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3 dicembre 2020
In Universale Economica
C'est Super! Il blog sul bien vivre di Piersandro Pallavicini
L'Unità, e l'interessante caso dei doveri dimenticati 16 aprile 2009


L’Unità, il ritorno!

Sul numero di sabato scorso, 11 aprile, il bravo Marco Rovelli ha scritto questo commento sul mio libro. Eccolo, in versione integrale (lo potrete trovare nella versione pdf orginale sul sito dell’Unità, oppure, in altro formato, sul blog collettivo www.nazioneindiana.com)

*** Del romanzo “African inferno” di Piersandro Pallavicini (ed. Feltrinelli) alcuni giornali di destra hanno parlato bene, a fronte di un apparente silenzio di quelli di sinistra. Sul suo blog (a cui rimando per valutare l’ampiezza del dibattito), l’autore ribadisce la sua provenienza da sinistra. Ora, il libro di Pallavicini non è politically correct: ecco, è proprio questa la sua forza di sinistra (perciò a mio parere non c’è forzatura anti-ideologica in questo non esserlo). Il politically correct troppo spesso rientra in un vizio di formalismo “ideologico” che perde di vista le persone e le dinamiche concrete del reale. E’ evidente che due culture a confronto si devono assestare, perché ogni cultura è complessa e stratificata, e, visto che in ogni società esistono dominanti e dominati, porta i segni della dominazione. Ogni cultura insomma è ricca di contraddizioni. L’ingenuità (e dunque: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra) non fa bene a nessuno, proprio perché riduce la complessità, e impedisce di comprendere il reale. Dopodiché va da sé che, come posizione etica, è assolutamente preferibile un ragazzo che ha fiducia nella ricchezza dell’altro piuttosto che un cinico che si adagia sul potere e sulla irriducibile non integrabilità delle culture: e temo che sia questa la motivazione di certa destra nell’apprezzamento del libro di Pallavicini, perché lo legge in modo da coltivare la propria cattiva coscienza. Il punto, allora, è che la questione non è di buoni e cattivi, ma è quella di comprendere che, per uscire dalle scosse di assestamento di una società in trasformazione, occorre affermare il principio elementare (ma oggi sotto attacco) del diritto universale. E’ solo tramite il riconoscimento dei diritti (umani e di cittadinanza: una legislazione inclusiva e non esclusiva) che possiamo pensare a una società multiculturale. E operare nella sfera dei diritti, questo solo noi “garantiti” dai diritti di cittadinanza possiamo farlo. ***

E’ un articolo che dice cose intelligenti e condivisibili. Non mi trova d’accordo però su un paio di cose. La prima è la ragione dell’apprezzamento della destra, che io non credo che venga da una lettura del mio romanzo in termini di “cinismo che si adagia sul potere” e “irriducibile non integrabilità delle culture”. Io credo che la destra – così come molti semplicemente non schierati da nessuna parte, in questi anni di caduta della credibilità nella politica italiana – abbia apprezzato quello che chiamerei “orgoglio per i valori occidentali”, che percorre, benchè tra le righe, African Inferno. Questi valori sono quelli delle grandi democrazie europee, non sto affatto parlando di scemenze stile “orgoglio padano”, per esser chiaro . E questo essere orgogliosi dei propri valori, questo credere di avere, qui in Europa, i migliori modelli di governo e di civiltà possibili, comporta l’implicita richiesta di affiancare ai diritti universali i doveri di cui ogni cittadino dovrebbe farsi carico vivendo qui: tra cui quelli di accettare, applicare e promuovere le buone regole della nostra buona società.
Ecco il secondo punto su cui non sono d’accordo, nel bel pezzo di Rovelli: non affiancare alla sfera dei diritti, quella dei doveri. Errore direi tipico della sinistra, negli ultimi 30 anni: tanto che molti elettori, stufi di difese a oltranza dei diritti e di nessun richiamo ai doveri, l’hanno purtroppo mandata a quel paese.
Ah, di nuovo per esser chiari: non sto dicendo che mi piace come opera e come ha legiferato l’attuale governo italiano sull’immigrazione. Sto dicendo che alla base del vivere comune europeo ci sono democrazia, parità, senso civico, moderazione, garantismo, rispetto. Che poi l’attuale governo italiano se ne voglia dimenticare, è purtroppo un’altra storia: i giornalisti e gli intellettuali di destra, o almeno quelli che hanno letto il mio libro, evidentemente no.

