigata dalla pioggia.
Sul tavolo c’è una ciotola con sottilissimo pane scuro incastonato di semi aromatici: è l’accompagnamento (forse un po’ troppo spartano...) per l’aperitivo, che per me è uno champagne e per Antonio niente. A proposito: Antonio non beve alcolici e, va da sè, dopo l’aperitivo questa sera decido di non berne neppure io. Dunque giudizio sospeso sulla carta dei vini, d’accordo?
Entrambi scegliamo il menu degustazione. Sono cinque portate e ha un costo di 65 euro, e dunque è da ritenersi tutto sommato economico (complimenti, altri punti bonus: non è facile tenere i prezzi così bassi a Milano). Ecco qui cosa abbiamo avuto:
- Capesante appena tiepide, insalata cremosa di piselli novelli, Saten ghiacciato e mentuccia
- Foie gras d’anatra in terrina, composta di ananas, riduzione di porto rosso e pane brioche
- Gnocchetti di favette primaverili, mantecati con crema di ricotta stagionata, pomodori canditi e guanciale croccante
- Costoletta di maialino nero iberico rosolata, pesche all'aceto balsamico e patate all'extravergine
- Dessert, un dolce a scelta dalla lista (io ho scelto Cilindro croccante di pannacotta e composta di mele renette caramellate, Antonio lo spettacolare Gran Galà dei dolci, compilation su tutta la carta).

Tutto molto buono, il Foie Gras, i Gnocchetti, la Costoletta di maialino nero assolutamente deliziosi. Ribadisco: sono un assatanato per le terrine di foie gras, e qui ho assaggiato, chiuso gli occhi, e sentito salire lacrime di commozione. Sono invece diffidente e un po’ schizzinoso con la carne di maiale: eppure qui, col maialino nero, lacrime di commozione di nuovo. Gli accostamenti dei gusti, qui e negli altri piatti, è complessa, sinfonica, ben armonizzata, con sequenze capaci di sorprendere e ammaliare.
E poi: amouse bouche fuori menù (una crema di carne e zucchine), e caffè con piccola pasticceria ricca e di classe.
Sì, le cose necessarie per essere un Restaurant di categoria Super c’erano tutte.
Eppure, se guardate il sottotitolo di questo post, la cena da Innocenti Evasioni ha avuto una qualche caduta di stile. Forse marginale, ma di troppo se si vuole essere un ristorante super a tutti gli effetti.

Per prima cosa la presentazione dei piatti. Salvo i dolci (belli, spettacolari, si può parlare a pieno titolo di food design), le altre portate erano “carine” e niente più. Invece ci vorrebbe qualcosa di più, anche la vista dovrebbe portare sorprese, giochi, blandizie, delizie, che qui invece latitavano un po’.

Poi il servizio: ottimo, per carità. Il cameriere era un signore credo cingalese, o comunque non italiano, cortesissimo, misurato, che non ha sbagliato una mossa. Peccato però che parlasse un italiano alquanto modesto. Và detto che in questo tipo di ristoranti il cliente si aspetta una presentazione per ogni piatto: presentazione che include nome, componenti (per dire: le fave che vengono da Oristano... il maialino che viene da Tarragona...), informazioni sulla preparazione, suggerimenti per gustare il piatto al meglio. Purtroppo, con il nostro cameriere dall’italiano faticoso, niente di tutto questo. Conscio probabilmente della propria non-scioltezza linguistica, le presentazioni dei piatti le evitava in toto e se richieste le metteva lì come poteva. E cioè purtroppo non bene, approssimative. Peccato.

Poi ancora il bagno. Caspita, il bagno! Non si può avere una sala da pranzo elegante e di classe e poi un bagno deprimente. Entrati nelle toilettes, l’antisala ha due grandi lavandini in granito, belli e lussuosi, ma poi si gira l’angolo e sembra di trovarsi nei bagni di un altro ristorante, di classe molto più bassa. Questa sera (forse è solo una sera sbagliata, speriamo) li trovo in disordine, ma l'arredo proprio non è all'altezza (per usare un eufemismo). Per dare un dettaglio: porta-cartaigienica cromati, vecchi e sbilenchi, con le macchie di ruggine per gli schizzetti di urina (pardon).

Poi ancora il conto: non per l’entità, che si è già detto essere ammirevolmente contenuta, ma per il fatto che a fine cena, rimasti solo noi e un paio d’altri tavoli a finire con calma caffè e piccola pasticceria, ci siamo visti recapitare il conto a tavola senza che ne avessimo fatto la benchè minima richiesta. Sì, esattamente come se fosse tardi e dunque ci invitassero andarcene in fretta perchè urgeva chiudere...

E infine la cosa più antipatica. Eh già, pioggia, Ombrello Inglese, l’avrete capito appena l’ho tirato in ballo: me l’hanno fregato. Purtroppo, il guardaroba interno non comprende un posto per gli ombrelli, e questo non va bene. Purtroppo ancora, gli ombrelli vanno lasciati fuori, in una saletta non controllata che fa da camera di decompressione tra l’ingresso del ristorante e la strada. Non ho capito se qualcuno è entrato dalla strada e si è servito (non credo) o se, più probabilmente, qualche cliente in uscita ha pensato bene di prender sù il mio vecchio e caro feticcio. Quando mi sono garbatamente lamentato d’esser rimasto senza ombrello con uno dei due chef che salutava gli ultimi clienti in uscita, lui ha allargato le braccia. Pioveva come Dio la mandava. Ci era rimasto un ombrello in due. Ero dispiaciuto, offeso, e volevo evitare di infradiciarmi e di far infradiciare Antonio. A seguire, ancora una mia piccola, garbatissima lamentazione con lo chef. Non lo so cosa mi aspettassi, lamentandomi. Forse sono un sognatore, ma credo che in altri restaurant, di quelli al cento per cento super, un misero ombrellino, magari di quelli pieghevoli, sarebbe stato a disposizione dei clienti e me l’avrebbero offerto per difendermi dalla pioggia mentre tornavo alla macchina. Forse mi aspettavo questo, o forse solo un po’ di solidarietà in più. E invece lo chef ha riallargato le braccia, si è lamentato della gente che è sempre più maleducata, e mi ha fatto notare che, comunque, nell’antisala qualche altro ombrello c’era...
 
I vostri commenti
Il commento di Antonio Mancinelli 9 luglio 2008


"Siediti qui accanto anima mia ed abbandona la tua gelosia se puoi combinazione ho un po' di champagne..." (Innocenti Evasioni, 1972). Già il fatto di apporre a un ristorante soi-disant raffinato il titolo di una canzone, a me personalmente lascia un po' perplesso, e mi fa pensare alle pizzerie "Marechiaro" o "Torna a Surriento". Ma si sa, sono ben più acidulo del basico e bonario Piersandro, che ha avuto toni, nella sua recensione, squillanti e addirittura commossi. Per quello che mi riguarda, è stata la compagnia la portata più emozionante. Rispetto alle mie aspettative, ho trpvato tutto godibilissimo, buonissimo, squisitissimo. Ma non superlativo. Sorry,Lucio (Battisti).


 
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