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9 dicembre 2021
In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
in ricordo di Ranbir 30 aprile 2011


In ricordo di Ranbir, morto su una panchina a ventun anni, nel centro di Bologna, ucciso dall'indifferenza, dalla solitudine, dal rifiuto di un nuovo permesso di soggiorno perché aveva perso il lavoro.




Mastruzzi trotterellò infreddolito verso la piazzetta dei giardini, respirando fitto per la nebbia che gli raggelava la nicotina nei bronchi, e si fermò un istante in via Marconi per ammirare il silenzioso sfilare di un filobus nel frastuono di centinaia d'autobus fumiganti. Poi, arrivò finalmente a quella specie di sarcofago su due ruote che fungeva da casa per il suo amico senzacasa, e si guardò intorno. La porticina era chiusa con il lucchetto, e i cartoni che usava da veranda erano diligentemente ripiegati in un angolo. Mastruzzi prese a passeggiare in tondo, zigzagando ogni tanto per evitare le cacche di cane congelate che costellavano la piazzetta. Dopo una mezz'ora lo vide sbucare dal vicolo, stretto nel giubbone a quadri che lui gli aveva passato qualche settimana addietro, il consueto fascio di quotidiani del giorno prima sotto il braccio e un cartoccio di cibo nella mano destra. Sorrise, disse allegro:
"Ohè, investigadùr... come ti va?"
"Fredd-boia" balbettò Mastruzzi, riducendo al minimo le parole per evitare spifferi su una carie che lo tormentava da qualche notte.
L'altro andò ad aprire lo sportello scorrevole, si sedette dentro quella sorta di cuccetta ambulante di due metri per uno per mezzo, e fece segno a Mastruzzi di accomodarsi. Poi tirò fuori una fiaschetta da sotto il cumulo di coperte ammonticchiate, e gliela porse. Mastruzzi la prese, squadrandola perplesso.
"Cognac, fidati, investigadùr".
Mastruzzi si fidò, e diede una gollata. Tossì, con la bocca accartocciata, dicendo a mezza voce:
"Cognac sti du maron, sarà brandy Tre Stelle se va bene".
L'altro sbuffò ridacchiando, e aggiunse:
"Va là, che scalda, scalda".
"Pure la trielina scalda, se è per questo" sbottò Mastruzzi prima di dare una seconda gollata. Ma in effetti scaldava, e alla terza non faceva poi tanto schifo. L'altro prese a sfogliare i quotidiani. A un certo punto scoppiò a ridere, disse:
"Homeless... Mi piace! Suona meglio di barbone. Se stessi a New York, sarei un homeless".
Mastruzzi sbirciò l'articolo, intitolato "Homeless a Broadway", e borbottò:
"A me suona come 'Uomini lessi in brodo'".
L'altro ridacchiò.
"Che ignorante che sei, investigadùr. Manco l'inglese, hai studiato".
Mastruzzi si accese una sigaretta facendo una smorfia, poi gliene offrì una.
"No, grazie, fumo solo d'estate" fece quello.
Mastruzzi annuì senza chiedere altro. Dopo un po' disse:
"Knulp. Posso chiamarti Knulp?".
"E perché?"
"Perché ti conosco da un anno e più, e ancora non ti sei ricordato come ti chiami".
Il vagabondo rimase assorto a pensare, poi ondeggiò la testa lentamente, si portò l'indice alle labbra, e mormorò:
"Dev'esserci un libro... Knulp... Dev'essere il titolo di un libro..."
Mastruzzi lo fissò chiedendosi fino a che punto la storia della memoria persa non fosse una presa in giro, quindi gli chiese:
"E tu che ne sai?"
L'altro batté le mani sollevando una nuvoletta di polvere dai guanti di lana bucati, e rispose:
"Qualcosa ogni tanto la ricordo... E' come la nebbia: affiora un'immagine e subito dopo riscompare... Ma sono sicuro che una volta avevo una grande biblioteca... O forse ci lavoravo. Boh. Vai a sapere, te".
Mastruzzi gli mise il libro di Hesse sulle ginocchia. L'uomo socchiuse la bocca per lo stupore, lo maneggiò con estrema cura, accarezzandone la copertina, lo aprì delicatamente, ne annusò l'odore di stampa.
"Knulp..." sussurrò allontanando il libro per leggere meglio, "Knulp, storia di un vagabondo... di un homeless. Bello. Bello. Stasera lo leggo, e domani ti racconto".
"Ma non lo conoscevi già?" chiese Mastruzzi con un'occhiata indagatoria.
"Può darsi" fece l'altro sorridendo, "ma che importa? Tanto me li scordo. Il vantaggio della memoria che va e viene è questo: posso rileggere gli stessi libri ogni due o tre mesi. Peccato non avere posto per tenerli, accidenti" concluse guardando dentro il loculo di legno a rotelle. "Comunque, vada per Knulp" aggiunse.
Mastruzzi annuì, ripetendo "Knulp, Knulp".
E Knulp ripose il libro in un angolino, battendoci sopra il palmo come per dirgli "arrivederci a stasera". Mastruzzi prese a cercare nelle tasche del cappotto, finché non trovò il pacchetto di pile.
