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Pino Cacucci: blog per viandanti
tradurre è... 10 aprile 2013


Tradurre è trasmettere in un’altra lingua emozioni e sensazioni, oltre che situazioni, dialoghi, descrizioni…
Spesso un romanzo ci svela un universo che la cronaca o i saggi non riescono a rendere con altrettanta profondità, e tradurre un romanzo, è quindi una forma di comunicazione tra culture diverse, tra realtà che possono essere vicine o distanti, ma comunque diverse, e dato che sono le diversità a rendere la vita interessante, a suscitare la nostra curiosità, a spingerci a conoscere… bene, la lettura è l’unica forma di conoscenza che rivaleggia con il viaggiare e entrare in contatto con realtà e genti di persona, tenendo conto che comunque anche la conoscenza diretta è notevolmente favorita dalla lettura degli autori che raccontano i luoghi che visitiamo. Ecco perché la traduzione ha una responsabilità delicata e fondamentale, nel trasmettere questa conoscenza approfondita, fatta spesso più di sensazioni che di dati.

Fedeltà, annosa questione.
Ha scritto Luciano Bianciardi:

“Le traduzioni, se vogliono essere belle, debbono anche essere infedeli. Perché? Proprio perché è cattivo traduttore quello che, volendo restare fedelissimo al testo, adopera alla fine un italiano contorto o striminzito, che infastidisce il lettore. Una certa dose di libertà occorre, se si vuol rendere in bell'italiano un bello scritto straniero. Fedeltà allo spirito più che alla lettera”.

E Borges si spingeva oltre, lapidario e sferzante:

“L'originale è infedele alla traduzione”.


L’impalpabile, delicato confine tra fedeltà e infedeltà al testo originale: è su questo equilibrio che si basa la responsabilità del traduttore, che spesso se ne assume di notevoli quasi senza rendersene conto.
E poi, la “responsabilità” di interpretazione nei confronti dei lettori ai quali è destinato il testo tradotto: occorre tenere conto del linguaggio corrente in questa epoca, con cui siamo abituati a esprimerci, ma anche di un certo immaginario collettivo, che a volte fa preferire la scelta di lasciare termini in lingua originale piuttosto che cercare la parola di analogo significato nella propria; su questo è impossibile stabilire regole, ma “sento” che in alcuni casi lasciare certe parole in lingua originale contribuisce a trasmettere l’ambiente, il clima, gli usi e costumi, certo senza costringere i lettori a scervellarsi su cosa voglia dire, ma affidandosi al contesto per fare quanto meno intuire il significato; un piccolo esempio: io traduco dallo spagnolo, e questo significa affrontare la miriade di diversità da un paese all’altro, e se il testo è di un autore messicano, quando parla di una “cantina”, preferisco che quel termine rimanga tale e quale, magari mettendolo in corsivo, piuttosto che tradurlo con “bar”… la cantina è di fatto un bar, ma da noi il bar è anche o soprattutto dove si va a fare colazione, si prende un caffè o un cappuccino, e nessun messicano va in una cantina a bere caffè o cappuccini e ancor meno a fare colazione, visto che la cantina apre solo di pomeriggio e sera. La cantina in Messico è un luogo conviviale dove si può arrivare a conoscere l’anima di quel paese o di una certa città più che frequentandone tanti altri posti… Certo, abbiamo sinonimi che si avvicinano: osteria, primo fra tutti. Ma sento che traducendo certe parole, si perde una buona parte della sua essenza, di tutto ciò che rappresenta quella parola in un determinato paese. Del resto, nessuno, da tempo, si sognerebbe di tradurre il termine “pub” dall’inglese: lo sappiamo tutti cosa è un pub e se lo traducessimo in bar o osteria o taverna, perderemmo l’ubicazione ambientale di quel luogo caratteristico di una precisa zona del mondo.
Tornando all’uso di termini che contribuiscono a rendere l’essenza di un paese e delle sue genti, faccio l’esempio inverso, cioè, la traduzione in spagnolo di alcuni miei libri. Mi è successo che due romanzi prettamente “messicani” per ambientazione e vissuto dei personaggi narrati, mi riferisco a “Demasiado corazón” e “San Isidro Futbol” – non a caso con titoli che ho voluto in spagnolo-messicano – sono usciti in Spagna, e la traduzione ha completamente snaturato la messicanità dei personaggi: esempi pratici? Uno molto banale: se un abitante di un pueblito sulla Sierra Madre impreca o insulta dicendo pendejo o cabrón, e mi viene tradotto in gilipollas, quel personaggio si sta esprimendo con il linguaggio di un abitante di Madrid, e non della Sierra Madre messicana. Io avevo volutamente scritto in “gergo messicano” certi termini nell’originale italiano, e non andavano assolutamente adattati al gergo della Spagna odierna, solo perché il libro era destinato ai lettori spagnoli.
Ecco, questo è un piccolo esempio di come il traduttore, preoccupandosi (troppo) di rendere comprensibile un testo nella sua lingua, ha ottenuto l’effetto opposto, cioè di cancellare l’anima del contesto in cui si svolge la storia.

