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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Lavori in corso 15 dicembre 2004


Riporto ancora - come promesso - un brano del libro di cui sto curando la revisione. Si tratta di un lavoro a quattro mani: l'ossatura è costituita dalle ricerche di Gianfranco Goretti, con cui continuo a confrontarmi per mettere a punto una versione definitiva. I testi citati sono materiali d’archivio (in particolare le schede del questore Molina) e le testimonianze di “Salvatore” e, in misura minore, di “Vincenzo” (i nomi, come tutti i nomi dei ragazzi, sono di fantasia). Quello che segue è il ritratto in piedi di un gruppo di “arrusi” (o jarrusi, iarrusi, garrusi: omosessuali passivi) della Catania di fine anni ’30, che nel '39 saranno inviati al confino sulle isole Tremiti.
(Un altro brano del libro è qui nel blog: "Una supplica rivolta", ecc.).

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Sono il gruppo dei giovani, nati tra il ’17 e il ’20. Ognuno di loro ha un soprannome femminile.

Salvatore ricorda per primo "‘a Picciridda", il suo migliore amico. Un giovane ebanista che anche nelle istantanee stropicciate della questura ha la bellezza fulgida e distante, puerile ma un poco sovrumana o disumana, dell’Alain Delon di "Rocco e i suoi fratelli". "Aveva una mammella sulla spalla", mi ha rivelato Salvatore; e la scheda segnaletica della questura gli attribuisce "occhi arancioni". Anche per il suo aspetto conturbante, forse, il questore Molina nella proposta di confino si scaglia contro l’allora diciottenne con una ferocia che stupisce: "è l’elemento più pericoloso... ha ripudiato il suo sesso... rottame di giovane".

Coetaneo di Salvatore e della "Picciridda" è Pietro "‘a Rinota". Secondo Molina è un violento. In effetti il collo taurino, la cicatrice sullo zigomo sinistro, l’iscrizione alla G.I.L., le velleità di pilota aeronautico, suggeriscono che ci sia un che di vanitoso e focoso in questo figlio unico di fittavoli agiati che coltivano parecchi ettari di terra a sud della città, nella contrada di San Giuseppe la Rena, "‘a Rina". Il soprannome del ragazzo sottolinea proprio questa origine rustica: forse per farsi gioco della sua ingenua impulsività.

Ben diversa la storia di Giuseppe "‘a Francisa". E’ il primogenito di una famiglia numerosa, mandato dal padre operaio a studiare per nove anni in diversi collegi religiosi della zona. Da qualcuno forse viene espulso, e possiamo immaginare il motivo. Comunque nel ’38, ventenne, giunge alla maturità classica; e se davvero "per vivere fa il sarto" (come afferma il rapporto della questura), intende però iscriversi a lettere; intanto dà lezioni private a nutrite classi di ragazzini. Nel suo piccolo è un intellettuale, misurato e malinconico, diverso anche tra i diversi. "Ci dicevano 'a Francisa perché era diverso dagli altri, sofisticato, misterioso", spiega Salvatore, e anche Molina spende per lui una frase di paradossale apprezzamento, con parole raffinate subito sabotate dall’appuntato di turno: "arrivò alla maturità già viziato, compito uomo sessuale".

Ma anche, poche righe prima: "intensamente sessuale". Con il suo elegante taglio anni Trenta (copiato dalla "Picciridda"), il naso dritto e schiacciato, le labbra molto ampie e morbide, il tratto di pennarello delle sopracciglia, Giuseppe ha una sua bellezza fauve. Per le occasioni che essa gli procura, o per i proventi del suo doppio lavoro, o per puro spirito di estraneità, tiene a dire che non si prostituisce.

Fa il sarto, ma a tempo pieno, anche Agostino detto "‘a Turca". La sua attività deve dargli modo di soddisfare una passione per i travestimenti vistosi. Salvatore, nella sua rievocazione, lo liquida con un lapidario "si faceva notare". Molina indulge a descriverlo "truccato in maniera sintomatica". Poi aggiunge che la sala da ballo (di cui parleremo tra poco) è "il suo quartier generale" – e qui coglie, credo, lo spirito guascone di questo figlio di cocchieri colluso con la mafia, un tipo (insiste Vincenzo) con cui è bene non avere a che fare.

Altre figure del gruppo, infine, sono più sfumate. Forse non è un caso che i loro soprannomi indichino semplicemente il mestiere: mestieri poveri, famiglie povere. Antonio "‘a Saccara", figlio di braccianti, è più grande (del ’16) e ha una compravendita di sacchi. Vittorio "‘a Scarpara", di famiglia numerosa e miserabile, è calzolaio come il padre. Emanuele "‘a Chianchéra" (cioè “la macellaia”) è figlio di un facchino, ma − scrive Molina − "sia d’estate che d’inverno non rincasava che molto raramente, e dormiva, ammonticchiato con gli altri compagni, ove che sia, in una barca, sul nudo terreno, o in un portone". Sarà il più giovane in assoluto tra i confinati: poco più di diciott’anni nel ’39, al momento dell’arresto.

E c’è ancora Alfio "‘a Carbunara", il personaggio più appartato. Nato nel ’13, è un uomo fatto. Si fa assumere alla giornata a spalare carbone dagli autotreni, per mantenere la madre vecchia e cieca. Di sera frequenta i ritrovi come gli altri; ma ama anche allontanarsi lungo le strade di periferia, "in cerca", spiega la questura, "di avventure". Nella foto segnaletica porta un foulard a sbuffo che fa risaltare, per contrasto, il volto quadrato e chiuso, certo già preso dal pensiero di quella madre.

Infine, giovanissimo, Salvatore. Non ho detto il suo nomignolo, ispirato al mondo dell’opera. L’ho lasciato per ultimo perché è assolutamente perfetto. E’ un nome leggero e mobile, ideale per un testimone attentissimo e onnipresente. Ma c’è di più. Catania è la città di Bellini, il musicista “tutto cuore”; e Salvatore, con vera arte della provocazione, si è preso invece il nome del personaggio pucciniano più eccessivo, più languido, patetico fino al kitsch. Un personaggio, infine, che racconta la storia esemplare dell’arrusu: uno “straniero” amato con passione, ma alla fine sacrificato freddamente alla legge del matrimonio. Salvatore è la Butterfly: "‘a Betteflài".

 
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