Cosa c'è di nuovo Tutte le informazioni sugli scrittori Gli autori raccontano Approfondimenti, notizie e libri Appuntamenti con gli autori L'arte del web e i libri La sezione Feltrinelli Digital Le classifiche dei più cliccati e dei più venduti I Blog dei nostri autori Feltrinelli Podcast


Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Vita sull'isola 12 gennaio 2005


Ancora un brano del libro a cui sto lavorando insieme a Gianfranco Goretti. Qui si descrive (anche citando materiali pubblicati da Giovanni Dall’Orto e altri) la vita degli omosessuali catanesi, gli “arrusi” − più qualche non catanese − nella colonia di confino di San Domino delle Tremiti, tra il ’39 e il ’40. I nomi, come sempre, sono di fantasia.
(Per altri brani del libro, date un'occhiata in questo blog ai pezzi pubblicati il 13 e il 15 dicembre 2004.)

−−−−

Il lavoro era poco, i prezzi alti, le quattro lire quotidiane non bastavano mai. In una supplica, Giuseppe “‘a Leonessa” racconta: “Nell’Isola di S. Domino, non c'è lavoro né datori di lavoro, in conseguenza si vive nell’ozio più assoluto. La vita, è enormemente cara e di giorno in giorno i prezzi di prima necessità aumentano con grande sgomento del confinato che non sà come fare. Per dare un’idea al sig. Ministero del costo si cita il pane per esempio a L. 2,40 il Kg i legumi e sopratutto i fagioli l’unica risorsa per poter fare una zuppa a quasi L. 5 il Kg. Non si parla di altre derrate il cui costo non permette nemmeno guardarli, dopo, si pensi delle piccole spese indispensabili come lavare la biancheria, barbiere, ed altro rendendo impossibile arrivare con L. 4 al giorno.” E per lo stesso motivo Gaspare detto “Cincillà” chiede che gli venga concesso “un cambiamento d’isola”.

Giuseppe prima era stato a Lampedusa, Gaspare a Ustica: per chi come loro aveva soggiornato in altre colonie di confino il peggioramento era particolarmente evidente. E la dolcezza del clima, la possibilità di stare all’aria aperta non aiutavano: non se ne può più di “stare a bighellonare tutto il giorno”, scrive “‘a Leonessa”. “Con l’aria pungente più si ha fame.”

Di mandare soldi a casa non se ne parlava proprio: casomai erano i famigliari a sopperire alle necessità dei confinati con pacchi e denaro. Ma questo non sempre era possibile, data l’indigenza di molte famiglie. Per integrare la scarsissima “mazzetta”, allora, chi poteva − tranne forse i benestanti − si inventava un’occupazione. Antonio teneva le mucche a qualche isolano, oppure andava in giro a raccogliere fichi in un canestro e li rivendeva ai compagni di prigionia. Vincenzo dava uno mano allo spaccio. Altri riuscivano a praticare il mestiere della loro vita civile: sarto, barbiere, calzolaio. “Peppinella” si era trovato “il lavoro più bello: facevo ‘la sarta’ per i carabinieri, e me li trovavo tutte le mattine alle sei mezzi spogliati... Ce ne era uno che si chiamava V.: quanto era bello! Dopo quarant'anni me lo ricordo ancora.”

E poi, lavoro o non lavoro, occorreva cercare di tenersi allegri e ammazzare il tempo in qualche modo. I confinati seppero trovarsi delle distrazioni. “Con quella gente si sta allegri, non sono mai tristi”, dice il fiorentino Sergio, sempre attento a distinguersi (“quella gente”) dai “buchi”. Anche “Peppinella” legò subito con i catanesi e mantenne poi diverse amicizie dopo la guerra.

Va detto, per inciso, che più spesso tra omosessuali di città diverse nascevano antagonismi. Vari episodi lo dimostrano. Il 16 marzo del ’40 un confinato palermitano si sta rammendando le calze nel camerone quando entrano quattro catanesi. Tra di loro c’è Paolo, che esclama: “L’amnistia non è venuta, quattro lire al giorno ci debbono dare lo stesso, andiamo in ... al Re, alla Regina e alla Casa Savoia!” Il suo compaesano “Ninetta” gli risponde: “E le camicie nere non ce le hai messe?” I puntini nella frase di Paolo non li ho inseriti io: stanno nel verbale della denuncia (leggi: delazione) presentata l’indomani dal palermitano al Direttore della colonia. Gli altri due catanesi provano a negare tutto, ma un confinato (forse toscano) conferma in parte l’accaduto, e Paolo e “Ninetta” vengono subito arrestati e condannati a tre mesi di carcere a Manfredonia. Anche “Peppinella” passò qualche giorno in prigione per aver “spaccato la capa” a uno che sparlava dell’altro salernitano, Carmine. Il quale Carmine, da buon benpensante, in una supplica dell’aprile ’40 si lamentava di trovarsi − lui, “una cosa distinta e separata” − “in mezzo a un’associazione di Catanesi pieni di beghe”. E conclude chiedendo, ovviamente, di venire mandato via da “questa isola maledetta”.

