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Gallio Festival del Cinema Italiano - Il cinema esordiente e la buona vecchia Italia che c'è ancora 14 luglio 2008


Gallio Festival del Cinema Italiano, XII Edizione – Gallio, altopiano di Asiago, dal 17 al 26 luglio 2008 – info www.cineghel.it


L’altopiano di Asiago lo raggiungete dalla Milano-Venezia prendendo a Vicenza la deviazione per la A31 della Val D’Astico. Dopo Piovene Rocchette l’autostrada termina e vi trovate davanti il muro dei quattordici tornanti che portano sù. D’estate è un bel salto: si passa dai 35 gradi saturi d’afa della pianura ai 27 gradi asciutti e nitidi dell’altipiano. Sarà prosaico dirlo, ma è come passare dall’inferno al paradiso.

L’altopiano di Asiago è una anomalia orografica dell’arco alpino, una pianura lunga e larga che non ti aspetteresti a mille metri d’altezza, circondato da montagne poco più alte e così gentili da sembrarti colline. Delle sue bellezze, del senso di pace e serenità che ispira – vera e propria benzina verde per il motore di qualsiasi cervello – e dei suoi abitanti onesti e schietti ne ha scritto molto Mario Rigoni Stern. Di fronte ai libri di un tale totem della letteratura italiana, scomparso proprio a Asiago poche settimane fa, io non posso far altro che rendere omaggio e non aggiungere nulla circa l’altopiano, se non che in questa pianura, verdissima e rinfrescata da boschi di conifere, si situano sette piccoli, ricchi, ordinati comuni. Uno dei quali è Gallio. Dove si tiene quest’anno la XII edizione del Festival del Cinema Italiano, dedicato alle opere prime.

Opere prime e cioè esordi registici, solo italiani, usciti tra il festival precendente e la nuova edizione. Una quindicina di pellicole solitamente, e così anche quest’anno, delle quali pochissime già distribuite sul territorio nazionale, altre proiettate per pochi giorni in quelle poche sale che aprono ancora alla piccola distribuzione, altre ancora proprio mai viste e destinate, se gli andrà bene, a una trasmissione in notturna, anni dopo, sui canali satellitari. Detto in altre parole, qui c’è tutto il cinema giovane italiano, quello che ci lamentiamo essere morto, spento e via deprimendoci, mentre invece è vivo, vegeto, lotta con noi e è pure – in molti casi – intelligente. E bello a vedersi.

Si respira un’atmosfera particolare, in questo festival. Understatement è un termine inglese tanto bello e efficace quanto abusato. Nel caso di Gallio io lo sostituirei con modestia. Modestia più entusiasmo, disponibilità, cortesia, amabilità: questi i tratti degli organizzatori, uomini e ragazzi di qui, dell’altipiano, e questi i tratti che assumono attori, registi e produttori una volta traslocati nel verde sereno di Gallio. Cosa non scontata se conoscete un po’ il mondo del cinema e quello dei grandi festival, dove tutti (non solo le grandi star) sembrano invece dover essere programmaticamente boriosi, presuntuosi, bellicosi e infastiditi da chi gli sta intorno.
A Gallio no. A Gallio arrivano regolarmente attori, produttori, registi, poi si siedono nei dehor dei caffè, si allungano in poltrona sotto il porticato dell’albergo, prendono uno spritz, prendono un bicchiere di prosecco, passeggiano in paese, fanno passeggiate in montagna, e finisce che scherzano, ridono, discutono e sono felici di dialogare con chi, prima e dopo i film, avesse curiosità di loro e della loro vita nel cinema. D’accordo, niente grandi stelle qui. Niente Sabrina Ferilli, niente Marina Stella, nessun Moretti, zero Scamarcio. Ma, per citarne qualcuno, negli ultimi anni si sono seduti ai caffè di Gallio, hanno bevuto spritz e fatto passeggiate registi come Giorgio Diritti («Il vento fa il suo giro», film diventato cult dopo Gallio), Marina Spada («Forza Cani» e «Come l’ombra», stracult pure loro), Emanuele Crialese (almeno «Respiro» ve lo ricorderete), e attori come Emilio De Marchi, Anita Kravos, Giorgio Pasotti. E, resident in Gallio per tutto il festival, c’è la giuria: che quest’anno conta, tra gli altri, una vecchia gloria del cinema di ricerca italiano come Emidio Greco, il produttore numero uno del nostro cinema indipendente e cioè Gianluca Arcopinto, un attore di culto del cinema dai 70 a oggi come Lino Capolicchio, e lo storico montatore di Olmi e Mazzacurati Paolo Cottignola.

Il Festival del Cinema di Italiano di Gallio è una bella occasione per gli amanti del cinema, del paesaggio e dell’intelligenza. Per gli amanti del bien vivre insomma, ecco perchè ne parlo qui. Perchè è un luogo lontano dal cine-glamour e dentro la realtà del fare film, dove in un contesto di garbo e grazia si possono cogliere i meccanismi per solito segreti della costruzione, con le proprie mani, di un’opera cinematografica. Con una piccola cosa straordinaria in più, che credo sia la chiave di questo festival, e che credo sia il virus che mi ha contagiato e che qui, ormai da tre anni, mi fa tornare. La sala in cui si svolge il Festival non è altro che un caro vecchio cinema dell’oratorio. Non immaginatevi sedie scassate di legno tarlato e l’audio che gracchia: il cinema Cineghel appartiene all’oratorio di Gallio ma è una sala bella, moderna e confortevole. E i volontari che danno una mano per il festival vengono da qui, dal “giro” dell’oratorio. E Sergio Sambugaro, direttore del Festival e bancario in quel di Asiago, viene da qui. E il “qui”, cioè l’oratorio insieme alla montagna, alla cortesia, alla serenità, regalano questi valori speciali al Festival di Gallio: la buona volontà, l’onestà, la modestia, l’allegria, la voglia di fare le cose con le proprie mani e di farle bene. Sono i valori che caratterizzavano un’Italia che sembra non esserci più e che invece almeno qui – ecco la scoperta che mi addolcisce il cuore – c’è ancora. Un’Italia “di una volta”, che è però ugualmente abbastanza al passo coi tempi da trovare gli strumenti e i modi giusti per guardare e coltivare il nuovo: il cinema italiano giovane e esordiente, i talenti nei quali speriamo, riuniti in una piccola rassegna che in Italia non ha uguali.
 
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