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3 dicembre 2020
In Universale Economica
C'est Super! Il blog sul bien vivre di Piersandro Pallavicini
Da Portopeo, a Pavia: Mr. Stretta di Mano e Sguardo Altrove 21 maggio 2009


A metà serata, nel momento in cui il locale è più affollato, lo vedo arrivare. Guida una macchina sportiva costosa che parcheggia, stortignacola, sull’erba a due passi dall’ingresso del ristorante. Ha i capelli lunghi tre dita, una camicia bianca slim fit aperta per tre bottoni, jeans bucherellati ad arte, mocassini chi lo sà, forse Prada. Ha trentacinque anni, di sicuro meno di quaranta. Entra e si guarda intorno. Gli va incontro Peo, il patron del locale. Stringe la mano a Peo e mentre gliela stringe è distratto, affrettato, non guarda lui ma continua a guardarsi intorno, a spingere lo sguardo lontano, a destra e a sinistra, come se cercasse di individuare qualcuno tra i tavoli. In faccia ha un’arietta annoiata, stanca. Preoccupata. Lievemente disgustata della vita e del mondo.
No, non sta cercando nessuno. Lo vedrò rifare la stessa scena (stretta di mano, sguardo che gira intorno, faccetta) altre tre volte nel giro dei dieci minuti che peregrinerà in sala, prima di scendere al dehor dell’aperitivo. Ma sì, lo sò bene che non cerca nessuno. Lo sò perchè è l’atteggiamento di tutta una generazione, a Pavia: tra i trenta e quaranta, la famiglia che ha i soldi, i vestiti che starebbero meglio addosso a chi ha dieci anni di meno, sempre in giro per quei tre, quattro locali che a Pavia sono considerati, per così dire, giusti.
Ah, il tipo “stretta di mano e sguardo altrove”, mi dite, non è un’esclusiva di Pavia? Infesta l’intera provincia italiana, mi dite ancora? Ah ma dai?
Che sorpresa.

Ecco, Mr. Stretta di Mano e Sguardo Altrove potrebbe essere la cifra di PortoPeo, ristorante trendy tra i più recenti aperti a Pavia, inventato dal bravo Peo, appunto, che è tutt’ora (credo) proprietario o manager dello storico ristorante Della Madonna – Da Peo, nel centro della nostra città.
PortoPeo è a un passo dal Ticino, ha una sala affacciata sul fiume, e sotto la sala cioè sulla riva ora – tarda primavera estate – ha aperto un bel dehor con divanetti, tavolinucci, dj-set, buffet. Sì, certo, per il rito (che Dio l’abbia in gloria!) dell’aperitivo.
Premetto due cose: a) Portopeo non è un super-restaurant e nemmeno prova a esserlo; 2) La cucina è ottima, e i costi tutto sommato onesti. Insomma si mangia bene e non ci si danna l’anima per pagare. Sarebbe anche un gran bel posto. Ma...

Ma prendiamo la sera, un martedì di maggio, in cui io, mia moglie e mia figlia siamo andati lì a cena e io ho avuto il piacere di osservare Mr Stretta di Mano e Sguardo Altrove in full action. Erano le 8:30. Io e mia moglie c’eravamo già stati, mia figlia no. Mia figlia ha 6 anni. L’ho portata apposta, sapevo che le sarebbe piaciuto: l’arredamento di Peo è infatti un post-post-moderno spettacolarizzante, che gioca sul contrasto tra tavoli di gran rigore razionalista e megastrutture d’arredo. C’è un magnifico, sterminato bancone-bar che corre lungo tutto il lato maggiore del rettangolo-sala. Sopra il bancone lampadari giganti (fai un metro di diametro), bianchi, sferici, fatti di cavetti intrecciati da cui sparano luce innumerevoli micro-faretti alogeni. Dietro il bancone, l’anima fluviale del ristorante (ricordo che siamo sul Ticino) è sottolineata da due gigantesche prese d’aria che contengono ciascuna un’elica, in impassibile lenta rotazione. La zona bar è separata dalla zona tavoli da una serie di alberi alti e affusolati, dipinti di bianco. Sui tavoli, l'illuminazione è a faretti direzionali. La cucina, lato corto del locale, è a vista dietro immensi finestroni. Dal lato lungo opposto al bancone si vede il Ticino. Mia figlia era estasiata. Dal suo sorriso si capiva che aveva questo neon acceso in testa: “È BELLISSIMO”.
Punti a favore: si è mangiato bene e si è speso ragionevolmente, 75 euro. Per mia figlia abbiamo chiesto una semplice pasta in bianco, ovviamentre fuori menù: ce l’hanno fatta, hanno portato uno scodellino di parmigiano grattato a parte (data la carta, non esiste opzione “formaggera”) e, sorpresa e segno di grande signorilità, nel conto non compariva. Bravi. E poi tutto buono, fritture di pesce fresche e leggerissime, spiedoni ottimi, frittelline di baccalà eccellenti. In altre occasioni avevo assaggiato delle capesante gratinate servite con una cremina molto golosa, un cestino di pastafrolla con gamberi fragrante e delizioso, un filetto di maiale in crosta con salsa di senape superlativo. Splendidi dolci, tra cui una torta al rhum con crema al caffè da urlo. Niente da dire: buona cucina col giusto grado di fantasia, italiana e ibridata con la Spagna e Maiorca... con cui fa rima lo spirito ahinoi trendy e vagamente discotecaro del locale.
Perchè alla fine non sono uscito contento, nonostante mia figlia si sia divertita e io sia rimasto soddisfattissimo della cucina. Proprio, temo, per questo afflato “trendy” e maiorchino che mal si sposa con i piedi grossi del medio pavese.
Dettagli irritanti.
1) sul bordo dei tavoli eleganti e minimali stanno appiccicati foglietti grossi come una mano, con su il numero del tavolo scarabocchiato sopra: un pugno in un occhio quanto a armonia con l’arredo;
2) sui tavoli medesimi campeggia una bella bottiglia d’olio: ma dai, la bottigliazza di extravergine fissa in tavola, per favore;
3) uno dei camerieri, assolutamente simpatico per carità, parla a raffica con un accento che rende quel che dice incomprensibile: forse sono un po’ sordo, ma credo che lavorerebbe meglio con i sottotitoli;
4) i bagni sono purtroppo al piano di sotto, e in condivisione con il dehor degli aperitivi: il cliente-tipo dell’aperitivo lo conoscete bene, no? Ecco, immaginate allora lo stato dell’asse del water quando sono sceso ad accompagnare mia figlia. Da urto di vomito. Scusate, ma in un ristorante che si rispetti i bagni devono essere un luogo accogliente, confortevole, elegante;
5) i faretti sui tavoli sono direzionali, fanno coni di luce molto stretti e molto caldi, ma il posizionamento dei tavoli non ne tiene contro: se capitate sulla sedia sbagliata mangiate con la luce sparata negli occhi e un martello caldo sul cranio.

