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In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
Il sequestro di simona e simona: forse la memoria aiuta più della scarna cronaca 1 ottobre 2004



Il poeta salvadoregno Roque Dalton venne assassinato quattro giorni prima di compiere quarantadue anni. Era il 10 maggio 1975. Roque Dalton, la voce poetica del Salvador libero, irriverente, immune ai dogmi ottusi e al grigiore dell’ortodossia, Roque Dalton ammirato dagli spiriti più anticonformisti della cultura latinoamericana, amato dai sandinisti nicaraguensi e venerato da tanti giovani salvadoregni assetati di nuovo linguaggio per un nuovo modo di intendere e praticare la lotta rivoluzionaria… e profondamente odiato, per tutto ciò, dal potere del suo paese, si era unito alla guerriglia, decidendo che la poesia non bastava: gli squadroni della morte non permettevano più alcuna attività di opposizione legale e costringevano alla clandestinità, liberare il Salvador imponeva la scelta della violenza perché in Centroamerica si debellasse finalmente il cancro della violenza. Dunque, Roque Dalton combatté per i suoi ideali di giustizia, con lo stesso impeto e la stessa ironia - e autoironia – che metteva nelle sue poesie. Ma non caddde in combattimento. A ucciderlo, fu “una pallottola sparata di fianco”, perché, come ha scritto Eduardo Galeano nel commosso ricordo di Roque in “Memoria del Fuoco”, “da un fianco doveva venire quella pallottola, l’unica pallottola capace di trovarlo”, dopo essere scampato rocambolescamente all’esercito che per due volte era stato sul punto di fucilarlo, ai torturatori che credevano di averlo ridotto in fin di vita, alla polizia che lo aveva inseguito prendendolo a revolverate.
A uccidere Roque Dalton furono alcuni suoi compagni. Erano convinti che Roque lavorasse per la CIA. Una sapiente regia li aveva spinti prima a dubitare, poi a verificare, e infine a trovare quelli che credettero fossero “indizi inoppugnabili”. Non prove, ma efficaci indizi. E decisero di sparare al poeta Dalton, al compagno Roque, alla spia che passava informazioni ai servizi che foraggiavano, armavano e addestravano gli squadroni della morte salvadoregni.
L’assassinio di Roque Dalton suscitò un’ondata di sdegno in tutta l’America Latina. Pochi tacquero, in nome di una stravolta “ragion di stato” applicata alla rivoluzione, in molti accusarono la guerriglia salvadoregna di cecità, follia, intossicazione mortale…
I dirigenti della guerriglia rimasero attoniti, ci fu chi assicurò “inchieste interne”, chi minacciò vendette, chi si chiuse nel mutismo impotente, mentre tanti combattenti della “bassa forza”, lasciarono l’organizzazione nauseati, con un dolore insopportabile nel petto.
Ma come si era potuti arrivare a sospettare una persona dalla condotta limpida e dalla pulizia morale come Roque Dalton, di essere niente meno che una spia?
Il lento, inesorabile, capillare lavorio che inoculò tali sospetti in alcuni guerriglieri fu messo in atto da una delle più efficaci operazioni della CIA in Centroamerica. Dare briglia sciolta agli squadroni della morte, era roba per bisonti che caricano a testa bassa, per grezzi fautori della terra bruciata. Diffondere notizie false con paziente maestria, lasciar intendere senza dire chiaramente, creare le condizioni per demolire dall’interno la forza di volontà di quanti sono disposti a dare la vita per un ideale di giustizia, è faticoso, certo, è un’opera degna di menti sottili, non dà risultati immediati ma, quando finalmente li dà, sono dirompenti, devastanti a lungo termine, definitivi.
Paco Taibo II ha dedicato un capitolo – l’11° - del suo magistrale “A quattro mani” alla trama che portò all’assassinio di Roque Dalton, ricostruendo il paziente lavoro portato a termine da un agente statunitense specializzato nello “Shit Department”, una sezione addetta a “spargere merda”…
Roque Dalton era stato ucciso perché sospettato di essere un informatore della CIA, ucciso da ottusi guerriglieri che avevano ricevuto gli indizi, senza esserne coscienti, da una sezione apposita della CIA.
E così, come scrive Paco Taibo II, “la guerriglia salvadoregna si scisse e la sinistra perse il suo più lucido militante”.
Una decina di anni dopo, a Managua, avrei ascoltato questa stessa versione dei fatti da militanti della guerriglia salvadoregna, quelli della generazione successiva, che avevano continuato a lottare ma che non trovavano pace per l’assassinio del poeta Roque Dalton, “il migliore di tutti noi”, dicevano.
Troppo tardi. Infatti, sappiamo com’è andata a finire, in Salvador, chi ha vinto e chi ha perso.

