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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Parabola 27 novembre 2004


Mi piace molto questa modo di presentare testi. Ecco un racconto che considero "a chiave".


Parabola


C’è una cosa che manca nella mia vita. E non saprei dire quale sia. Non mi accingo a una rivelazione clamorosa, non ci sono notizie bomba. Vorrei solo descrivere, o provare a descrivere con calma, una piccola zona d’ombra; ma non spero, almeno in partenza, di riuscire a far luce.

In linea di massima mi considero una persona completa. Ho una regione che mi sono delimitato e che è soltanto mia. Comprende la piccola ombra che ho detto, ma anche, e soprattutto, zone di luce: una donna, una casa, una famiglia, una professione; delle emozioni, delle idee (so che c’è una canzone che si fa beffe di questa espressione, “avere delle idee”, ma non importa); perfino una fede, anche se piena di riserve. Lo so che non sono prove di felicità e so anche che c’è molta gente che queste cose le ha tutte e tuttavia non ha certo una vita realizzata. Io però credo di averla. L’ho costruita con un’energia minuziosa che è tipicamente mia. E se poi non ce l’avessi, la felicità – be’, mi sembra proprio di averla, quindi alla fin fine è la stessa cosa.

La mia felicità, ma anche questa sensazione di una, diciamo, ellissi, una bolla d’aria nella mia esistenza, le collego soprattutto a mia moglie. L’ho incontrata all’università, quando mi ero lasciato alle spalle l’adolescenza (per fortuna; ma con nostalgia; e fortuna anche per la nostalgia!), e la mia necessità di una compagna (allora usavamo questa parola buffa ma affettuosa) era diventata una scelta, proprio una ricerca ben determinata per le aule della facoltà. Quando la trovai, a una lezione di economia, avevo già un’idea chiara delle tappe che dovevano comporre la mia vita. Intanto la ricerca di questa benedetta donna. Poi laurea, assunzione, nozze, paternità, carriera; e intanto letture, amicizie, altra vita. Non voglio dire che mi fossi prefisso una sequenza rigorosa, gelida. Anzi era una cosa che mi emozionava, questa mia scalata; sapevo che potevano esserci dilazioni e sovrapposizioni (e qualche sovrapposizione, come dirò subito, ci fu), l’incertezza mi divertiva anche; ma la traiettoria era questa, e l’ho poi seguita. E’ che mi sentivo nella testa e nelle mani (è incredibile la sicurezza che si ha a quell’età) la capacità di prendere l’iniziativa a ogni biforcazione, come una guida alpina. Intanto, avendo trovato lei, mi concessi semplicemente una pausa.

Quella dell’università è stata la stagione più dolce e romantica della nostra relazione. E’ sempre così, ma io forse posso parlare con maggiore cognizione di causa perché ho avuto altre relazioni, non moltissime ma parecchie, prima di stare con lei, e poi ancora due o tre all’epoca in cui già eravamo insieme. Eh sì, la conosco, la telefonata clandestina, la risposta equivoca, la commissione inventata per una scappata fuori nella pioggia. Non me ne vergogno, è acqua passata, donne lontane a cui non penso nemmeno più; ma soprattutto ora penso che certe infedeltà siano necessarie e naturali all’inizio di una lunga relazione, ne siano quasi una garanzia, verifiche che si affrontano e si superano; una forma paradossale di fedeltà. Dopo le nostre nozze non mi è più successo. Di quest’altra fedeltà, casomai, mi potrei vergognare, perché in una certa ottica si tratta di pura e semplice passività. La verità è che non ho voglia di complicarmi la vita con altre donne; però non ne ho voglia proprio perché l’unione con lei mi riempie e mi abbraccia. Quindi ogni cosa è dove deve stare; eppure sento la lacuna, la nota mancante nella mia voce (mi piace chiamarla così).

A pensarci bene questa assenza la sento fin dall’infanzia, così radicata in me che mi viene da chiamarla, scherzando, essenza. E la sento davvero come la mancanza di una lingua, o di una parte di lingua. Ricordo quando ascoltavo mia madre e mia sorella. Lei era più grande di me e già aveva le sue prime storie, di cui parlava con mia madre, benché con alcune reticenze comprensibili. Insomma, mi capitò due o tre volte di origliare le loro conversazioni - molto più interessanti della media (come tutte le conversazioni con donne o tra donne) - e di notare le parole che sceglievano, parole che io non avrei mai scelto. Speravo, piccola spia che ero, che parlassero di passione, gelosia, magari anche di paura. Ma la curiosità è una forma di cura, di attenzione, e io mi accorgevo, con una specie di sorpresa pungente, che le loro parole erano altre;erano “amore”, “rispetto”, “timore”, voci che io per come sono fatto non userei mai e che posso ripetere solo così, tra virgolette, come citazioni di una lingua straniera. A quell’epoca, forse perché studiavo le lingue morte, oppure perché l’adolescenza cominciava a pomparmi dentro, mi venne l’idea che esistesse una lingua delle donne e che io non l’avrei mai capita, non c’era traduzione possibile; le parole si potevano tradurre ma sarebbe sempre rimasta fuori una sfumatura che però non era secondaria, era anzi la base.

Nemmeno la vita vissuta accanto a mia moglie mi ha aiutato a capire davvero questa lingua. Anzi vivendo con lei è aumentata la frustrazione: sorda, non grave, ma comunque una frustrazione. E’ che la moglie ce la si sceglie, in base, si suppone, a una inclinazione reciproca, a una concordia. Invece le sue parole continuano a suonarmi estranee. Mi sbaglio, non sono estranee: le parole di mia moglie mi riguardano tutte in maniera molto personale, forse perché è mia moglie, ma credo piuttosto perché è una donna; comunque è come se non parlassero che di me, cosa che rende ancora più assillante la sensazione di non coglierle mai alla radice.