Poi le cose che non vanno davvero:
a) il maitre (perchè c’è un maitre), è simpatico, amicone, anche belloccio, ma ha la tendenza a cercare di farti prendere quello che vuole lui. Ti consiglia, e insiste, per indirizzarti verso qualcosa... che curiosamente fa parte della lista! I consigli hanno senso se c’è qualcosa fuori lista, un piatto occasionale magari, qualcosa di fatto con materia prima miracolosa trovata per caso sul mercato in giornata. Altrimenti che consigli a fare? Vuoi farmi credere che ci sia qualcosa nella lista che è meglio evitare? Perchè magari non buono, non fresco? Cioè, che fai, giochi contro il tuo stesso chef?!? E poi così mortifichi la curiosità del cliente, la sua autonomia. Ho capito che giochi a fare il confidenziale e il piacione, come se tu, cliente, fossi uno ammesso a questo luogo d’elite, molto stile Maiorca @Pavia. Ma lo offendi se gli dici, come mi è capitato, che ha scelto una cosetta qualsiasi (“un gelato qualunque con le amarene”, sic) anzichè il dolce che vuoi ammannirgli tu. E, peggio del peggio, se come mi è anche capitato io desidero solo un secondo e un dessert, non puoi insistere con frasi tipo “ma neanche un’antipastino?” Capisco l’intento di far consumare di più, di far guadagnare il locale, ma non si può mettere in imbarazzo il cliente facendolo sentire uno che spende poco...!
b) la musicaaaa! Dal dehor sul lungo-fiume arrivava un bel dj-set di disco dance anni 70. Piacevole. Ma dal sistema di casse della sala da pranzo arrivava ANCHE altra musica: un’orrida radio che trasmetteva roba tipo Gigi D’Alessio. E che si sovrapponeva all’altra in una cacofonia incomprensibile, che mi ha fatto venire il nervoso e poi il mal di testa, che impediva di chiacchierara, di rilassarsi, di gustare i piatti. Ma cosa ci voleva a spegnere quella cazzo di radio?
c) Non è successo martedì, ma mi è successo due altre volte, un mercole e un giove. Sere di partite, capite? Coppe, nazionale. Anzi tre, perchè anche un sabato, già, che c’era Inter-Juve nell’anticipo. Era tardo inverno, il dehor non era ancora aperto, e si stava tranquilli in sala con musica bassissima, forse anche di Gigi D’Alessio, o Massimo Ranieri, ma intanto chi la ascoltava? Si mangiava bene, si beveva benissimo, si chiacchierava allegri. Poi ho visto arrivare Peo con un telecomando in mano. Poi ho visto un megaschermo scendere, un video proiettore accendersi, e ho sentito salire il volume della partita. Sì, calcio, a cena, come in una pizzeria. Perchè sono così i locali trendy, a Pavia. Anzi, in tutta la provincia italiana: con il maitre amicone che si allarga troppo, il megaschermo, la musica alla cacchio e i tipi magari col Porsche ma disperati, che salutano tutti guardando oltre, in cerca di chissachì: un’apparizione, un deus ex machina che gli accenda la serata e anche la vita. E che mai arriverà perchè, semplicemente, non è contemplato nel catalogo delle loro conoscenze.
 
I vostri commenti
Il commento di Carlo 25 maggio 2009


Non sono mai stato in questo locale (che per certi versi mi incuriosisce), ma generalmente prendo nota dei ristoranti con il maxischermo sintonizzato sulla partita e li evito come la peste: il calcio ci perseguita a ogni passo con tutto l'indotto di casino e cafonaggine che lo caratterizza, almeno quando sono fuori a cena voglio dimenticarne l'esistenza.


 
Il commento di luca malavasi 22 maggio 2009


bene, duman sira sono a cena a pavia ché mi torna il piermi. so dove non andare... devo dire che anche se tutto il resto fosse ok, la presenza di una anche minima percentuale di figuri stretta di mano e occhiata panoramica bastarebbe a tenermi lontano da un posto dle genere. è davvero l'apoteosi della pavesità, è propio quella roba lì, tutta lì.


 
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