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22 aprile 2021
In Universale Economica
C'est Super! Il blog sul bien vivre di Piersandro Pallavicini
RISTORANTE BULGARI, Milano - Poco super e un po' irritante: quando il lusso “a la milanès” innesca l’effetto Vanzina. 12 settembre 2008


Ristorante dell’Hotel Bulgari – Chef Elio Sironi. Via Fratelli Gabba 7/b, Milano, www.bulgarihotels.com – Voto 6/10


Via Fratelli Gabba è una via privata a fondo chiuso nel super-centro di Milano, zona Montenapoleone - via della Spiga. Il Bulgari Hotel è in fondo al cul-de-sac, dopo una zona polverosissima di lavori in corso e una sbarra che vi dovete far alzare se arrivate in auto. Nel piazzalino dell’hotel, alle 8 di sera di questo 5 settembre, vedo una bella Jaguar XJ, una brutta Ferrari, un paio di Porsche Carrera. Il ristorante è a lato, dove si apre un magnifico giardino che direi anni 50. Bello. A prima vista sembra di essere in un’enclave da romanzo di Ballard: non te l’aspetteresti mai un giardino così, qui nel fitto edilizio del cuore di Milano; così come non ti aspetteresti tutta questa gente in abiti firmatissimi che prende per così dire leggiadramente l’aperitivo ai tavolini del bar dell’Hotel, di cui il giardino fa da dehor.
Ma il ristorante non fa servizio qui fuori: purtroppo siamo dentro, in un sala col banco del bar al centro, il soffitto altissimo, arredata alla milanese. “Và che lusso” ti aspetteresti di sentir dire, con l’accento da cumènda, se qui fosse tutto in bianco e nero e il film fosse La bella di Lodi.
Invece si parla molto inglese e giapponese (gli ospiti dell’hotel) ed è tutto legno scuro e bronzo-oro. Cioè tutto stile “nuovo sfarzo” alla milanese: megalomane, dorato-bronzato, con legni pregiati e finiture wengè, vellutoni scuri da pompe funebri, sediloni in pelle che sembran troni, per ambienti – qui e altrove – imponenti e poco accoglienti. Disegnati, ti vien da pensare, da arredatori d’interni che hanno trascorso troppe ore al museo egizio di Torino.

La cena: francamente mi aspettavo un super-restaurant all’altezza di Joia e Trussardi (per restare su Milano). Invece no.
Sorpresa n.1: al nostro tavolino da due-posti-due la mis en place non è all’altezza. Tovaglietta stesa lungo il tavolo che durante la cena scivola di qua e di la, sottopiatto maròn stile commercio equo e solidale, bicchieri qualunque, posate opache da quanto sono usate e rigate.
Prendo l’aperitivo: è uno champagne Billecart-Salmon davvero ottimo.
Sorpresa n.2: con il Billecart in tavola non arriva niente. No, neanche il cestino del pane, men che meno gli stuzzichini dello chef (d’ordinanza in qualsiasi super-restaurant che si rispetti). Lo champagne me lo bevo così, a secco.
Poi arrivano i menù. Il cameriere è giovane gentilissimo, ciarliero, sciolto: anche troppo. Mi sarei aspettato un maitre di classe, con sorrisi a mezza bocca, alzatine di sopracciglio, mai sopra le righe. Invece il ragazzotto qui ci svolazza intorno e fa le battute.
Sorpresa n.3: non esiste menù degustazione.
I piatti? Lo chef Elio Sironi ha compilato una carta semplice, persino ovvia, in cui la cosa più creativa è un risotto limone e vaniglia. Scegliamo un carpaccio di tonno rosso, il risotto di cui sopra, un polletto alla piastra, una tagliata di manzo al forno: piatti che nella loro minima evocatività sono perfettamente rappresentativi della piccola carta, dove tutto è molto caro, dai 20 ai 50 euro a piatto (anche se questa, va detto, è perfettamente normale).
Arriva il cestino del pane (ottimo, questa è la cosa più creativa della cena). Arriva il preantipasto, meno male che c’è (buone seppie con crema di piselli). Poi arrivano i piatti, declinati con crescente lentezza e senza alcuna aggiunta descrittiva da parte del cameriere ciarliero. Che prima di abbandonarci definitivamente ciarla a lungo in inglese con due signore – direi clienti dell’albergo – sistemate pressochè gomito a gomito con noi. Eh già: gomito a gomito.
Sorpresa n.4, davvero pessima: i clienti in coppia man mano che arrivano vengono sistemati in batteria, fianco a fianco, riempiendo i tavoli a partire dai peggiori, i più scomodi e i più piccoli, e cioè questa sequenza degna di una pizzeria di tavolini da due distanziati (l’ho misurato) 40 cm l’uno dall’altro.
Le due inglesi danno segni d’insofferenza, ma il giovane cameriere persiste nell’elencare loro approssimative caratteristiche di vini italiani peraltro straclassici. Poi arriva un gruppo di clienti evidentemente habituée, e il forse-maitre finirà a ciarlare con loro.
Intanto mangiamo. E mangiamo và detto molto bene: la semplicità delle ricette corrisponde a eccellenti materie prime, e a preparazioni intelligenti, con un mimino di complessità, ottimamente realizzate, che esaltano la freschezza dei gusti. Elio Sironi ci sa fare eccome, ma purtroppo niente piatti memorabili. Niente commozione. Niente entertainment. Niente super-restaurant, qui.
Sarà lungo e faticoso ottenere la lista dei dolci dai due camerieri cingalesi: solerti, ma un po’ in difficoltà con l’italiano (il maitre ciarliero lo diamo per disperso).
Sorpresa n.4: non esiste pre-dessert.
Sopresa n. 5: sarà lunghissimo e molto faticoso ottenere i caffè, che ci verranno portati così, a secco come lo champagne, senza la piccola pasticceria. Che arriverà – poca e miserina - dopo venti minuti pieni, quando stavamo per andar via...
Conto: 200 euro, senza che si sia bevuto niente – oltre al mio champagne – che non fosse acqua minerale.

