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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Marco Pustianaz su "Perché non possiamo non dirci" 3 gennaio 2005


Il mio impegno con "Fahrenheit" è ripartito in quarta. Ma mi permette ugualmente di segnalarvi questa recensione di "Perché non possiamo non dirci", uscita su "L'Indice dei libri del mese" di dicembre 2004. L'autore è Marco Pustianaz, che insegna lingua e letteratura inglese all'Università del Piemonte Orientale (pustiana@cisi.unito.it). Grazie all'"Indice", e all'autore, per avermi permesso di riprodurre questa pagina: le valutazioni positive fanno sempre piacere, ma molto di più quando sono accompagnate da una lettura tanto attenta.

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Recensione di: Tommaso Giartosio, "Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo", Feltrinelli, Milano 2004, pp. 200, euro 15.

Potrei iniziare così. Questo libro è un dialogo sulla possibilità stessa del dialogo. Per riflettere sulla relazione fra letteratura, omosessualità e mondo, per nutrirla e renderla sempre più concreta e complessa. Dialogo fra cultura omosessuale ed eterosessuale, cosa tutt’altro che scontata in un paese come il nostro, dove la cultura si presenta quasi sempre come universale e disincarnata. Dialogo, infine, con se stessi: lo scrittore e saggista Tommaso Giartosio conversa con una voce che proietta quale interlocutore esterno, ben sapendo che si nasconde anche entro le pieghe della propria coscienza. La seconda voce è anche lo specchio del destinatario ideale di questo volume: “curioso, scettico, abbastanza informato, ‘tollerante’ e grosso modo favorevole ai diritti dei gay, un po’ omosessuale (forse), un po’ omofobo (inconsapevolmente). […] Ah, dimenticavo, sei una parte di me” (5).

Di che cosa si dialoga in queste pagine? Veramente di tutto, come testimoniano i titoli in testa a ogni pagina che cambiano caleidoscopicamente. Del resto, la riflessione che Giartosio intende condividere parte dall’assunto della relativa universalità dell’esperienza omosessuale, come di altre esperienze “minoritarie”. Se il punto di partenza è la questione del rapporto fra letteratura e omosessualità - si può parlare di “letteratura gay o lesbica”, e in quanti modi può essere inteso e studiato quel nesso? – è perché Giartosio crede che la letteratura, come pratica di scrittura ed esperienza di lettura, sia un terreno massimamente fertile per indagare, esplorare e rendere più stratificato il nostro rapporto con il mondo, sia sociale che psichico.

Il libro copre territori e riflessioni vastissime: il rapporto fra arte e vita e le questioni intorno all’identità sessuale e sociale; la relazione fra culture maggioritarie e minoritarie e il nodo cruciale dell’omofobia, dato strutturale e non accidentale della nostra società; l’impatto della lotta per i diritti civili gay nell’immaginario del nostro paese e il tentativo di ipotizzare letture sessualizzate della storia e della letteratura italiana. Ciascuna di queste pagine aprirebbe mille altre finestre, e credo che la funzione sia proprio questa: aprire un terreno di confronto culturale, civile ed etico, che accetti di attraversare l’omosessualità come campo in cui, simbolicamente e non, siamo tutti e tutte coinvolti. E’ un attraversamento che Giartosio chiede a tutta la cultura italiana, a tutti coloro che si interrogano sulla natura peculiare della nostra storia culturale e letteraria. Credo sia anche una chiamata rivolta agli intellettuali gay e lesbiche “non detti”, affinché entrino in un dialogo aperto e non eluso, attraversino anch’essi la propria omosessualità e la mettano in campo come chance universalizzante, e non ghettizzante come vorrebbe il luogo comune dell’esperienza gay.

"Perché non possiamo non dirci" è un titolo strano. Invoca il riconoscimento maturo della necessità di un nostro posizionamento (non possiamo non essere “qualcosa”, siamo soggetti la cui parola ci dice, e dice che il nostro essere è un “esserci” situato); al tempo stesso, al titolo manca anche il termine qualificante: non possiamo non dirci cosa? Se questo fosse un saggio autobiografico, potremmo dire che Giartosio ha fatto qui il suo coming out. Ma non è un saggio confessionale; è semmai la richiesta di un coming out collettivo, ciascuno con il proprio nome, o meglio, con i propri nomi, plurimi e contingenti sì, ma non meno importanti. E’ come se “il non poter non dirsi” fosse il presupposto stesso del dialogare, la nostra maledizione e la nostra benedizione, se accettata. La cifra dominante del testo sembra essere l’attraversamento tramite l’ostinato atto di parola, e la sessualità come chiave di apertura al corpo e al suo desiderio dell’altro.