 
I vostri commenti
Il commento di ruggero 8 maggio 2009


Gli argomenti di Rovelli sono noti e vecchi, non ho letto nulla di nuovo nel suo intervento. Ma sono argomenti che non convincono: la colonizzazione è stata l'opportunità che l'Africa era troppo arretrata per cogliere. Prima della colonizzazione gli africani erano solo 100 milioni: dopo le medicine portate dagli europei nel giro di un secolo sono diventati un miliardo. Grazie alla colonizzazione gli africani stanno uscendo dalla preistoria. Ne usciranno tanto prima, quanto prima le sinistre mondiali (diciamo così) la smetteranno di mistificare la realtà facendo loro credere che il livello precedente all'arrivo degli europei era solo "diverso" ma altrettanto rispettabile del nostro, e che la loro cultura -intesa in qualunque senso e in ogni direzione- era paragonabile alla nostra, solo "diversa". Invece si trattava di preistoria, e quando prima gli africani ne prenderanno atto e cominceranno a ringraziarci, tanto prima cominceranno ad evolversi sul serio. Quindi se si vogliono aiutare gli africani bisognerebbe smetterla di blandirli con giri di parole inutili, dichiararli adulti una volta per tutte e metterli di fronte alla realtà: se vi svegliate e collaborate crescerete, se vi limitate ad avere atteggiamenti rivendicativi basati su argomentazioni come quelle di Rovelli, resterete al palo per sempre. Se io fossi un capitalista sfruttatore, il paternalimo di Rovelli mi farebbe molto comodo. Agli africani invece dico semplicemente: prima del nostro arrivo eravate fuori dal tempo, nemmeno quello sapevate calcolare (non è razzismo, è la pura e semplice verità): adesso grazie all'Europa siete entrati nella storia e l'unica cosa che potete fare è cercare di guadagnarvi in essa il vostro posto coll'umiltà e col lavoro. Tutto il resto sono chiacchiere buone solo a farvi rimanere in eterno dove state, cioè al palo.


 
Il commento di ruggero 8 maggio 2009


A me viene da ridere a sentir parlare di razzismo continuamente. Ormai è una moda da classe media e ci si potrebbe fare un film della serie "fantozzi". Mi fa ridere l'aggrovigliarsi di argomentazioni stantie e che scambiano gli effetti per le cause, la sinistra ci pasticcia e ci perde su questi temi, diventa extraparlamentare e continua a non capire: il fatto è che l'Italia è una nazione. Inutile essere cittdini italiani se non si appartiene a questa nazione. Io sono tutto meno che fascista ma la penso così, come tutti.


 
Il commento di marco rovelli 21 aprile 2009


Il darwinismo interpretato con le lenti di gobineau, forse? In ogni caso, signora, io la invito (oltre che al té, quest'invito resta tale) a considerare il fatto che lei non abbia capito quanto dicevo. Supposizione legittima visto che - diversamente da quanto mi ha attribuito - non ho mai affermato che African Inferno non mi sia piaciuto, visto che anzi mi è piaciuto. La discussione era su altri punti. Su quella che è l'essenza di un conflitto culturale (e allora il suo giudizio dovrebbe essere articolato, scendendo nel merito delle mie argomentazioni e non limitandosi a disprezzarle definendole tarmate - ciò che legittimamente fa subodorare una certa aria di pregiudizio ideologico, questo sì, da parte sua), e sul senso della legislazione vigente.


 
Il commento di Maria Costanza eccher 21 aprile 2009


Signora. e naturalmente porto rispetto per la vita infelice di una sinistra priva di ironia e di autocritica destinata alla autodistruzione. Ma confido nel darwinismo. La signora Eccher


 
Il commento di marco rovelli 21 aprile 2009


Beh, mi si dice che ho estratto dall'armadio coperte piene di tarme, non mi pare una gran battuta sinceramente... Né il punto della questione era la qualità del libro, diversamente da quanto affermato. E a quest'involuzione linguistica, compiuta da un amen, rispondere con un'intera prece mi pareva il minimo. Ma sarei lieto di invitare la signorina Eccher a un té delle cinque per mostrarle i miei armadi vuoti, se vuole.