"Grazie" disse Knulp, "ma non dovevi disturbarti, ho ancora due candele quasi intere".
"Quelle dopo, dopo, intanto usa la pila, che ci vedi meglio" fece Mastruzzi, senza confessargli la sua preoccupazione che si addormentasse con la candela accesa. Poi, fingendo di interessarsi a un alano che stava defecando smisuratamente al centro del vialetto, disse a bassa voce:
"Ma se trovassi un posticino... magari nel garage di uno che mi deve un favore... proprio non ci verresti, eh?"
Knulp continuò a leggere i suoi giornali arretrati. Alla fine di un articolo sulle faide religiose in India, alzò lo sguardo e sospirò.
"Mah, che vuoi che ti dica, Gino... Io ormai mi sono abituato... Non credo che in un garage starei meglio. E poi, qui ho il mio giro. La lattaia mi tiene le paste avanzate del mattino, il barista qui dietro tutti i salatini degli aperitivi... e ho le riviste della parrucchiera ogni fine mese, più i giornali rovinati dagli imballaggi... No, non credo che mi abituerei da un'altra parte, mi spiace".
Mastruzzi aprì le mani come per dire "non parliamone più", ma dopo dieci minuti ne riparlò.
"E se saltasse fuori una casa? Dico, una casa vera... magari con altri, però una stanza tutta tua, e un bello scaffale per tutti i libri che puoi mettere assieme, eh?"
Knulp gli rivolse uno sguardo paziente.
"Dài, Gino... Di case non ce ne sono neppure per quelli che hanno un nome e un lavoro, figurati per me. E poi, in confronto a tanti altri, io ho almeno questa" concluse indicando con un cenno la carretta alloggio su cui stavano seduti. Mastruzzi alzò le spalle, disse:
"Ci sono un sacco di carogne, in giro... E ogni giorno che passa sembrano aumentare, i figli di cani".
Knulp guardò verso il cielo grigio, respirò a fondo la nebbia impregnata di benzene, e si grattò i capelli stopposi.
"C'è un destino, da qualche parte lassù, che taglia, cuce, rammenda, butta via uno straccio e ne mette da parte un altro... Ogni cosa va come deve andare, e tu non puoi farci niente".
Mastruzzi rimase a fissare una finestra del palazzo di fronte, dove c'era un dentista intento a trapanare dentro una bocca; ogni tanto si vedeva la gamba sinistra del paziente alzarsi fino a metà del vetro, e riabbassarsi di scatto.
"Credi al destino, Knulp?" chiese Mastruzzi guardando la gamba nuovamente in alto.
"E in cos'altro dovrei credere, secondo te?" ribatté Knulp passando al secondo quotidiano. Mastruzzi fece segno di sì, strofinando la lingua su quel maledetto molare che aveva ripreso a martellare. Poi decise che era ora di tornare in "ufficio", e si alzò. Sbatté una craniata contro il tetto della carretta e bestemmiò massaggiandosi la nuca. Knulp rise, e disse:
"Non parlare male degli assenti, Gino".
Tornando verso il Pratello, Mastruzzi dovette fendere strati di folla frenetica che si gettava a ondate nei negozi per gli ultimi acquisti di Natale. "E' vero" pensò, "l'unico assente, in tutto 'sto casino, è il festeggiato".
Poi gli tornò in mente Settecappotti, e attraversando via Rizzoli scosse la testa sorridendo di nostalgia, senza accorgersi di aver evitato l'arrotamento per un pelo. Il tassista aprì il finestrino e gli gridò qualcosa che non erano auguri natalizi, ma lui neppure se ne rese conto. Mitico, quel Settecappotti. Lo chiamavano così perché indossava tutto il vestiario pesante che trovava, e anche in agosto era un multistrato di panni che ne rendevano indecifrabile il fisico. Quanto avrà pesato, senza i suoi sette cappotti? Diceva che lo proteggevano dalle radiazioni e dai cattivi influssi. Dal destino, forse. Un giorno era sparito, e Mastruzzi aveva saputo molto tempo dopo che Settecappotti si era arreso a radiazioni e cattivi influssi. Gli era dispiaciuto, perché Settecappotti faceva ormai parte di Bologna come le due torri e il Nettuno.
Però erano altri tempi, e finchè di Settecappotti ce n'era uno solo, la gente per bene riusciva anche a sopportarne la vista.
 
I vostri commenti
Il commento di claudio giovenzana 27 maggio 2011


Grazie di aver condiviso. Dal lontano e tuo vicino Messico ti seguo e cerco di coltivare in me la passione che ti spinse a raccontare il mondo cercando nelle fessure le briciole di grandi esempi, valori e storie.


 
Il commento di Gianni 1 maggio 2011


Ciao Pino...come sempre, sei la sentinella del mondo...con i Tuoi racconti.Grazie...nel giorno del lavoro


 
 Pino Cacucci: blog per viandanti
 ciao don Gallo
 tradurre è...
 Libia, ma che bel risultato...
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