Ripensavo alla vicenda di Roque Dalton in questi giorni, vagliando gli innumerevoli dati “anomali” del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari. Fin dall’inizio, si sono levate voci da ogni parte, dall’Iran alla Palestina, dallo stesso Iraq, che accusavano ipotetici “servizi segreti” di aver gestito l’operazione. Persino Naomi Klein, a un certo punto, ha dichiarato che nel sequestro erano “implicati servizi occidentali”. Poi, lunedì 27 settembre, sull’Unità, Maurizio Chierici citava, in un illuminante articolo sul filo di una memoria che tendiamo a perdere in fretta, l’elenco degli organi di informazione occidentali e “autorevoli” che avallavano tale ipotesi, ricordandoci come, per esempio in Nicaragua, innumerevoli azioni sanguinose da imputare ai sandinisti fossero state messe in atto dalla CIA, e la “casualità” della presenza in Honduras, dove venivano pianificate, dell’ambasciatore statunitense Negroponte, lo stesso che oggi è ambasciatore in Iraq… La sua storia nera ce l’ha ricordata recentemente Noam Chomsky, e non se la scordano di certo i tanti cittadini centroamericani – quelli sopravvissuti – che hanno avuto a che fare con l’operato dei suoi “Shit Department”.

Il dettaglio che più mi ha colpito, nei racconti di Simona Torretta, è la serie di iniziali interrogatori nei quali i sequestratori sembravano davvero convinti di aver “catturato delle spie”. In effetti, nei primi giorni del sequestro, alcuni siti internet infestati dai “tagliatori di teste” – così simili a chi ha sparato “di fianco” a Roque Dalton, integerrimi depositari della verità assoluta – avevano riportato l’accusa alle due donne di essere appunto “spie” degli occupanti.
Chi aveva diffuso, inoculato, il dubbio e gli indizi sul loro presunto ruolo di informatrici del “nemico”?
Adesso salta fuori un elenco “made in USA” che riporterebbe i loro nomi tra i collaboratori degli occupanti, dove comparirebbe anche quello di Enzo Baldoni.
La storia si ripete, dunque. E bisogna essere davvero ignoranti in Storia, per non sapere come agisce la CIA nei territori di qualunque paese occupato o da “liberare”. E bisogna essere davvero miopi – e ignoranti - per credere che gli statunitensi siano tutti come li vediamo in certi servizi pseudo giornalistici di “costume”, cioè ingenui, un po’ sempliciotti, magari inconsapevolmente crudeli ma in fondo bonari…
La leadership – o dovremmo forse dire “leadershit”? – statunitense è profondamente diversa dalla maggioranza dei suoi elettori di turno. Solo un coacervo di menti sottilmente abili, elastiche, capaci di vedere in prospettiva e di prendere decisioni apparentemente incongrue ma efficaci sul lungo periodo, poteva raggiungere la meta agognata da tanti prima di loro, il dominio del pianeta. È un coacervo perché spesso entrano in conflitto tra loro per interessi opposti, ma dimostrano un’infallibile efficienza nel perseguire gli obiettivi. Per ottenere un simile dominio, e gestirlo, occorre essere non solo molto intelligenti e scaltri – a differenza degli elettori che li puntellano, e quando non lo fanno in maniera sufficiente, si può sempre ricorrere a brogli degni di una qualsiasi Banana Republic – ma anche spietati oltre ogni limite, disposti a sacrificare chiunque sull’altare del bene supremo, che non è la “sicurezza nazionale”, bensì il “tenore di vita degli statunitensi”.
Già nel 1948 George Kennan, a capo dell’ufficio programmazione del Dipartimento di Stato, scriveva un rapporto catalogato come Studio n° 23 del Policy Planning dove si leggeva l’altro:

“Noi possediamo circa il 50% delle ricchezze del globo, ma siamo solo il 6,3% della popolazione mondiale. In tale situazione, non possiamo che essere oggetto di invidie e risentimenti. Il nostro vero compito nell’immediato futuro consiste nell’individuare uno schema di rapporti che ci consentano di mantenere tale condizione di disparità. Per poterlo fare, dovremo rinunciare a tutti i sentimentalismi e ai sogni a occhi aperti; la nostra attenzione dovrà concentrarsi, sempre e a qualunque costo, sul nostro obiettivo nazionale. Dovremo smetterla di parlare di obiettivi vaghi e irreali come i diritti umani, l’innalzamento del livello di vita e la democratizzazione. Non è lontano il giorno in cui dovremo agire in termini di potere diretto. Meno saremo intralciati da slogan idealistici, meglio sarà.”

