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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Trasgressività: un test 22 novembre 2004


La storia me l’ha raccontata il mio amico Geroboamo. C’è una coppia di sposini rom abbastanza atipici. Entrambi molto decisi ad avere lavori stabili e socialmente riconosciuti, un appartamento, nessun figlio oltre ai due che già hanno. Lei è laureata, non porta la gonna... Hanno compiuto o stanno compiendo tutti gli adattamenti culturali che li trasformeranno in cittadini medi la cui origine nomade è quasi indistinguibile. Se troveranno individui e collettività che li sostengano, potranno realizzare i loro progetti. Geroboamo, per esempio, li ha ospitati a casa sua per qualche tempo, bambini e tutto.

Ora, su questa volontà di integrazione si possono avanzare giudizi diversi. Si può comprendere e condividere le ragioni per cui questa coppia sceglie un cambiamento simile. Oppure si può vedere in esso l’effetto vizioso di una fortissima pressione socioeconomica, e preoccuparsi, per esempio, che una famiglia nata su simili premesse possa nascondere il suo passato, negare la propria tradizione culturale, praticare un deliberato coming in... In realtà, si farà (spero) l’una cosa e l’altra. Eppure una reazione, in particolare, quasi certamente mancherà. Sarà molto, molto difficile che qualcuno vada a porre a questa coppia la domanda che viene regolarmente posta ai gay: “Ma non avete paura di non essere più trasgressivi?”

Di mitologie della trasgressività ne sono fiorite attorno agli zingari prima ancora che attorno ai gay, mi pare. Allora perché la perdita della trasgressività è un problema che sorge se si parla di gay, ma non se si parla di rom?

1. La diffidenza verso il rom che si avvicina troppo, spazialmente o metaforicamente, ai gagé (i non−rom), nasce da paure relative all’ordine pubblico, ma non alla paura di un “contagio”: secondo la logica corrente è quasi impossibile “diventare rom”. Invece si può (parlo sempre di logica corrente, di stereotipi) “diventare gay”, essere “contagiati” dall’omosessualità. Anzi l’omosessuale costituisce una minaccia per l’etero solamente quando vorrebbe offuscare la distinzione tra lui/lei e gli etero. La segregazione dei rom è strategica, quella dei gay è una risorsa ontologica.

2. La retorica della condizione rom come utopia di libertà e felicità non se la beve più nessuno. A prescindere da qualsiasi valutazione sulla cultura rom in senso antropologico e generale e astratto, la sua realizzazione concreta nelle nostre città è molto dura: tutti lo sanno. Invece la condizione gay è ancora suscettibile di idealizzazione. Lo sguardo etero è addirittura capace di compiere insieme due movimenti opposti: scoprire la normalità di una vita gay (“Philadelphia”) e immediatamente dopo vedere in essa lo spazio di una realizzazione erotico−titanica dell’io che lascia di stucco l’etero (ancora “Philadelphia”: la scena dell’aria dall’”Andrea Chénier” di Giordano).

Insomma: siamo un “altro” necessario (1) perché siamo un luogo utopico del desiderio (2). Le cose stanno ancora così.
 
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