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In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
Sak Tzí 31 agosto 2011


Sak Tzí

pino cacucci


Negli affreschi di Bonampak venne ritratto come un vinto, condotto in ceppi al cospetto dei dignitari e umiliato di fronte al popolo acclamante. Poi, in una scena successiva, il re di Bonampak lo costringe a inginocchiarsi e lo trafigge con la lancia. I maya del bacino del Río Usumacinta pare che ci tennero tanto a celebrare questa vittoria su una misteriosa città-stato vicina e nemica, da incaricare anche gli scultori di Yaxchilán, il più importante centro cerimoniale sulle rive del grande fiume messicano, di immortalare l'uccisione del monarca sconfitto in una stele. Ma chi era lo sventurato signore contro cui si erano coalizzate le potenti Bonampak e Yaxchilán, nell'epoca di massimo splendore che chiamiamo Periodo Classico? Sappiamo che correva probabilmente l'anno 787 d.C., e il suo nome era Sak Tzí, “Cane Bianco”, condottiero valoroso che in precedenza aveva sconfitto in battaglia l'esercito di Bonampak, attirandosi l'odio dei suoi signori al punto da tessere alleanze con Yaxchilán grazie a matrimoni tra rampolli delle caste elevate. Il nome Sak Tzí è stato decifrato da un glifo che lo rappresenta negli stucchi e nei bassorilievi di entrambe le città-stato, ma dove sorgeva la sua reggia? Si supponeva fosse stata abbandonata e inghiottita dalla selva che, in epoche successive, ha ricoperto tutte le piramidi e i templi maya prima ancora che arrivassero i Conquistadores spagnoli, e oggi si calcola che soltanto un decimo, o forse addirittura meno, sia stato riportato alla luce, da Palenque in Chiapas a Tikal in Guatemala: il resto, giace sepolto da milioni di tonnellate di terra e vegetazione, accumulatasi e cresciuta in oltre un millennio.
Il mistero è durato fino all'agosto del 2004, quando l'archeologo messicano Luis Alberto Martos ha annunciato di aver finalmente scoperto la città perduta di Sak Tzí. Grazie ad Antonio Díaz, esperto in storia delle civiltà maya che svolge il lavoro di guida nei siti archeologici del Chiapas, abbiamo potuto visitare - primi europei ad avere tale privilegio - quella che si preannuncia come una delle più importanti scoperte dai tempi di Palenque e della tomba del re Pakal, destinata probabilmente a costituire un insolubile rompicapo per schiere di studiosi...