Kennan, ricordiamolo, non era un “falco” repubblicano, ma una “colomba” in quota ai democratici. E nel 1949, in nome degli “interessi nazionali”, dimostrò cosa intendeva per “rinunciare a ogni sentimentalismo”: il suo ufficio al Dipartimento di Stato diede avvio a una rete spionistica nell’Europa dell’Est affidandone la gestione a Reinhard Gehlen, già capo dello spionaggio nazista sul Fronte Orientale e perciò considerato criminale di guerra.

Chi gestisce un simile potere – una vastità di dominio mai ottenuto in imperi precedenti – non ha certo il volto ebete di un Bush junior, e neanche i volti di quanti si mostrano in Tv. Le facce dei veri potenti, rassegnamoci, non le vediamo mai, e stanno negli uffici meno conosciuti del Dipartimento di Stato o nei consigli di amministrazione di multinazionali che commercializzano indifferentemente cibarie e missili balistici, medicinali e bombe a frammentazione, tettarelle per neonati e mine antiuomo, interruttori salvavita e apparecchi per infliggere scariche elettriche ai torturati…
Gli occupanti hanno il volto dei soldati, spesso smarriti e indecisi, altre volte oscenamente allegri davanti a una vittima, a un prigioniero da umiliare, volti di scellerati o di sprovveduti, volti di disperati che si arruolano per ottenere la cittadinanza, gli studi pagati, uno stipendio allettante… Volti di mercenari navigati o volti di ragazzini idioti, ma pur sempre paraventi, fantasmi destinati a dare un’immagine all’inimmaginabile.
Il vero volto degli occupanti non lo vedremo mai, come non abbiamo mai visto il volto di chi ha sapientemente convinto quei poveracci di guerriglieri salvadoregni che Roque Dalton era una spia.
È il volto senza volto di chi sta organizzando e gestendo lo “Shit Department” in Iraq, e che userà sempre più spesso “integerrimi combattenti convinti delle proprie verità assolute”.
È un lavoro faticoso, ingrato, paziente, capillare, che non dà risultati immediati, ma già ne sta ottenendo di strabilianti: hanno allontanato le ONG scomode, quelle “infestate di pacifisti”, di contrari alla guerra, e hanno diffuso anche su Enzo Baldoni la micidiale accusa di essere una “spia”, prontamente accolta da occasionali “giustizieri”, hanno fatto filtrare che il suo autista e amico, Ghareeb, era un palestinese doppiogiochista che passava informazioni al Mossad israeliano, con il risultato di intimidire e costringere all’inazione i pochi giornalisti non ancora “embedded”, e soprattutto, hanno convinto milioni di persone nel mondo che l’Iraq è un’accozzaglia di feroci tagliatori di teste, dove non si deve mettere piede a meno che non si indossi una divisa o non si abbia un contratto da contractors… E anche in questo caso, meglio che si avventurino qui individui esperti e determinati, ben diversi da certi “brancaleone” italiani…
La guerra va male? Per la nostra sensibilità di persone che inorridiscono di fronte ai massacri quotidiani, certamente. Ma non illudiamoci. La guerra va benissimo per chi l’ha voluta. Vi faccio un esempio pratico: ho saputo proprio in questi giorni di un ingegnere petrolifero italiano a cui la famigerata Halliburton – sì, quella di Cheney – ha offerto uno stipendio di duecentomila dollari al mese – sì, ho scritto bene, duecentomila al mese – per un ingaggio di sei mesi in Iraq. Se sono disposti a pagare simili cifre a tecnici europei, riusciamo a immaginare quanto ci stiano guadagnando dall’occupazione dell’Iraq? Sta tutto qui, l’andamento della guerra. Va benissimo, senza dubbio.

Infine…

I sequestratori di Simona Torretta e Simona Pari, a detta delle prigioniere, sono uomini “molto religiosi”, pregavano tutti i giorni. Anche gli assassini di Roque Dalton, a modo loro, erano molto devoti a un’ortodossia: una forma malata di marxismo leninismo che, per quei poveri scellerati, era un dogma assoluto, una fede cieca, una motivazione più che valida per trasformare sospetti in certezze e quindi in condanna a morte.
La CIA ha sempre avuto buoni rapporti e ottenuto proficui risultati, con gli integralisti di ogni ordine e grado. A suo tempo ne ebbero di stretta collaborazione con ex gerarchi nazisti, in epoca più recente hanno fornito mezzi a Osama bin Laden per organizzare attacchi contro i sovietici in Afghanistan e prima ancora, quando bin Laden era un giovane rampollo di buona famiglia, per fare da tramite nell’affaire Iran-Contras in funzione antisandinista (il Nicaragua è forse l’unico paese dove molti ricordano il nome di Osama fin dai lontani anni ottanta). La sua forza sta anche nella nostra ignoranza e mancanza di memoria: chi diavolo si ricorda, di un certo Roque Dalton?

