Cosa c'è di nuovo Tutte le informazioni sugli scrittori Gli autori raccontano Approfondimenti, notizie e libri Appuntamenti con gli autori L'arte del web e i libri La sezione Feltrinelli Digital Le classifiche dei più cliccati e dei più venduti I Blog dei nostri autori Feltrinelli Podcast


Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Su "Angels in America" 3 dicembre 2004


Alla fine l’ho visto. Tutte e sei le ore, su “La7”. Parlo di “Angels in America”, il serial televisivo di Mike Nichols (“Il laureato”) tratto dal dramma di Tony Kushner e interpretato da Meryl Streep, Emma Thompson e Al Pacino (qui davvero straordinario nel ruolo di un gay realmente vissuto, Roy Cohn, il cattivissimo collega di un gay ancora più tristemente famoso, Joseph McCarthy).

Riflessioni? Vediamo.

Il sottotitolo del dramma di Kushner è: “A Gay Fantasia on National Themes”. Questa ambizione è fondamentale. La riuscita (parziale, come dirò) del dramma e del film nascono da una scommessa ambiziosa. Kushner poteva raccontare l’Aids attraverso una dramma privato (in cui la malattia evidentemente avrebbe avuto pieno risalto). Oppure poteva comporre un vasto affresco nazionale di cui l’Aids fosse una figura, sia pure importante, tra tante altre. Ha scelto invece una terza via: fare dell’epidemia la componente essenziale di una storia collettiva, addirittura internazionale. (La parte "russa" della trama − la perestroika − è più presente nel dramma che nel film.)

Ha potuto farlo perché negli Stati Uniti l’Aids è stato percepito come evento epocale di più che in Italia. La condizione gay è altrettanto centrale in Italia, ma un insieme di fattori hanno fatto sì che l’Aids non venisse vissuto come un momento del dramma storico della nazione. (Anche negli Stati Uniti c’è voluto un bel po’ perché questo avvenisse. E ovviamente l’Aids in realtà interessa ben più che una sola nazione, e rischia di essere ben più che un semplice dramma storico.)

L’Aids funzionava per raccontare gli Stati Uniti. Se si volesse raccontare l’Italia attraverso la lente d’ingrandimento di un’esperienza gay, probabilmente occorrerebbe usare come lente il cattolicesimo.

Detto questo, in “Angels in America” (il film) non tutto funziona. Il limite maggiore è la polarizzazione etica: il giovane gay repubblicano (Joe), per quanto benintenzionato e sinceramente autocritico, è escluso dal lieto fine (forse per rispettare i desideri dello spettatore, che giunto alla sesta ora non ne può più dei suoi sguardi piagnucolosi); l’uomo di colore (Belize) invece è sempre edificante, il vero faro morale dell’opera, esattamente come in buona parte della letteratura dell’Ottocento americano (Twain, Melville, ecc.: è la tesi di Leslie Fiedler). Assegnati i ruoli del Rivolto−al−bene e del Tentato−dal−male (non dico di Dio e del Diavolo, perché il primo come sappiamo è fuggito e il secondo, Cohn, sta morendo), l’ebreo può ritagliarsi quello della Coscienza Pensante (Louis) innamorata dell’Idea Americana Originaria (Prior), che come scopriamo alla fine è l’idea stessa di un vago dinamismo progressista−progressivo (Prior che rifiuta il paradiso pur di “andare avanti”, sia pure verso la morte)... Ho semplificato, ma resta comunque un’architettura discutibile e debole. Tra l’altro, l’11 settembre l’ha fatta invecchiare di botto.

Di certo è un’architettura più debole delle molte, splendide singole scene che compongono l’opera. A partire da quella (giustamente famosa) del discorsetto di Cohn al suo medico curante: “Gli omosessuali non sono potenti, perché in quindici anni di attivismo non sono riusciti a ottenere uno straccio di legge in loro favore. Dato che io sono potente, evidentemente non sono un omosessuale. Sono un ricco e distinto eterosessuale a cui piace scopare con i ragazzi. E l’Aids? L’Aids è una malattia da omosessuali. Io non sono omosessuale, quindi non ho l’Aids. Ho... un cancro al fegato.”
 
I commenti dell'autore
Tommaso Giartosio 7 dicembre 2004


Interessante. Provo a sviluppare: ci sarebbe un piano su cui non ci sono ancora identità sessuali (identità=autocoscienza=politica) ma solo "forme di vita" sessuali, eppure queste "forme di vita" esercitano un'influenza, una pressione, non politica ma sghemba - diciamo culturale. Giusto? E su questo piano gli omosessuali, per esempio, sarebbero sempre stati "potenti"? E' possibile. Tesi alla Dominique Fernandez, mi pare. Ma una "forma di vita" è abbastanza individuata da potersi dire che esercita un potere? Non è qualcosa di diffuso, aeriforme? In una cultura che precede la politica gay, come ad esempio quella del Rinascimento, la componente omosessuale è abbastanza compatta da poterle attribuire un'influenza, come la martellata infila il chiodo? Non si tratta di un gioco di spinte, di un turbine di ventate, di un conflitto-complicità tra spinte omosessuali, etero, religiose, formali...?


 
I vostri commenti
Il commento di alberto 7 dicembre 2004


Non sapevo che il discorsetto di Cohn fosse tanto celebre, ma anche a me è parso subito particolarmente interessante. Prima e dopo Cohn, in molti hanno cercato di spiegare (soprattutto a medici e scienziati) che l'omosessualità, anzi la sessualità, è profondamente invischiata in rapporti di potere. Ma il potere non consiste solo nell'approvare o far approvare una legge. O sbaglio?


 
 Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
 Morte di un ragazzo
 Il senso dell'arca
 La città e l'isola (e la sala stampa)
 Invito al viaggio
 Giugno 2006
 Maggio 2006
 Marzo 2006
 Febbraio 2006
 Gennaio 2006
 Dicembre 2005
 Novembre 2005
 Ottobre 2005
 Settembre 2005
 Agosto 2005
 Luglio 2005
 Giugno 2005
 Maggio 2005
 Aprile 2005
 Marzo 2005
 Febbraio 2005
 Gennaio 2005
 Dicembre 2004
 Novembre 2004
 TG in giro per la rete
 Saggi e articoli su "Perché non possiamo non dirci"
 Linguaggio
 Letteratura
 Omosessualità
 Mondo
 L'Infinito Quotidiano
copertina

Perché non possiamo non dirci
Compra su lafeltrinelli.it
 La scheda autore di Tommaso Giartosio