Il viaggio inizia da San Cristóbal de las Casas, città di struggente bellezza e con un clima a sé - in novembre abbiamo avuto 30 gradi a mezzogiorno e meno 4 a mezzanotte, con aria secca malgrado le foreste di conifere che la circondano - poi, appena siamo scesi lungo la strada che conduce verso Palenque, le tierras calientes ci hanno avvolto con una coltre di tiepida umidità tropicale. Fino a Palenque sono quattro o cinque ore di strada, non tanto per i chilometri, quando per le curve e i famigerati topes, salutari barriere antivelocità che ogni villaggio erige di traverso sull'asfalto in prossimità di scuole o gruppi di case, costringendo i veicoli a fermarsi - non basta limitarsi a rallentare, i topes sono in grado di scardinare i semiassi se superati a soli trenta all'ora - ed evitando così l'investimento di bambini che scorrazzano ovunque ci sia un centro abitato. Da Palenque, altre due o tre ore fino alla comunità di indigeni tzeltal Nueva Palestina, e quindi una mezz'ora di pista sterrata fino a Plan de Ayutla. Nei pressi del villaggio, si estende una piana disseminata di colline e piccole alture, il tutto ricoperto di boscaglia fitta, tranne alcune praterie dove pascola il bestiame. In una radura ci accolgono alcuni giovani tzeltal, volontari che si alternano nei turni di guardia al “sito”. Ma intorno non si vede altro che foresta... Antonio ci indica le tre principali “colline”, quasi dei monti curiosamente isolati e conici, che si ergono in mezzo alla pianura. E ci spiega che quelle sono altrettante piramidi, mentre tutti i monticelli sparsi un po' ovunque celano altari, tombe, abitazioni delle caste privilegiate. Ci inerpichiamo sulla prima delle tre alture, lungo il sentiero tracciato dall'archeologo Martos nei mesi di lavori estivi, accompagnati da David, giovane tzeltal che partecipa agli scavi e ora trascorre intere giornate a controllare chi si avvicina alla zona, assieme ad altri della comunità di Plan de Ayutla.
Quanto sia preziosa la loro opera di sorveglianti, lo capiamo dopo aver percorso poche centinaia di metri nel fitto della boscaglia: Antonio ci mostra una profonda buca, quasi una voragine scavata tra le pietre che formano la base della piramide. Una tomba saccheggiata, senza dubbio, anche se è impossibile stabilire da quanti anni sia stata depredata. Ciò che invece sembra ormai accertato, è che una stele scolpita che raffigura Sak Tzí si trova in una collezione privata a Londra...
L'ascesa non è troppo difficoltosa, anche se le pietre che compongono la piramide emergono spesso dalla terra e si rivelano estremamente scivolose. A metà del tragitto notiamo una lastra coperta di muschio che spunta tra felci e liane: una stele ormai corrosa dal tempo, che chissà quali bassorilievi ostentava, tredici o quattordici secoli fa... A pochi metri dalla vetta, il cielo azzurro irrompe nel fitto della vegetazione e lascia scorgere i profili di alcuni templi. E una volta giunti in cima, lo scenario lascia stupefatti: una serie di templi e piazzette, alcuni già ripuliti, con i resti di stucchi e bassorilievi perfettamente riconoscibili. E sotto di noi, si stende una porzione di Selva Lacandona che ora, con l'immaginazione, si rivela per una città molto estesa, su una superficie di almeno cinque ettari. Antonio ci indica un glifo tra gli altri, su una parete esterna: «Questo è il simbolo di Sak Tzí, lo stesso che troviamo a Bonampak e a Yaxchilán. L'emblema del signore di questa acropoli.» Siamo sulla piramide che, per i tanti segni rinvenuti della complessa scrittura maya, è già stato battezzato Templo de la Inscripción. Ci avventuriamo all'interno, attraverso ingressi sovrastati dal tipico arco falso maya. Ma qui cominciano le “sorprese archeologiche”. Spiega Antonio Díaz: «Il mistero sta nell'architettura: gli stili sono simili, apparentemente, ma presentano una lunga serie di particolari che non hanno nulla in comune con i siti già conosciuti, diversi da Palenque, da Bonampak, da Piedras Negra, da tutte le acropoli finora scoperte. Le cupole sono molto più alte, per esempio, e gli altari chiusi all'interno di tempietti, quasi come scatole cinesi, e poi, soprattutto...» ci indica la parte posteriore della collina che nasconde la prima piramide: «Questa, come le altre due, si estende su entrambi i lati. Tutte le città stato dei maya avevano un centro cerimoniale, nonché residenza di sovrani, sacerdoti e dignitari di corte, rivolto a est, invariabilmente appoggiato sul piano inclinato di un colle, o di un declivio, con la foresta alle spalle. Qui a Sak Tzí, succede l'inverosimile, per un archeologo: abbiamo la parte posteriore che è anch'essa costituita da scalinate, ora ricoperte dalla vegetazione, il che significa un immane lavoro di costruzione, non potendo contare come altrove sulla conformazione del terreno. I maya di questa acropoli decisero di edificare tre gigantesche piramidi al centro di una pianura, alte più di settanta metri!»
Sulle altre due si ripete lo spettacolo della vista di templi e altari, ma sempre diversi dagli altri come conformazione, e nel dedalo di cunicoli, restano ancora tracce di affreschi dai colori vivaci, quasi interamente corrosi dal salnitro. In alcuni casi si nota la patina nera della fuliggine accumulatasi in secoli di incensi e offerte bruciate sugli altari. All'interno di uno dei templi è cresciuto un albero secolare, le cui radici sono avvinghiate alle pareti esterne mentre il tronco ha sfondato il tetto. L'archeologo si è visto costretto a ordinarne il taglio, perché il peso rischiava di farlo crollare trascinando a valle l'intero edificio cerimoniale. David, il giovane tzeltal, ha partecipato alla delicata operazione, effettuata restando sospesi nel vuoto e tagliando il tronco in vari pezzi. Mi spiega che l'albero è un chicle... I maya ne intagliavano il tronco già millenni fa, per ricavarne la gomma che poi masticavano, il tzictli. Nel secolo scorso un certo Thomas Adams venne a sapere di questa abitudine, ancora diffusa nelle comunità indigene del Chiapas, e nacque così l'odierno chewing gum, “invenzione” che lo stesso Sak Tzí conosceva bene.
Tornati nella piana, Antonio ci conduce nello spiazzo che un tempo era il campo della pelota. «Anche questo rappresenta una scoperta straordinaria. I campi di Yaxchilán e di Piedras Negras sono lunghi 25 metri, quello di Palenque 40 e quello di Toniná ben 60, considerato finora il più grande in assoluto. Ebbene, questo di Sak Tzí arriva addirittura a 65 metri, dunque, considerando l'importanza del gioco della pelota per i maya del Periodo Classico, si può dedurre quale potenza rappresentasse questa città.»