Per carità, mica ci si lamenta del prezzo in sè. Ci si lamenta, qui, del prezzo che farebbe presagire un lusso che non invece c’è. Il lusso è fatto di perfezione, di dettagli curati, di piaceri elargiti generosamente, di vezzeggiamenti, di gentilezze inattese. Non basta l’arredamentone stile Tutankamen della Bovisa. Non basta che il cameriere sia simpatico e parli pure in inglese. Non basta che i piatti siano buoni e freschi. Non basta che il posto sia esclusivo.
Ecco il punto, ecco il lato pessimo del “nuovo lusso alla milanese”: finisci per pagare, più che il posto, il diritto di esserci ammesso. È come se ci si dovesse accontentare di esserci, come se si dovesse “star contenti” di mangiare fianco a fianco di chi indossa un’ovvia litania di Armani, Marc Jacobs, Kenzo, Jimmy Choo, e probabilmente fa parte della schiera dei volti (semi)noti. Chiudendo entrambi gli occhi sulle trasuratezze, le mancanze, le goffaggini. In altri posti (no, per fortuna non qui) persino sulle maleducazioni.
Scrivo 10 euro di mancia nello spazietto apposito che occhieggia sulla ricevuta della carta di credito, il cameriere ciarliero ci saluta frettoloso, siamo fuori. Oltre il giardino, già nel piazzale, una Bentley decapottabile stipata di ragazzini tirati a lucido fa manovra maldestramente. Quasi ci investe, a momenti tampona una kenzia.
Ed è subito Vanzina.
 
I commenti dell'autore
per Simona, Olivier, Marisa 17 settembre 2008


Ecco, proprio come dicevo. Trussardi (il bar), Armani (idem), il ristorante D&G (di cui consiglio le due illuminanti recensioni di Camilla Baresani comparse sul Domenicale del Sole 24 Ore).
Il nuovo sfarzo alla milanese è così: paghi tanto e ne ricevi in cambio prodotti non all'altezza (anche se questo non è il caso di Bulgari) e un trattamento a dir poco inadeguato.
Mi verrebbe voglia di compilare (col vostro aiuto, s'intende) un'anti-guida che stigmatizzi la fastidiosa contraddizione di questo tipo di locali. Guida milanese. Ma chi lo sa (aspetto soffiate), magari anche romana, torinese, etc...


 
I vostri commenti
Il commento di simona 17 settembre 2008


Ma sei mai andati all'Armani cafè quello che stà nella piazza dove c'è il monumento a Pertini (Montenapoleone)? Ecco allora quando volete farvi trattare male, bere un cappuccino freddo e senza schiuma, ma nn perchè l'avete chiesto così; quando volete mangiare la brioches tutta molle allora andateci! Ci vedrete colletti di maglie polo alzati, occhiali a mascherina, attillatissimi pataloni indosso a facoceri sui quali esplode la righina del gessato. Insomma quando la vostra amica insiste per l'Armani, mandatela cortesemente a c****e e andate a fare colazione in un Mc Donald cappuccio meglio, e almeno per contratto vi dicono buon giorno!


 
Il commento di Olivier 16 settembre 2008


Guarda a me succede la stessa sensazione al bar di Trussardi di fronte alla scala. Tutta costa caro, è un posto elegante e di lusso ma mi pare che gli da fastidio se gli chiedo di prepararmi un cappuccino. Se non lavoro qui vicino non ci tornerei più


 
Il commento di marisa 12 settembre 2008


bravo Piersandro! Finalmente qualcuno che comincia a pensare che una cosa non sia di lusso solo per il prezzo esorbitante, ma per i dettagli quelli sono importanti. Il saperci fare, l'eleganza....Ma il signor Bulgari sarà al corrente che invece di colazione da tiffany da lui si potrebbe girare i Vanzina da Bulgari? Però magari è contento!!!


 
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