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3 dicembre 2020
In Universale Economica
Arabi Visibili: il blog di Paola Caridi
Viva la web-rivoluzione tunisina! 15 gennaio 2011


Non pensavo di trovare conferma alla mia tesi che lega il dissenso eurorientale con quello arabo - descritta nel mio Arabi Invisibili - sul più importante portale tunisino dell’opposizione, nawaat.org, sino a ieri impossibile da vedere in Tunisia, per la censura che strangolava tutto il web nazionale. Astrubal, su nawaat.org, traccia addirittura una linea rossa che unisce un ragazzo di Praga, Jan Palach (che la mia generazione si ricorda ancora oggi come fosse successo appena ieri), con Mohammed Bouazizi, il ragazzo di Sidi Bouzid, un ambulante, che si è dato fuoco a dicembre. Dal suo sacrificio, come allora, è iniziata la web-rivoluzione tunisina. E continuo a chiamarla tale perché solo un mezzo potente come internet è stato non solo brodo di coltura, ma rete, collegamento, agorà per migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di ragazzi. Se è vero che a Facebook, in un paese di oltre 10 milioni di abitanti, sono abbonati due milioni di tunisini, questa ipotesi a senso. Ha senso perché anche Mohammed Bouazizi, da Sidi Bouzid, era abbonato, e a Facebook – racconta Astrubal – aveva affidato qualche riga. I suoi ultimi pensieri.

Mohammed Bouazizi come Jan Palach. Il dissenso che si fa gesto disperato. Eppure, rimane dissenso e contagia chi era già stato esposto, per anni al virus. Per così tanti anni, da far ricordare all’autore dell’articolo su nawaat.org che il dissenso via web aveva già avuto altri morti e altri martiri. Il primo, il più importante, Zouhair Yahyaoui, il creatore di TuneZine, il primo web-magazine che fece provare a Yahyaoui prigione, tortura e morte. Da samizdat su macchina da scrivere e ciclostile, a e-samizdat affidati al vento di internet: la linea rossa continua, è quella di un dissenso che non si può reprimere più di tanto, perché la pentola – dice una mia amica che ha scelto di rimanere a Tunisi – poi alla fine scoppia.

Detto francamente, non mi aspettavo che un paragone del genere mi arrivasse direttamente sullo schermo dal web tunisino. Non mi aspettavo che la memoria di Jan Palach avesse traversato il Mediterraneo…

Solo nel mondo arabo, per spiegare ciò che succede, si citano poesie. E’ nell’animo arabo, nella cultura popolare, nei sentimenti. Marwan Bishara, il più importante analista politico di Al Jazeera, cita il più grande poeta tunisino per spiegare come mai questa Web-Rivoluzione del Gelsomino sia stata così veloce e impossibile da fermare.

The simplest and perhaps the most accurate answer was “provided” almost a century ago by Tunisian poet Abu Al-Qasem Al-Shabi (Schebbi), in his Defenders of the Homeland which became the most popular verse in Arab poetry, and used in the Tunisian national anthem: “When people decide to live, destiny shall obey, and one day … the slavery chains must be broken.”

Andrei più avanti di Bishara, e aggiungerei anche che nel mondo arabo non si può mai prevedere quando la pentola scoppierà, quando le catene si romperanno. Un giorno succede, con un ragazzo disperato che si dà fuoco. Che non fa il kamikaze, ma diventa l’esempio che non si deve avere più paura, perché non si ha nulla da perdere se non una vita disperata. Ma non si potrà mai prevedere quando. E se avrà successo. Mentre scrivo, i ragazzi dei paesi accanto, soprattutto dell’Algeria e dell’Egitto, scrivono virtualmente ai tunisini, onorano il loro coraggio, si chiedono perché mai loro – sinora – non lo abbiano avuto. Io non so se l’effetto domino andrà in scena ora, tra un anno, tra cinque. Se dovessi collegare la vecchia storia dell’Europa dell’est, il giovane Jan Palach al giovane Mohammed Bouazizi, direi che l’effetto domino sarà presto. Come effetto domino ci fu tra anni Cinquanta e Sessanta.

Credo, però, non sia importante mettersi con una palla di vetro e tentare di auscultare il futuro. Meglio leggere il recente passato e il presente. E da dieci anni quelle generazioni di Bouazizi dicono che non ce la fanno più, che sono rimaste inascoltate dai propri regimi autoritari così come da un Occidente sordo e vigliacco, che preferisce fare grandi accordi e delocalizzare piccole imprese. Senza pensare a chi, giovane, in quelle imprese, sarà impiegato per un tozzo di pane. I think tank delle aziende italiane o francesi che avevano investito in Tunisia avrebbero fatto bene a studiarsi non solo i numeri della società e dell’economia tunisine, ma anche il web che chiedeva libertà, prima di investire un euro nel modo in cui sono stati investiti. Per poi non lamentarsi se, sul web, persino ai turisti viene chiesto di non venire più. Perché la Tunisia, così come l’Egitto, non è un grande resort sul mare. E’ molto altro, nascosto agli occhi indifferenti dei vacanzieri.

Succederà qualcosa – e presto – in Egitto, in Algeria, persino in Giordania dove ieri migliaia di persone sono scese per strada contro il carovita? Chissà, chissà… Non ho mai amato gli aruspici, soprattutto quelli che prevedono a tavolino. Dico solo che bisognerebbe studiare. E avere l’umiltà di ascoltare gli “invisibili“, i miei invisibili, che da anni parlano, e chiedono rispetto.

Oggi festeggio la web-rivoluzione tunisina, con una gioia doppia. Ovviamente per i miei invisibili. Domani ci occuperemo, da analisti, del futuro incerto della Tunisia. Futuro incerto causato non dai ragazzi del web, ma da un regime autoritario, corrotto e sostenuto a spron battuto, sino all’ultimo, da tutto l’Occidente. Europa, Francia, Italia comprese. Il baluardo laico del Maghreb… Parleremo allora di una rivoluzione sostenuta da tutto lo spettro politico dell’opposizione, dai comunisti di Hamma Hammami ai Fratelli musulmani in esilio di Rachid al Ghannouchi (che ho ascoltato a una conferenza londinese sull’islam politico). Parleremo di futuro, di costituzione, di elezioni, di quadro politico, di esercito. Ma per ora, oggi, mi godo il sapore di una piccola rivoluzione inattesa, corale. E giovane.
 
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