Tenersi allegri, dunque. Per escogitare svaghi la fantasia non mancava. Si chiacchierava, si giocava a carte. Onomastici e nuovi arrivi erano occasioni per fare una colletta e organizzare una tavolata. Oppure si provava con il teatro: Pietro lo scultore era il regista, suo cugino Luigi, macellaio, lo scenografo. “Si preoccupavano di tutto e ci dicevano di andare a raccogliere fiori, preparare le decorazioni... Lì naturalmente potevamo vestirci da donna senza che nessuno dicesse niente”, racconta “Peppinella”, sempre entusiasta. Ma Vincenzo riconosce che “Ustica era più divertente, a S. Domino meno. Eravamo solo noi, separati dagli altri politici.”

Ed è questo il punto. Forse oggi che i gay occidentali sono un gruppo in buona misura endogamico − gay che amano altri gay − un’esperienza come quella di San Domino sarebbe vissuta (e anche sofferta) in modo diverso. Ma gli “arrusi” degli anni Trenta hanno relazioni quasi solo con gli uomini eterosessuali, quelli che loro chiamavano semplicemente: i “maschi”. Lo schema tendeva a riprodursi nelle colonie di confino. Alfredo Misuri racconta che a Ustica, alla fine degli anni trenta, gli omosessuali “divenivano le ‘donne dei coatti’... Facevano ‘le lavandaie’ o ‘le stiratrici’ pei compagni. Propendevano per quelli più nerboruti e se li contendevano a colpi di unghie.” Solo che alle Tremiti gli “arrusi” hanno un’isola tutta per loro. Sono segregati.

Il loro confino a San Domino è paradossale. Schematizzando un poco: San Domino avrebbe potuto essere, in teoria, un’occasione per parlarsi, riconoscersi, sviluppare o potenziare una solidarietà; ma l’occasione arriva, in termini storici, troppo presto. L’uomo omosessuale è ancora “arrusu”, non può fare a meno del “maschio”. L’uomo eterosessuale è ancora “maschio”, non ha alcun problema a far sesso con un “arrusu”, come abbiamo visto che accadeva a Catania; e tanto più in una colonia di confino, con poche donne a disposizione. Il contesto spinge queste due forze ineluttabilmente l’una verso l’altra. Ed è anche per questo che San Domino, pur offrendo una limitata libertà, resta una prigione: sull’isola puoi finalmente essere un “arrusu”, esserlo apertamente dalla mattina alla sera, tranne per un particolare: non puoi fare una delle cose che definiscono l’”arrusu”, non puoi andare col “maschio”.

O non potresti. Perché poi, ovviamente, il modo si trova. Ma di “modi” se ne trovano parecchi, a San Domino, e molto diversi l’uno dall’altro: la realtà è più complessa delle griglie che la spiegano. Vediamo qualcuno di questi amori.
 
 Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
 Morte di un ragazzo
 Il senso dell'arca
 La città e l'isola (e la sala stampa)
 Invito al viaggio
 Giugno 2006
 Maggio 2006
 Marzo 2006
 Febbraio 2006
 Gennaio 2006
 Dicembre 2005
 Novembre 2005
 Ottobre 2005
 Settembre 2005
 Agosto 2005
 Luglio 2005
 Giugno 2005
 Maggio 2005
 Aprile 2005
 Marzo 2005
 Febbraio 2005
 Gennaio 2005
 Dicembre 2004
 Novembre 2004
 TG in giro per la rete
 Saggi e articoli su "Perché non possiamo non dirci"
 Linguaggio
 Letteratura
 Omosessualità
 Mondo
 L'Infinito Quotidiano
copertina

Perché non possiamo non dirci
Compra su lafeltrinelli.it
 La scheda autore di Tommaso Giartosio