 
Il commento di marco rovelli 20 aprile 2009


Signorina Eccher, qui di involuto c'è solo il suo linguaggio. Una prece. Marco Rovelli
da Sandro per marco rovelli


Beh caro Marco, non posso non difendere la cara signora Eccher, che ha costellato il mio blog (e pure un po' della mio profilo Facebook, se non ricordo male) di commenti ficcanti e salaci, guadagnandosi la mia imperitura ammirazione. Non entro nel merito sel suo commento, ma tutto le si può dire, tranne che il suo linguaggio sia involuto. E poi insomma, dai: vuoi che finisca per accusare te e la sinistra tutta anche di mancanza di senso dell'umorismo?
:-)
Con affetto,
Sandro


 
Il commento di Maria Costanza Eccher 20 aprile 2009


Caro Piersandro, spiace vederla alle prese con le coperte piene di tarme che la sinistra continua ad estrarre dall'armadio e con le quali si copre per difendersi da ogni novità e da ogni possibile evoluzione di pensiero e di atteggiamento...perbacco addirittura i lager... che sono stati un'orrenda faccenda inumana e che non dobbiamo dimenticare, ma da qui a ipotecare i comportamente e i sensi di colpa dei nipoti dei miei nipoti!!! caro piersandro lasci stare lei ha scritto un libro BELLISSIMO, moralmente e politicamente stimolante...ma come vede è difficile conoscersi e convivere quando si continua a parlare per preconcetti e concetti stabiliti da una dottrina che da giusta diventa involuta e con un vago sentore di muffa. Signori, i principi restano e su quelli si costruisce il nuovo, da lì si parte per EVOLVERSI.... Comunque caro Piersandro rubo un cattolicissimo amen e lo mando a Rovelli. AMEN. Maria Costanza Eccher


 
Il commento di marco rovelli 19 aprile 2009


Caro Piersandro, non è assolutamente questione di senso di colpa. E' questione invece che la storia non conosce un senso unilineare, monodirezionale, ma è fatta di mille rivoli, e di molteplici direzioni. Il lato oscuro dell'Europa, come dici tu, precede il totalitarismo e lo segue. Lo precede: quanto ai "lager" - ti rimando molto umilmente all'appendice del mio "Lager italiani" - dove peraltro seguo le argomentazioni di Hannah Arendt, nulla di nuovo. E la segue - perché tu fai riferimento a quanto di buono è stato nella seconda metà del secolo: ma con quale volto si è presentato l'Occidente al Sud dal tempo della cosiddetta decolonizzazione in poi? Ha mostrato quei valori di democrazia reale e tolleranza di cui si vanta o forse si è presentato col volto dei "sicari dell'economia"? (prendo in prestito il termine da un libro pubblicato da minimum fax, che dovrebbe essere letto universalmente) Non sto parlando del passato remoto, sto parlando di una storia che è continuata e continua: del resto perché le ondate migratorie avvengono oggi e non trent'anni fa? Non sarà proprio perché il dominio economico dell'Occidente ha dagli anni settanta ad oggi strangolato una serie innumere di paesi? E allora, che cosa chiediamo? Di riconoscere quant'è bella la nostra cultura (dove appunto la cultura è un insieme complesso di pratiche) a chi di quella cultura ha subito solo una serie nefasta di effetti? (e non solo quelli di cui ho detto, ce ne sarebbero altri - ad esempio l'estensione arbitraria della forma-nazione a culture a cui essa non apparteneva - e tutto quel che ne è seguito...). E' questo il punto Piersandro: quei bei valori li conosciamo solo noi, laddove agli altri abbiamo mostrato il lato oscuro che ci consente di averli, quei bei valori, lo abbiamo mostrato e non abbiamo mai smesso di mostrarlo. Capire dunque che la nostra cultura tiene insieme cose belle e cose orrende, e che le due cose non possono essere disgiunte, e che disgiungerle è possibile solo con uno sforzo comune, questo è il punto. Questo quanto al piano della cultura, e si tratta di affrontarlo nelle pratiche "molecolari". Poi, appunto, il piano - sul quale si può agire subito, e ciò sta a noi - del diritto - nel senso, come dicevo, di integrare le persone nel diritto, di renderle soggetti di diritto e non solo soggetti al diritto (ciò che solo può implicare la richiesta di doveri, appunto).