Ora, a questo proposito, mi sono chiesto tante volte, traducendo un romanzo in gergo messicano, come per esempio tanti di Paco Taibo II ambientati a Città del Messico dove i personaggi si esprimono nel linguaggio della vita di strada, o ancor più i due di Yuri Herrera (“La ballata del re di denari” e di recente “Segnali che precederanno la fine del mondo”) che usa un linguaggio dell’estremo nord, della gente umile che vive alla frontiera con gli Stati Uniti, e se già risulterebbe ostico a un lettore di Città del Messico, mi sono chiesto quanto ne potrà comprendere il lettore di Madrid (e in generale della Spagna, dove sono stati pubblicati). Probabilmente quasi nulla, ma il contesto lo aiuterà a intuire il senso, perché sarebbe grottesco che un autore messicano venisse ritradotto in castigliano di Spagna.
In casi come questo, il traduttore farebbe meglio, a mio avviso, a ricorrere alla nota a piè di pagina piuttosto che snaturare l’essenza di una certa ambientazione. Sappiamo che in un testo narrativo bisogna ricorrere il meno possibile alle note, proprio per evitare di interrompere il ritmo della narrazione, ma meglio questo che l’adattamento forzato di un “dialetto”.

Riconosco di aver sviluppato delle ossessioni sulle parole mal tradotte… qui la colpa ha più spesso origine dal cinema che non dalla traduzione letteraria; un esempio pratico: pick up negli Stati Uniti e camioneta in Messico (e nel resto dell’America Latina), che da qualche tempo viene tradotto con “furgone”… ma il furgone è un veicolo per trasporto merci chiuso. Quello che in inglese è van o small van. E in spagnolo, in genere si chiama furgoneta.
Il problema è che la traduzione sbagliata con il tempo penetra nel linguaggio corrente e ora può capitare di trovare in un romanzo la parola furgone e scoprire da eventuali descrizioni che si tratta di una camionetta dotata di cassone posteriore… allora, non era meglio lasciare pick-up, se proprio camionetta suonava obsoleto al traduttore? Perché “furgone” è semplicemente sbagliato, il furgone è un’altra cosa. Sì, lo so, sono ossessioni da pignoleria, ma come dicevo, l’uso sbagliato di certi termini si insinua e sedimenta, travisando il significato.

Il linguaggio è tutto. E oggi assistiamo a un continuo stupro del linguaggio.
In questo, Orwell aveva intuito perfettamente l’importanza della questione: Orwell non andrebbe citato per aver anticipato la dittatura perfetta (che poi lui identificava in una sorta di evoluzione mondiale dello stalinismo, dove la tirannia si coniuga al consenso della stragrande maggioranza), no, Orwell ha avuto la grande intuizione sull’importanza del linguaggio: “l’ignoranza è forza”… guardiamoci intorno e vediamo quanto questo sia vero, per i politici odierni, che basano la loro forza sull’ignoranza.
“La libertà è schiavitù”… mi fa pensare alla precarizzazione del mondo del lavoro, dove viene contrabbandata per libertà l’assenza di sicurezza e regole condivise.
“La guerra è pace”: quante guerre recenti in nome della pace, “forze di pace” chiamiamo le truppe degli invasori in armi!
Insomma, “due più due fa cinque”. È solo una questione di linguaggio.
E oggi, ancora: “rivoluzionari” si autodefiniscono quanti pretendono di saccheggiare impunemente e senza legge la finanza, mentre vengono bollati come “conservatori” quanti difendono le conquiste dello stato sociale. Nella recente lettura di un saggio sui paradisi fiscali, ho trovato più vol,te tra dotto come “libertari” gli ultraliberisti, gli incursori delle borse valori esentasse che portano il ricavato nei paradisi fiscali, e confondere un “libertario” con un “liberista” in campo economico-finanziario, non è solo un errore di traduzione, è un affronto alla storia dei movimenti libertari.

Per non parlare poi di certi modismi diffusi, ahinoi, dalla televisione: esempio più eclatante l’uso disgiuntivo del “piuttosto che”. Assistiamo – sempre in interventi televisivi o radiofonici – a elenchi sfinenti di “piuttosto che”. Bene, se un traduttore, contagiato dal linguaggio stuprato dai media (ho pronunciato media, è latino, non inglese), trovasse in un romanzo per esempio la frase: “Quest’anno sono andato al mare e in montagna e pure al lago”, e la traducesse scelleratamente “quest’anno sono andato al mare piuttosto che in montagna piuttosto che al lago”, il risultato, almeno per i posteri che si saranno liberati – spero – di questa assurdità del linguaggio corrente, capiranno che il personaggio ha scelto di andare solo al mare e non in montagna e al lago, quando il povero autore voleva invece dire che ha trascorso una variegata estate andando in tre tipi diversi di luoghi.