Dalle opere scultoree e pittoriche arrivate fino a noi, emerge l'enorme importanza del pok ta pok, la "pelota", nella società maya, come sarebbe stato più tardi per gli aztechi, basti considerare che fino a oggi sono ben millecinquecento i campi da gioco riportati alla luce dagli archeologi in Messico. Si delegavano al responso di una partita le dispute territoriali, i dissidi tra città-stato, persino i torti da riparare fra sovrani e dignitari di opposte schiere. Tanto che la pelota sembra rappresentasse una sorta di "giudizio divino" a cui affidarsi per evitare scontri sanguinosi sui campi di battaglia e devastazioni. Da come venivano raffigurati i campioni di pelota, se ne deduce che costituissero una vera e propria casta, in certi periodi più importante di quella guerriera, atleti che suscitavano profonda ammirazione da parte dei nobili mentre il popolo arrivava a venerarli come semidèi. La pelota rappresenta tuttora un mistero su cui si sono scervellati innumerevoli studiosi, neppure le regole del gioco sono state chiarite a fondo, si sa soltanto che i giocatori si esibivano in virtuosismi che mandavano in visibilio gli spettatori, riuscendo - in casi rari, ovviamente - a far passare la pesante palla di caucciù attraverso un cerchio di pietra posto a diversi metri di altezza, colpendola unicamente con i fianchi o con il petto, mai con mani e piedi. La pelota era ammantata di sacralità, si avvaleva di un lungo e complesso rituale, era una cerimonia che simboleggiava lo scontro tra luce e tenebre, sole e luna, mondo dei vivi e inframundo dei morti, forze del bene e del male, propiziava la fertilità e mirava a ingraziarsi le energie del cosmo. Non a caso, nella loro lingua uno stesso termine, k'ik, significava sia “sangue” che “caucciù”, il “sangue dell'albero” con cui si facevano le palle da gioco. Il campo era anche un'allegoria dell'inframundo, e nella lingua maya quiché, la parola hom significava sia “campo da gioco” che “tomba”. Sacralità che ha indotto alcuni a un'interpretazione azzardata: la squadra vincente - o quanto meno il suo capitano - sarebbe stata sacrificata al termine della partita, con le vittime ansiose di rendere l'anima al cielo... Ma anche la versione più comune, che vorrebbe immolata la squadra perdente, lascia perplessi. I campioni di pelota erano dunque una casta di privilegiati, questa è una delle poche certezze che oggi abbiamo, e per arrivare a giocare con tanta abilità occorrevano anni di pratica, allenamento, forse si veniva instradati alla disciplina fin da bambini, costituendo dinastie di giocatori al pari dei nobili e dei sovrani. Possibile che tanta esperienza e tanto carisma venissero cancellati da un sacrificio umano? I vincitori non potevano certo finire così, altrimenti non vi sarebbero mai stati dei campioni, eliminati ben prima di raggiungere fama e bravura. Ma neppure i perdenti di una singola disputa, perché comunque si trattava di uomini votati a una missione quasi divina, e se mai fosse stato così, si trattò di casi rari, come quello di una partita che sostituiva una battaglia, dove i giocatori erano una sorta di gladiatori, e allora sì, che venivano sacrificati, ma i perdenti, non certo i vincitori. Inoltre, va ricordato che i maya, a differenza degli aztechi, praticavano principalmente l'autosacrificio, cioè erano i sovrani a versare sangue in nome e a rappresentanza dell'intero popolo, con procedimenti dolorosissimi, trafiggendosi lingua, orecchie e persino i genitali, per ricompensare la madre terra del dono prezioso del mais donandole ciò che di più prezioso aveva nelle vene l'eletto dagli dèi. Solo nel periodo di decadenza, il cosiddetto Post Classico che va dal 975 al 1200 d. C., l'influenza dei toltechi venuti dal nord diffuse la pratica dei sacrifici umani come tra gli aztechi. Quindi, tornando alla pelota, se in precise occasioni vennero immolati degli uomini, come sembra di capire da certi bassorilievi, allora è probabile che si trattasse di prigionieri di guerra, non certo di campioni venerati: agli sconfitti era concessa la dignità di simboleggiare le forze divine che, ciclicamente, soccombono a nuove forme di energia cosmica, in attesa della rivincita, in un ciclo di alternanza all'infinito, come il rincorrersi del sole con la luna e il reciproco annullamento durante un'eclisse.

Il sole sta tramontando, quando salutiamo i giovani tzeltal e riprendiamo la pista per Plan de Ayutla e Nueva Palestina. Pochi chilometri dopo, ci fermiamo ad ammirare le cascate e il laghetto dalle acque verde smeraldo: i maya edificavano le acropoli in luoghi dove Madre Natura offriva scenari da fiaba, di suggestiva bellezza. Le bambine del villaggio ci accompagnano con discreta allegria, poi seguite da qualche maschietto, più timido di loro. Sono il presente e il futuro di una civiltà la cui storia si perde nella notte dei tempi. Sono i discendenti non dei grandi guerrieri, o degli astronomi che misero a punto un calendario preciso quasi quanto quello odierno, o dei re come Sak Tzí, ma dei contadini umili, della plebe che un giorno non tollerò oltre i soprusi dei nobili e le angherie della casta militare: fu probabilmente per una serie di sanguinose insurrezioni, che queste città-stato vennero abbandonate e la selva le inghiottì. I tratti somatici ricordano in modo stupefacente quelli raffigurati in sculture e bassorilievi, ma la dolcezza dei volti e dei sorrisi intorno a noi, non hanno nulla in comune con le espressioni arcigne dei potenti e spietati maya del Río Usumacinta.
 
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