 
I vostri commenti
Il commento di emanusa 10 marzo 2005


Caro Pino, conosco bene la storia di Roque e conosco bene juan Josè, il figlio del poeta. Ti invito a leggere l'articolo che ho scritto su Latinoamerica n. 81, il trimestrale diretto da Minà. Sono contento di non essere il solo in Italia a ricordarsi del Poeta. Un caro saluto


 
Il commento di Stellarossa 15 novembre 2004


Ciao caro Pino, ti voglio dire grazie perchè con questo articolo mi hai fatto sentire un pò meno solo nei miei pensieri.... Un salutone!! Ho scritto pure io un'articolo sulla liberazione delle Simone nel mio blog... se hai tempo leggilo... http://www.st3ll4ross4.splinder.com


 
Il commento di giuseppe scano 21 ottobre 2004


se noi tutti conoscessimo la storia e protestassimo per come la riforma moratti la ne stà svalutando e sminuendo l'importanza dello studio nelle scuole , lo schifo del mondo sarebbe indferiore a quello che è adesso . Compliomentiper l'articolo . ottimo . credo che mettero , ovviamente citando la fonte , nel mio blog http://cdv.splinder.com .


 
Il commento di Laura Rodrigo 20 ottobre 2004


Sono stata per la prima volta in Messico con i refuggiati del Guatemala nel 92 quando avevo 22 anni. Sono spagnola e da qualche anno abito a Bologna e non trovo gente che abbia contatti con il Guatemala, qualche consiglio??? Credo che non esista in Spagna nessuno che capisca il cielo del Messico (e tante altre cose, Roque Dalton ad esempio) come te. Grazie!!!


 
Il commento di lesta 12 ottobre 2004


Caro Cacucci non sono troppo d'accordo. secondo quello che dici tu allora non c'e' speranza? nemmeno un filo di speranza di cambiare le cose alla vigilia del voto americano? Se tutto cio' che accade dipende da forze occulte, allora perche' gli americani andrebbero a votare? Io la speranza che le cose cambino non l'ho persa. Vivo negli USA e vedo tante persone che guardano con lucidita' a un futuro migliore per noi qui in nord america e nel mondo. cordiali saluti.


 
Il commento di FabioBandito 6 ottobre 2004


Grazie per avermi fatto ricordare Roque Dalton e Quattro mani di P.I.Taibo II, grazie sopratutto per questo articolo, l'ho stampato ed ora lo porto ad un pò di amici, magari schiarirà le idee anche a loro...


 
Il commento di simoshine 3 ottobre 2004


"Quando ero laggiù si parlava di Roque con profondo rimpianto, però mancava il senso dell'autocritica, la capacità di ammettere le proprie colpe... il cinismo, rimediava a tutto"(pag 43 -Camminando,incontri di un viandante- Dominoff Pastarusconi se ne ricorderà di sicuro :-) Contro i mezzi di DIS-informazione, non rimane altro che appellarsi alla memoria


 
Il commento di lupogrigio 3 ottobre 2004


Sì, i punti oscuri sono tanti, e dopo il comprensibile momento del sollievo, nessuno che si occupi del chi, cosa, come e perché. I media sono davvero inutili, A me viene voglia di non comprare più giornali, non guardare più TV... Qyalcuno sa darmi una alternativa?


 
Il commento di Cristina 2 ottobre 2004


Il punto è proprio questo:CAPIRE i motivi che causano gli eventi. La nostra società "non ha tempo" per fermarsi e pensare...Noi occidentali siamo "cresciuti" ma non maturati, e siamo troppo abituati a prendere per oro colato tutto ciò che dicono i potenti. Sono felice che ci sia qualcuno che si pone ancora domande!


 
Il commento di andrea 1 ottobre 2004


finalmente un'analisi lucida di ciò che sta accadendo in irak. è incredibile l'abisso di ridicolo in cui stanno precipitando i media italiani, che non hanno neanche cercato di capire perchè hanno rapito le due italiane....


 
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