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In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
La santità come ateismo: una riflessione natalizia 20 dicembre 2004


Scusate l’assenza: impegni prefestivi, tra cui, l’altro ieri, una messa. A un certo punto sono uscito sul sagrato (vuoto, freddo) e mi sono chiesto perché sentissi tanta distanza dalla cerimonia. Non sono cristiano (e non sento di avere per questo “una marcia in meno”, come vorrebbe Giuliano Amato), ma mi è successo di partecipare a riti di questa e altre religioni con un senso di partecipazione esterna ma sentita, a volte anche commossa. La ritualità mi tocca nel profondo. Quindi non è questo il motivo. Allora l’atteggiamento della Chiesa verso i gay? Ovviamente genera in me (come in tanti altri) un certo risentimento, per fermarci solo al piano emotivo. Ma supponiamo, per assurdo, che la chiesa cattolica domani scegliesse di compiere un autentico riconoscimento paritario dell’omosessualità. E supponiamo anche che io tornassi a credere in Gesù risorto (l'ho fatto, da ragazzo). Ecco, so che anche se tutto questo accadesse, non sarei un cristiano che sente il bisogno della messa (sospetto che questo significhi che non sarei davvero un cristiano). Allora ho capito perché sono qui a fumare sul sagrato: ciò che veramente non mando giù è la quotidianità del momento eccezionale, del contatto con l’assoluto. Se la religiosità ha un significato per me, è perché scandisce i momenti eccezionali di una vita, le svolte volute o subite, i giorni in cui ti si presenta un destino. Battesimi, matrimoni, ma anche addii al celibato o prime pubblicazioni, o i funerali che sogno sempre come grandi feste. L’assoluto stesso ci appartiene perché la nostra vita non è fatta di assoluto: è relativa, tentativa, graduale, compromissoria: è fatta dell’incontro quotidiano con le solite cose e le solite persone. D’accordo, cose e persone in realtà non sono mai “solite”, siamo noi che non sappiamo cogliere ogni giorno la profondità, l’eccezionalità di un pasto o di un incontro. Però è così: non ci riusciamo, e se ci riuscissimo quell’eccezionalità cesserebbe di essere eccezionale. Chiedo alla “religione” (anche alla “religione”) di mostrarmi il senso della mia vita, ma se me lo sapesse mostrare in ogni mio attimo, la mia domanda cesserebbe. In fondo credo che un aspetto essenziale della condizione umana stia in questa domanda, nel suo restare aperta. Ma anche se potesse chiudersi davvero, chiudersi in ogni istante − come forse ad alcuni è accaduto − in un certo senso non ci sarebbe più quella tensione che costituisce l’esperienza religiosa. Forse i grandi santi (mi piace pensare la parola in senso molto ampio) vivendo interamente in “Dio”, in un principio superiore costantemente rivelato, cessano di essere religiosi. Somigliano moltissimo a degli atei.

Per la frase di Giuliano Amato:
http://www.santegidio.org/news/rassegna/00001/20000516_repubblica_IT.htm
 
I vostri commenti
Il commento di mizia giartosio 24 dicembre 2004


il vero santo, come il vero ateo, sono persone che hanno bisogno di assoluto Il santo lo trova nella trascendenza, che è lì, un fatto. Succede poi che ciascuno di noi non si trova sempre nel "giorno buono" per percepirla. Sentire la presenza di Dio capita solo in momenti fortunati, ma non è perchè noi siamo migliori, o non lo "sentiamo" perchè lui è meno presente, o noi più distanti. Poi c'è anche il fatto che Gesù abbia voluto rimanere con noi, così toccante, ma quello è tutto un discorso, per un'altra volta, Mà


 
Il commento di Tommaso Giartosio 20 dicembre 2004


E io leggo spesso il blog - filosofico, ma non solo - di Azione parallela:
http://www.azioneparallela.splinder.com/

Carola: sì, ma cosa esattamente è blasfemo nel mischiare la comunità e Dio? Io sospetto che la mia resistenza abbia per oggetto non solo la frequenza del rito, ma anche la famigliarità con il divino: in ultima analisi, il mio potrebbe essere l'atteggiamento del nobile romano verso la nuova "religione cenciosa" dei cristiani. (O penso a Flavio Giuseppe? Mi confondo.) Questo ovviamente è un problema serio: sentire impuro (io dico così, per "blasfemo") il contatto tra Dio e la "comunità", intesa come: la qualità di ciò che è comune.


 
Il commento di azioneparallela 20 dicembre 2004


Ho preso a leggerti (con ritardo, lo so). Ciao


 
Il commento di carola susani 20 dicembre 2004


Anche i grandi Santi vivono di polarità, di cecità e di luce, è raro che si trovino "interamente in Dio". E' solo che a bocce ferme, leggono il buio e la luce in relazione a Dio. Ma non sarà che la nostra passione per i sagrati (anche mio padre, mio zio Pierangelo fumavano sigarette sul sagrato), non sarà dico una questione con la comunità oltre che con Dio, con la mischianza invece un po' blasfema tra la comunità e Dio?


 
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