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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Tragedia dell'archivio 15 novembre 2004


Inizio di un testo in lavorazione:

Sono davvero depositati da qualche parte dentro di noi, tutti i nostri ricordi? Per esempio in uno sterminato magazzino immerso nella penombra, vuoto, misteriosamente pulito? Chiusi a migliaia nei loro cassetti, l’uno contro l’altro, con la coda-nuvola allargata sopra il muso? In letargo? Senza presagi di primavera? E morendo, la apriremo quella stanza? Potremo raccoglierli, carezzarli, vederli svegliarsi? E i ricordi rettili, con le sacche di veleno congelate sotto le piccole zanne, vorremo scaldare anche loro finché non ricominciano pigramente a strisciare verso i ricordi scoiattoli? (Non è meglio, allora, che tutto rimanga così com’è: scordato?)

Mi sono sempre interrogato sulla memoria perché ne ho poca. Poca, e discontinua, bizzarra, imprevedibile. Il passato sembra erodersi alle mie spalle. Succede a tutti, suppongo, ma forse il mio caso è più grave. Non ricordo quasi nulla di quanto è accaduto prima dei tredici anni, e già da tempo il periodo tra i quattordici e i diciotto si va riempiendo di macchie grigie, che si allargano.

I primi a svanire sono gli eventi specifici: frasi, gesti, momenti. Poi giornate, settimane bianche, mesi di vacanza, anni scolastici. Le persone si appiattiscono sui loro comportamenti quotidiani, sulla loro norma: diventano un intercalare, un sorriso. Provo per loro sentimenti di cui non so la ragione. I luoghi sono ciò che resiste più a lungo, ma quando nella mia mente torno a visitarli ne trovo sempre qualcuno chiuso a chiave, murato, come le stanze di un hotel decaduto. Non ho nulla da rimpiangere, certo. E’ precisamente questo.

Se ciò che meno cambia si fissa, allora alla fine rimarrà nella mia memoria solo ciò che non è cambiato mai, come il mio nome; e non per esempio i soprannomi che hanno accompagnato questo o quel periodo. Ma non erano la vera storia della mia vita, quei soprannomi? L’immutabile non è spesso muto, morto?

Conservo tutto. Non per estasiarmi davanti alle vestigia del mio passato, ma per rallentare la sensazione di scomparsa. Lettere e fotografie mi fanno da suggeritori, anche se diffido di loro. Col tempo sembrano scaricarsi e raffreddarsi, comunicandomi sempre la solita storia irrigidita in sequenze e scene. A volte poi mi succede di trovare in un cassetto qualcosa a cui non so più annettere alcun ricordo, qualcosa che potrebbe essermi piovuto in casa dal cielo. Butto nel cestino il portachiavi a ferro di cavallo arrugginito, la penna scarica, senza sapere perché li conservavo, di cosa mi sto sbarazzando; li getto senza leggerezza, senza peso. Ho paura di perdere tutto.

L’archivio dei miei ricordi è un magazzino deserto, un castello della bella addormentata (ma c’è la bella addormentata?). L’officina della memoria, disposta attorno ad esso, è un dedalo di stanze polverose, percorse da rovi tra cui qualche operaio batte il suo pezzo meccanicamente, senza motivo. Ma c’è un reparto attivo, un team fedele. Loro credono in qualcosa, forse proprio nella bella addormentata; sanno che il loro lavoro è importante, e questo mi dà fiducia; ne sanno più di me, loro. Di tanto in tanto da questo laboratorio febbrile mi arriva un prodotto finito, un componente lucido e levigato, di garantita necessarietà. Spetta a me capire perché mi sia stato inviato. So che è un pezzo chiave; ma perché? Quale porta apre?

La ricerca che sto iniziando è un esempio di questo lavoro che devo svolgere.
 
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