 
Il commento di marco rovelli 18 aprile 2009


In questa nota (è vero che non parlo molto del libro, ma infatti questa non era una recensione né si proponeva come tale), non dico che il libro è di sinistra. Dico che Pallavicini nel suo blog ha fatto rilevare la sua estrazione di sinistra. E dico che ha un forza che appartiene a ciò che “si” dice sinistra, laddove appunto il formalismo del politically correct diventa nocivo nella misura in cui impedisce di comprendere a fondo le questioni. Piersandro si dice non d'accordo su due punti. Anzitutto, il punto dell'orgoglio. La trovo molto semplicistica, messa così. Chi non trova che l'idea di “tolleranza” sia un'idea meravigliosa? Chi potrebbe obiettare al fatto che l'idea di tolleranza sia la forza della storia dell'Occidente? Ma allora occorrerebbe farne la storia, di quest'idea. Non dico di ripartire da Spinoza (ma si dovrebbe, invece). Ma capire, per esempio, che la tolleranza è un'idea (e una pratica) che si afferma contestualmente alla colonizzazione feroce del mondo, ammantata di supremazia razziale e di ideologia “orientalista”. Storicamente, è un fatto, non si è data l'una cosa senza l'altra. Piersandro parla di “democrazie europee” - che però sono proprio gli agenti della storia del colonialismo, della pratica dei lager su vasta scala in quelle stesse colonie (pratica poi importata nel cuore stesso dell'Europa all'altezza del trapasso di queste democrazie in totalitarismi). E il colonialismo, è sotto gli occhi tutti, non è mai cessato, dopo la ripresa degli ani settanta con la stretta del debito estero (penso anche al bel libro Confessioni di un sicario dell'economia, ed Minimum Fax), dei PAS imposti dal Fmi ecc... Insomma, è evidente che ci sarebbero milioni di cose da dire, ma il senso è questo, che la storia dell'Occidente è un'arma a doppio taglio, dove i valori che è bello e importante affermare non si sono affermati se non su quel fondo oscuro della violenza e del dominio. Bisogna buttare via la tolleranza allora? Evidentemente no. Bisogna però comprendere come costruire una fase storica nuova, e questa la si può costruire insieme – dove la riconciliazione (vedi il Sudafrica) può passare solo dal riconoscimento obiettivo di ciò ch'è stato. Ecco che allora il discrimine vero tra destra e sinistra passa di qui – un discrimine che poi ha la stessa articolazione della questione dei diritti (e qui si arriva al secondo punto). Credo che qui Piersandro non abbia colto il senso con cui io ho utilizzato il termine, e il concetto denotato. Non sto parlando di etica, sto parlando di “diritto”. Ed è evidente che la sfera del diritto implica anche dei doveri. Ma appunto per esigere doveri da una persona bisogna integrarla prima nella sfera del diritto! E quando parliamo di immigrati, stiamo parlando di persone sottoposte una legge schiavistica come la Bossi-Fini, che sancisce un diritto minore per persone minori, finalizzata alla produzione di clandestini (attuali o potenziali) e dunque di servi buoni a essere usati, sfruttati, e poi espulsi. Ed è su questo piano che – nonostante tutte le buone petizioni di principio come dall'articolo dell'Alfatti Appetiti – resta il fatto che lui avalla quella legislazione che nega diritti elementari alle persone. Per questo parlo di cattiva coscienza, perché nel suo articolo dice cose perfino condivisibili, ma poi tutto ciò si traduce – in pratica (ed è questo che conta) – nel sostegno a una legge razzista come la Bossi-Fini e tutto ciò che ne è seguito. Ovvio che se l'Alfatti Appettiti – e come lui tutti quei “giornalisti e intellettuali di destra” che Piersandro dice essere non dimentichi dell'essenziale - scrivesse sul suo giornale che la Bossi-Fini è una legge razzista e va ritirata, io cambierei idea e ammetterei che ho sbagliato a parlare di cattiva coscienza.
da Piersandro per marco rovelli


Grazie Marco per il commento e quest'altra messe di utili considerazioni. Senz'altro la legge Bossi Fini è da buttare, ero già perfettamente d'accordo quando parlavi di una legislazione che esclude e che va trasformata in una "inclusiva". Che la tolleranza sia un valore fondante, per carità, come non essere d'accordo. Continua invece a lasciarmi perplesso questo - qui esplicito - riferimento alla colpevolezza dell'occidente. Il colonialismo, addirittura "i lager"... Siamo nel 2010. Vogliamo finalmente dirci che - come ovvio - erano cose criminali, togliercele una buona volta dalla testa e ragionare sull'immigrazione senza quelle ombre, quei sensi di colpa che ci appesantiscono il cuore? A che giova, che contributo migliorativo porta, nel costruire per esempio una nuova e buona legge sull'immigrazione, il continuare a flagellarci sul lato oscuro dell'Europa? (giacchè, dal secondo dopo guerra, ce n'è stato uno "chiaro", che è evidentemente quello di qui parlavo dicendo "buoni valori")


 
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