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Vicolo verde: il blog di Silvia Di Natale
La matta danza della notte dei sufisti 2 marzo 2013



La danza matta nella notte sufista

Lahore. 28.02.13

Dall’Europa sembra che in Pakistan uno salti per aria appena metta il naso fuori dall’albergo; in realtà gli unici pericoli veramente seri a cui si va incontro andando in giro per la città a piedi sono quelli di venir messa sotto da una motocicletta o da un risciò o di morire asfissiata per un’overdosi di ossido di carbonio. Per attraversare la strada ho bisogno di qualcuno che mi aiuti!* Non esistono semafori, se non nel Mall, la via principale che attraversa la città, né vigili, né segnaletica di alcun tipo. Vero è che i pachistani sono degli ottimi autisti che senza fare un uso esagerato né di clacson né di parolacce riescono a svincolarsi nelle situazioni più disperate, ma i pedoni non hanno altra scelta che quella di lanciarsi nel traffico sperando nel miracolo del mar Rosso.
Saniya che gentilmente mi accompagna nella sua Corolla bianca, ovviamente guidata dall’autista, non sa quanto siano affollate le vie al nord della città. Stupita - come tutti - che io abbia scelto un albergo ai margini della città vecchia, mi domanda: “Perché stai così lontano? Ma se là non c’è nessuno!”
Nessuno? E la folla che attornia il santuario dedicato al santo sufista Data Ganj (undicesimo secolo)? E tutto questo formicolio, questo movimento incessante, questo ondeggiare di veli e camicie, questo instancabile affaccendarsi intorno a qualche cosa per vendere – elastici, forcine, pettini di plastica, collane di fiori– cucinare, rimescolare tè e latte, infornare i chapatty, mangiare? Ma dove andrà a dormire questa folla, chi sfamerà così tanta gente, come fa a contenerla una sola città? I poliziotti onnipresenti, in maglioncino blu, uniformi attillate e baffoni si sono costruiti una specie di trincea per controllare la marea, ma come farebbero a trattenerla in caso di necessità? E tutto questo è “nessuno”?
Nessuno visto da dove sta lei che mi consiglia di scrivere un reportage sulla upper class, dato che con le persone che hanno la fortuna di appartenerle posso comunicare con una certa facilità. Ha ragione. Che cosa mi rimarrà di quelli che fanno parte del “nessuno” se non un’immagine di folla in movimento, frammenti di frasi, i “Where are you from”, le brevi informazioni su famiglia e figli, i sorrisi e le immagini rubate? Mi avevano detto che per parlare con la gente basta l’inglese, ma tra i vicoli della città vecchia straripanti di merci e di gente, non si trova una persona che parli inglese neanche a cercarla con la lampada di Aladino.
In compenso si trova di tutto, e tutto ordinato per bene: una via per i sandali (un infradito di pelle con i brillantini costa 300 rupie), una via per gli abiti da sposa (questi sono cari), una via per i chalwar kamiz: non sono cari come negli shopping center, ma è difficile trovarne uno di cotone. Alla fine ne scelgo uno, non è della migliore qualità, ma fa al caso mio**. A girare per questi vicoli sembra che dal tempo degli inglesi non sia cambiato niente, ma non è vero: a dimostrare i progressi della nazione ci sono, oltre ai cellulari, le lampadine al risparmio. Enormi contorte e orribili, sembrano ragni penzolanti da bave di fili penduli. E poi c’è l’innovazione dei berretti da preghiera pubblici: chi si fosse dimenticato il copricapo, può mettersi in testa un canestrino di plastica, naturalmente verde in onore all’Islam (vedi foto).

Per un errore di comunicazione mi sono persa il canto “sufista” (il quiwwali), ma non voglio perdermi la notte matta al centro sufista. Per non avventurarmi di sola di notte cerco un accompagnatore. Hafiz, il proprietario dell’albergo, che inchinandosi leggermente mi dice: “You are my guest”, mi mette a disposizione Shafcat che è già il mio cameriere personale. Con gli occhialini, il maglioncino blu e i pantaloni europei color beige, Shafcat ha l’aria di un collegiale timido, invece di scuola ne ha fatta poca. E’ venuto, solo, da un villaggio del Punjab, a 15 ore di bus di distanza da Lahore. Ha ventiquattro anni e da quattro vive nell’Hotel Fort View; i suoi amici sono quelli che lavorano con lui, mi dice, e aggiunge che adesso tra di loro ci sono anch’io. Confusa da tanta generosità, per evitare pericolosi fraintendimenti taccio.
Arriviamo al centro sufista in uno dei tanti momenti di blackout, ma il cortile è illuminato da lampade a petrolio e dai lampioncini dei joint accesi. L’aria è a tal punto densa di hashish che dopo poco mi gira la testa come se fumassi anch’io. Tutt’in giro uomini seduti in circolo per terra; nel mezzo quattro o cinque danzatori*** già ballano al ritmo di un tamburo. Ognuno balla per conto proprio, ma i gesti sono simili e la danza sembra segua una coreografia: ora scuotono la testa facendo girare i capelli, ora saltano con le ginocchia piegate, come satiri, ora muovono le braccia come se imitassero marionette di legno. Uno di loro si tiene sempre con la mano l’orecchio destro… A tratti un danzatore si stacca e incomincia a girare su se stesso, sempre più veloce, una vera trottola, il tamburo lo incalza, gli spettatori fremono, lo incitano, gridano “Jalala!”, si entusiasmano, molti scuotono la testa pure loro - i joint fanno il loro effetto - un altro si alza, avanza nello spazio libero, comincia a ballare, a girare, un altro ancora, ma non si scontrano, non vanno a finire tra gli spettatori, non perdono l’equilibrio, e terminata la trottola continuano senza fare una pausa, per quasi tre ore. Un uomo con barba bianca e capelli radi si unisce ai danzatori: le lunghe maniche del kamiz svolazzano a ogni giravolta, balla come i giovani, come il ragazzo in una strana tunica viola, il più invasato, instancabile, gli occhi socchiusi, il viso sudato. Gli altri non indossano abiti particolari, portano camicia e ampi pantaloni color nocciola e bianchi, quelli di tutti giorni.
A un tratto irrompe un gruppetto di pachistani in abito europeo, accompagnati da due guardie del corpo con kalashnikov sulle spalle. Occupano metà della scena. Il servizio d’ordine, che ha respinto con un bastone gli spettatori troppo audaci, non interviene, il pubblico subisce l’abuso; in quanto ai danzatori, continuano la loro danza matta nello spazio rimasto, sorvegliati dagli sguardi truci delle guardie armate. Per fortuna gli intrusi se ne vanno presto.
Lasciamo il centro sufista verso mezzanotte. C’è una luna enorme, l’aria è fresca, ma io ho addosso un inconfondibile odore di fumo. Sono già a letto quando ricevo un messaggio enigmatico: “Am I meet you”. L’ha inviato Shafcat. Non so bene come interpretarlo, deve aver dimenticato qualcosa… Forse voleva dirmi che è grato di avermi incontrata, chi lo sa… Grata a mia volta, grazie all’hashish fumato passivamente, cado in un sonno profondo.



*A parte qualche carretto tirato da cavalli, praticamente solo risciò e Toyota Corolla (bianche) l’aspetto è molto uniforme, non come a Karachi.
** Da non lavare con gli altri capi, soprattutto se bianchi: riesce a colorare di indaco persino le piastrelle verde scuro del bagno.
*** Non li chiamo sufisti, perché, come mi dice Naila, la sufista, il sufismo è una dottrina molto raffinata



Se vuoi vedere le foto vai su fb:
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