La forma dialogica rivela anche un posizionamento politico: non si tratta più di rivendicare la trasgressività rivoluzionaria intrinseca all’omosessualità come contro-discorso, ma di partire dall’omosessualità come interna alla nostra cultura omofobica e assumerla pienamente come voce dialogante. Non siamo più negli anni Settanta, e la contro-cultura destabilizzante rivendicata da un teorico come Mario Mieli nei suoi "Elementi di critica omosessuale" (peraltro riattualizzabile, come indica la recente ristampa proprio da Feltrinelli) è lontana sia strategicamente sia, in buona parte, ideologicamente dagli orizzonti intrattenuti da Giartosio. Il quale è ben conscio della crisi che hanno attraversato quegli ideali utopici – che vedevano praticabile e prossimo il crollo del sistema patriarcale borghese nell’alleanza fra tutti gli oppressi, in primis gay e femministe – e le inadeguatezze delle posizioni identitarie che presuppongono opposizioni binarie assolute. La scelta del dialogo suggerisce anche un fondamentale ottimismo della ragione, che deve combattere, certo, contro i fantasmi perduranti dell’omofobia e del silenzio di comodo, ma evocandoli con una parola che rimbalza da voce a voce (e da scrittore a lettore) può anche dar loro forma, e forme sempre diverse. Nella quotidianità dialogica e nella riscrittura particolarmente inventiva della letteratura il trauma e il dolore connessi alle esperienze di emarginazione e di scacco vengono rielaborati sino a divenire, finalmente, patrimonio comune. Non a caso la lezione etica di Primo Levi, che scrive dopo Auschwitz, risuona in molte delle pagine di "Perché non possiamo non dirci".

Una delle parti più ardite e provocatorie del dialogo è quella in cui l’autore riflette su letteratura e costruzione dell’identità nazionale italiana. In primo luogo perché l’italianistica è un settore cruciale nella riflessione sulla nostra cultura, eppure ha spesso difeso il proprio territorio di studi proprio dalle contaminazioni che Giartosio le chiede di abbracciare; in generale, ha difeso la letteratura e i suoi testi canonici dalle soggettività e dai corpi di chi scrive e di chi legge. La “presa in carico” di questi corpi e di queste persone è invece una responsabilità che non può essere elusa. Nei capitoli 7 e 8 si rileggono così Dante e i sodomiti, si discute di Saba, Bassani, Machiavelli, Penna, D’Annunzio, Manzoni, Belli, Virgilio, “di padri e figli, e di identità italiana”, e poi di Levi e Pasolini. Ne emergono ipotesi e suggestioni di lettura che meriterebbero maggiori approfondimenti: la centralità della pederastia, e in particolare della figura della sottomissione omosessuale, come metafora dello stupro perpetrato su un popolo effeminato quale si è immaginato per lungo tempo il popolo italiano; e il senso di una non-identità nazionale strutturata al pari del “segreto omosessuale” di cui ha scritto Eve K. Sedgwick (Italia, paese che “non osa dire il suo nome”?). Basterebbero queste brevi pagine, a cui aggiungo il rilievo sul Risorgimento come momento importante di elaborazione dell’identità maschile, anche omosessuale, italiana, per indicare quanto possa essere proficuo uno sguardo storico che passi attraverso il corpo e il genere sessuale.

Il ricco posizionamento di Giartosio investe in generale anche il futuro prossimo degli omosessuali in Italia, un destino che riguarda tutti. In alcuni punti il tono si fa irritato e si capisce che Giartosio non ha molta pazienza per la retorica delle utopie e nemmeno per la decostruzione estrema delle identità di genere e dei confini del corpo. Crede nell’importanza storicamente rivoluzionaria delle battaglie per i diritti civili e per i diritti delle coppie omosessuali. Non ha paura dell’omologazione, forse perché ha troppo rispetto per le sofferenze e le fatiche che ci costa il solo fatto di essere accettati. Se ci sono dei limiti nel libro, sono limiti coscientemente dichiarati: il fatto di parlare solo da una prospettiva maschile e di corpi maschili (non ci vorrebbero più intelligenze gay che conoscono e dialogano anche con le lesbiche?), e il privilegio accordato alla letteratura come se godesse di uno statuto speciale fra le arti. Chi ama la letteratura non troverà alcuno scandalo in questo secondo punto. Trovo invece singolare la scelta di non fornire alcuna indicazione bibliografica in appendice. Non riesco a pensare a un singolo lettore che dopo aver letto un testo così stimolante non abbia voglia di continuare il suo dialogo con altri libri e con altre voci.
 
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