E’ difficile da spiegare. Non è che siamo due campane. Parliamo, ovviamente. Ci scambiamo frasi e discutiamo e a volte abbiamo anche conversazioni intense come, per dirla tutta, una scopata. Ma è sempre in funzione di questa o quella necessità, che sia la faccenda più banale, o le piccole cortesie dell’intimità, o la gioia di essere una coppia affiatata, dialogante, viva. E’ come se esistesse la possibilità di una comunicazione in cui non c’è solo la battuta che innesca l’altra battuta (come in una commedia ben calcolata o anche in una tragedia), ma invece ogni battuta si ferma anche brevemente su se stessa e viene colta lì, in sè, mentre fa vibrare una realtà diversa preparata per me, ma non ancora usata da me. Questa possibilità di comunicazione (e io sento con assoluta, assoluta, sicurezza che è una possibilità reale, non una mia stravaganza) mi è negata. Se ora mia moglie entrasse nella stanza e parlasse, poniamo, semplicemente delle cose che vede, e mi dicesse con una delle sue frasi: “Non ti piacerebbe mettere qui un divano, un comò”, io so che la sentirei semplicemente parlare di mobilia. E certo, parlerebbe anche di mobilia. Ma io seguirei le sue parole senza smettere di percepire che alla lettera riguardano solo la stanza o le pareti o le sue voglie di arredatrice (anche brava), ma nell’essenza invece si riferiscono a me, proprio a me; e che questa essenza non è passata, mi ha circondato ma non raggiunto.

Ecco, la mia piccola ansia sta tutta qui, in questa elucubrazione. Ma c’è ancora una cosa che forse dovrei aggiungere. Con una donna (una sola) è stata tutta un’altra faccenda. Era l’ultima prima di mia moglie, un’americana, la sola straniera della mia vita. In partenza la mia storia con lei era solo un’ennesima variante della nostra tipica storia-con-bella-straniera. Io non ho mai imparato bene la lingua inglese, anzi si può dire che non l’abbia imparata affatto, e la nostra era una specie di perpetua esercitazione da scuola di lingue. In teoria una cosa molto noiosa, e comunque non una situazione da cui ci si aspetterebbe molta intimità; tanto che mi sembrava di avere una relazione con una creatura senza patria e senza civiltà, scesa da un’astronave, con cui occorre negoziare anche le parole per dirsi che ore sono. Se ne parlo, di questa donna, non è quindi perché con lei mi riuscisse di parlare davvero, di cogliere quella sostanza delle cose dette che nelle parole delle altre donne, non so bene perché, mi sfugge sempre. No; ma mi accorsi che c’era nella nostra storia (d’altra parte breve) una qualità diversa, unica. Era come se parlando con lei la difficoltà di cogliere le valenze profonde delle parole scomparisse, perché queste risonanze segrete non c’erano affatto. Lei non parlava di me; e neanche di se stessa. Apparteneva a una razza inimmaginabile e aliena capace di dialogare con assoluta leggerezza, incatenata a questa leggerezza, oppure (in realtà devono essere entrambe le cose insieme) sciolta da questa ricerca delle radici. Discutevamo, per dire, di letteratura e di politica, come faccio ancora oggi con mia moglie. Dovrebbero essere materie decisamente sostanziali, eppure allora con lei era come se le nostre frasi restassero a mezz’aria, ipotesi e dimostrazioni geometriche che non facevano presa sulle cose. Come se non ci fosse nessuna lacuna segreta, nessuna chiave.

Questa estasi, o questa irrealtà, certamente spiega l’attrazione che provavo, ma anche la mia delusione finale. Non so neppure se abbia una sua logica la mia storia con l’americana, tanto lontana mi sembra dall’esperienza comune, o almeno dalla mia esperienza dell’esperienza comune. Forse era meglio non citarla affatto, questa donna le cui parole erano tanto diverse da quelle delle altre donne che ho conosciuto da farmi pensare che lei in realtà non fosse affatto una donna; quasi nemmeno una persona, ma solo una battuta o una fantasia a cui non c’è ragione di dar retta. Non l’ho lasciata, ho semplicemente smesso di cercarla. Forse l’ho conosciuta, osservata con curiosità, e infine persa di vista, come si può aprire e sfogliare e richiudere una grammatica turca, per bizzarria o per noia.

Una cosa però mi rassicura. La mancanza che ho sempre sentito mi dà una certa pena, sì; ma è anche importante per me, perché non so immaginare che persona sarei senza questa strana sordità. E’ come se solo le parole di mia moglie, mia madre, mia sorella e le altre donne della mia vita potessero dire precisamente la sostanza di me; e io non potessi dirla perché non la so e non la saprò mai, ma anche perché, e mi sembra qui di toccare un segreto, la mia sostanza sta proprio nella mia incapacità di dire la mia sostanza. Può darsi però – chissà? - che valga anche la verità opposta. Che io dica e ripeta dall’alba alla notte la sostanza delle mie donne, mentre loro non la sanno e non la sanno sentire. Appoggio la penna sulla carta, mi allungo sulla poltrona, cerco con le ultime forze della veglia di spiegarmi quest’aria compatta e viziata (ma, stranamente, respirabile) che pesa su tutte le parole che ho usato, e mi sembra che sia, come dire, un’atmosfera femminile.
 
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