Altro esempio, la scelta di un certo modo di dire: il più delle volte passerà inosservato, ma in alcuni casi, quel modo di dire, quella certa frase, è destinata a entrare nel linguaggio quotidiano, e a dargli quella precisa forma, è stato il traduttore.
Ecco cosa intendo per importanza della traduzione nell’immaginario collettivo.


A questo proposito, il cinema è senz’altro più influente che la letteratura, anche se la letteratura ha vita più lunga e cala più in profondità. Ma, se dico: “francamente me ne infischio”, i cinefili ricorderanno la celebre battuta di Clark Gable in “Via col vento”. Che però era tratto da un romanzo, di Margareth Mitchell, uscito nel 1936 e divenuto un best seller alquanto longevo. Bene, l’adattamento della versione doppiata si rifà alla traduzione italiana del romanzo, pubblicata già nel 1937 da Mondadori, e curata da Ada Salvatore ed Enrico Piceni, traduzione che era caratterizzata da tagli e censure sull’originale e viziata da una caratterizzazione della parlata dei personaggi afroamericani (per loro, a quei tempi, i “negri”), estremamente razzista, frutto dell’epoca storica vissuta al momento dall’Italia.
Nel romanzo, nella scena in questione, che è quella finale, Rhett dice testualmente: «My dear, I don’t give a damn», vale a dire «mia cara, me ne sbatto». Selznick, produttore del film che faceva anche lo sceneggiatore, mantenne la battuta nel film, aggiungendovi un “frankly” (francamente) all’inizio. I traduttori italiani del romanzo, però la “censurarono” traducendola con un banale «non è il caso, mia cara!». Nel doppiaggio del 1949, ecco il «francamente me ne infischio» . La Mondadori, quando una decina d’anni fa o poco più ha pubblicato una versione revisionata e non censurata del romanzo, ha deciso di inserire la battuta così come fu scritta dal primo dialoghista del film.
E “francamente me ne infischio” rimane nel nostro immaginario, seppellendo giustamente l’edulcorata e censorea “non è il caso, mia cara”.



Confesso di aver imparato lo spagnolo per strada, cammin facendo…
Dato che scrivevo i miei racconti e primi romanzi, l’esercizio di scrivere mi aiutava più della conoscenza “accademica” della lingua (si può dire che la mia accademia della lingua siano state le cantinas di Città del Messico) poi, mi sono dovuto liberare via via dello spagnolo che si parla in Messico, più con le letture in originale di tanti autori latinoamericani e spagnoli, scoprendo ogni volta l’immensa diversità di quella che pure era sempre la stessa lingua, lo spagnolo, o castigliano, ma ogni paese, dal Centro al Sud America, e nella stessa Spagna, da Madrid all’Andalusia o dalle Asturie all’Extremadura, mille sfumature e dettagli variano, rendendo estremamente affascinante coglierne la variegata vivacità di parole che, a latitudini diverse, possono assumere altri significati, creando innumerevoli trappole al traduttore, in certi casi con effetti grotteschi o esilaranti.

Ho avuto maestri affettuosi ma per mia fortuna severi: Laura Grimaldi, che nella sua vita ha tradotto centinaia di romanzi, ai tempi in cui con Marco Tropea (amico inseparabile) aveva fondato e diretto Interno Giallo, mi diede molti libri da tradurre… e proprio Marco Tropea, giustamente severo ed esigente, mi ha insegnato di più maltrattandomi come meritavo, quando - parliamo di molti anni fa - ogni tanto perdevo di vista la consecutio temporum, per la facilità con cui in spagnolo si rende tutto al passato remoto e si perdono di vista anteriorità e contemporaneità… Ricordo ancora che ci rimasi male, Marco Tropea è sempre stato per me un caro amico e forse pretendevo che in quel caso fosse meno burbero, ma è proprio perché ancora me lo ricordo, se da allora ho imparato e non perdo più di vista la doverosa differenza tra i tempi che il traduttore deve usare, in certi casi ricostruendo del tutto un periodo in altra forma.

Infine, il rapporto con gli autori: ho detto “infine”, ma è al primo posto del lavoro del traduttore, essere in contatto con l’autore è fondamentale e irrinunciabile (questo ovviamente non vale per chi traduce autori defunti…).
I quasi novanta libri da me tradotti, sono stati anche una preziosa occasione per entrare in amicizia con scrittrici e scrittori che stimo, e finora tutti hanno apprezzato lo scrupolo – e la passione – con cui traduco i loro testi, tormentandoli in alcuni casi con un fitto scambio di mail.

E se dovessi avere in futuro la disgrazia di tradurre un autore che, alla richiesta di chiarimenti, di collaborazione tra autore e traduttore, dovesse prenderla come una mia mancanza di esperienza, pensando: “Se ha dei dubbi, allora non è bravo come speravo”, bene… peggio per lui, perché se non lo capisce da solo… francamente me ne infischio.

(intervento alle X Giornate della traduzione letteraria - premio Fedrigoni - Urbino settembre 2012)

 
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