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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Confessioni di un ottimista di sinistra 28 dicembre 2004


Sotto sotto, e con un certo orgoglio e con un certo disgusto, continuo a trovare in me l’idea che il mondo sia buono. Che vi siano certo “imperfezioni” e “orrori”, ma spicchino proprio per il loro contrasto con la trama positiva dell’esistenza, fissata a tre assiomi: “essere vivi è bello”, “il mondo migliora”, “la verità trionfa”.

Mi è ancora difficile smentirli. “Essere vivi è bello”: sento l’ingenuità francescana del principio, la sua spiegabilità in termini istintuali, le mille retoriche a cui è stato piegato, eppure non riesco a non sentire che nel respirare, nel pensare e provare, nell’abitare lo spazio e il tempo c’è un piacere fisico, un godimento che giunge al cuore dell’essere. “Il mondo migliora”: non migliora affatto, o migliora per certi versi e peggiora per molti altri. E forme e gradi del peggioramento sono tali da rendere osceno qualsiasi tentativo di sminuirli a vantaggio dei cambiamenti in positivo. Ma nell’aggrapparsi a questi ultimi, per quanto parziali e tutt’altro che indicativi di un processo metastorico, agisce un principio dinamico che mi sembra essenziale: l’idea che il mondo sia almeno migliorabile − e che quindi possa migliorare. “La verità trionfa”: la verità come giustizia, no di certo (grandissimi artisti, per esempio, sono stati ignorati); la verità come realtà, forse sì (oggi sappiamo i motivi per cui vennero ignorati). Ma se la verità trionfa quando ormai non serve più a niente? E se chiamiamo “verità” semplicemente ciò che trionfa?

La crescita in un ambiente conservatore mi ha lasciato con un'invidia permanente per coloro che hanno avuto "la fortuna di avere genitori comunisti", come dice il film di Zilbermann (che però associo soprattutto al faccione solare di Josiane Balasko). Se invidio chi ha ricevuto un’educazione di sinistra, è perché essa predispone ad accettare lo scandalo del male e del dolore, il suo predominio, la sua probabile vittoria, che forse non sarà mai completa ma basta a dissipare ogni tentazione di riscrivere il mondo in senso ottimistico. Non è affatto scontato che questo atteggiamento sia di sinistra, ma di fatto è lì che l’ho trovato. Credo che nei geni della sinistra ci siano in realtà entrambi gli elementi − sia la fede nell’Ideale, raggiungibile anzi quasi già raggiunto, sia il senso concreto degli ostacoli posti dalla realtà, con lo squilibrio vitale che ne deriva e l’obbligo della lotta. Ma il primo elemento predominava nel socialismo primo Novecento e nel comunismo fino alla destalinizzazione. Dopo di allora, ha ripreso vigore l’altra componente. Oggi essere di sinistra per me è anche aver pienamente accettato di vivere in un mondo, come dire, naturalmente impuro, mai del tutto redimibile. (Ma anche: mai del tutto dannabile. Il pessimismo radicale è ancora più conservatore della sua controparte ottimista. Detesto Cioran.)

Questo significa anche che la sinistra che ammiro è profondamente laica. Sì, è così. Una sinistra di ottimismo cauto (posso cavarmela con questa formula?), di valori sostenuti con fermezza, ma senza l’illusione che essi possano mai trionfare. Laicismo come rifiuto non dell’etica, ma delle sue fondamenta metafisiche. Non della necessità della giustizia, ma della sua esistenza in atto. In qualsiasi luogo di questo o qualsiasi altro mondo.
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 29 dicembre 2004


Forse chiamiamo le stesse cose con nomi diversi? Nelll'idea di "utopia irrealizzabile" Carola (che si va webbizzando: ha rinunciato al cognome) vede una "contraddizione forte" della sinistra: io ci vedo uno "squilibrio vitale", e, ovviamente, un elemento di realismo. Penso anche che nel cristianesimo il rapporto tra la sfera terrena e quella metafisica continui a fare problema, a fare contraddizione. Anche con Alderano sento una consonanza. In fondo non stiamo dicendo, tutti quanti, che la strada dell'etica è aperta ai laici come ai religiosi, mentre quella che dà sempre problemi è la strada dell'ontologia, spirituale o utopica che sia? Solo che la sinistra laica può essere ontologica o meno, mentre il cristianesimo lo è per definizione.


 
Il commento di carola 29 dicembre 2004


Consivido il commento di alderano@splinder.com. La coscienza della bellezza della vita e del creato, della necessità di redenzione e tuttavia dell'irredimibilità del mondo sono già tutte insieme dentro il cattolicesimo. Le strade che si aprono sono numerose, dal reazionarismo radicale fino allo slancio che davvero migliora il mondo. Credo anzi che per la sinistra "laica" rimanga un problema, una contraddizione forte l'utopia irrealizzabile, l'idea di un male sostanzialmente irriducibile. La coscienza cristiana può sentire l'obbligo, la chiamata a migliorare il mondo, seguirla, conoscerla necessaria e sempre del tutto insufficiente, emozionarsi, scandalizzarsi, non dimenticarsi della pasta di cui il mondo è fatto.


 
Il commento di alderano.splinder.com 28 dicembre 2004


Non sono molto d'accordo sulle virtù specifiche dell'educazione di sinistra. Sono stato educato cattolicamente, e solo nell'età della s.ragione ho buttato a mare il legno della croce. Mi è rimasta una zattera alla deriva. E in questa deriva an-archica (etica, come tu dici, non metafisica) so che il mondo è irredimibile, e pure sento che 'vivere è bello' (non convengo sugli altri due assiomi). In realtà un certo cattolicesimo, quello del lammà sabachtani, predispone all'accettazione del male. La città dell'uomo, e la città di Dio. Per converso, un iper-escatologismo di sinistra ha prodotto riflussi e depressioni - nel constatare che il mondo non è così facilmente convertibile al bene. Ma in fondo, le due esperienze sono contigue.


 
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