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22 aprile 2021
In Universale Economica
C'est Super! Il blog sul bien vivre di Piersandro Pallavicini
Bianco a Parigi 7 aprile 2009


Lo scorso weekend ero a Parigi. Domenica mattina ho preso la metro e sono sceso a Chateau Rouge. Qui, e giù fino a Barbes, nel cuore pulsante del 18° arrondissement, ci sono i quartieri neri della capitale. Uscito dalla metropolitana ho passeggiato lungo Rue de Poissoniers e le stradine che si snodano da lì. C’erano negozi di alimentari con i banchi di carne e di verdure esotiche che si spingevano fino in strada, c’erano vetrine piene di film in DVD e CD musicali di produzione africana, c’erano bugigattoli stipati di cosmetici per le pelli scure, di extensions per i capelli, di tessuti tradizionali. Era un pezzo d’Africa nera, nemmeno piccolo, trapiantato a Parigi.
Ero il solo bianco. Davvero, proprio il solo, non ne ho incontrati altri per i 20 minuti in cui ho fatto su e giù per questa zona, fitta di uomini e donne alle prese con la spesa della domenica mattina.
È una sensazione che occorre provare: essere l’unico con un colore della pelle differente, in mezzo a una folla. Essere per una volta la minoranza, il diverso.
Francamente, ero timoroso e camminavo come sulle uova, lo sguardo timido rivolto a marciapiedi e vetrine. Francamente, ribaltavo la situazione, pensavo a un nero solo in mezzo a una folla di bianchi in Italia e agli sguardi curiosi, se non ostili, che gli bruciano sulla pelle.

Ma, naturalmente, mi stavo inventando tutto.
In pochi minuti ho preso fiducia, ho alzato lo sguardo, ho guardato e mi sono lasciato guardare come se io fossi qualunque e loro pure. Nessuna ostilità, nessuna curiosità negli sguardi dei mille neri che incrociavo: io ero solo parte del paesaggio, della città.
In Francia, l’immigrazione africana ha storia pressochè secolare. Bianco o nero, quartiere di una densità o dell’altra, non conta più: si è solo cittadini francesi (e come tale, travestito nei miei abiti H&M acquistati in loco, anche io dovevo apparire). Ma sì: grazie al cielo si è massa indistinta, grazie al cielo non hanno più ragione d’esistere gli sguardi ficcanti che ti fanno sentire fuori luogo.
È questo che, anche qui, mi piacerebbe si imparasse a fare: guardare una famiglia di neri con la stessa noncuranza con cui guarderemmo padre madre e figlioletto bergamaschi (o napoletani o aretini) da sei generazioni. Non, invece, come se fossero animali esotici, in libera uscita dallo zoo.
 
I vostri commenti
Il commento di floriana 13 aprile 2009


che brivido! Italiana, vissuta per sei mesi nel 18mo, per caso. Stesse sensazioni, un incompreso (dagli altri) senso di benessere e sicurezza ad abitare là, con le mie due bambine piccole e la mia cagnolina, bianca come la neve!!!!!!!! Ho finito da due minuti il tuo ultimo libro, sono ancora immersa...emozionata......
da Sandro per floriana


Cara Floriana, bella questa empatia e queste coincidenze. Nei pochi giorni che sono stato a Parigi, la scorsa settimana, abitavo proprio nel 18°, a due passi dalla metro Marx Dormoy, sulla 12, ospite di un amico, lo scrittore Pierre-Arnaud Jonard. Che pure lavora per il mairie dell'arrondissement, fa volantinaggio nel quartiere, lavora a contatto con la gente e... E insomma, anche a me: stesso tuo senso di star bene, di sicurezza, pure in questa periferia all'estremo nord di Parigi città. Nonostante le liti di notte sotto la finestra, nonostante lo slalom tra le cacche di cane, nonostante i rifiuti e i detriti sparsi sui marciapiede. Pierre dice che la zona non è tranquilla. Vero. Spacciano, c'è prostituzione. Le famose liti con accenti africani per tutta la notte. Ma ribadisco: ci si sente a casa. Non si è ospiti, nè intrusi tollerati. Si è uno di mille, in una moltitudine. Un abbraccio, e grazie.


 
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