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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
De referenda (2) 18 gennaio 2005


Oggi all’assemblea nazionale del Coordinamento omosessuali DS, nell'ex monastero di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio, si è parlato molto di Pacs. Nel mio intervento ho cercato di riportare l’attenzione sui referendum.

Certo: un gay e (ancor più) una lesbica a questo punto possono sentire solo amarezza e frustrazione di fronte a una consultazione referendaria che ormai, comunque vada, lascerà intatti gli articoli che per la prima volta nella storia della Repubblica discriminano esplicitamente gli omosessuali. Eppure occorre continuare a battersi, in primo luogo diffondendo la conoscenza delle problematiche della procreazione assistita. Bonino ha parlato di una campagna centrata sull’”autodenuncia”, vecchio strumento dei radicali. Di certo occorre far cogliere agli elettori la capillarità del fenomeno, cioè del ricorso ai diritti che questa legge sottrae.

Noi gay, poi, dovremmo sentire con forza che la logica della legge è profondamente omofoba anche negli articoli non dedicati a noi: omofoba nella sua pretesa di imporre la propria morale ai corpi altrui. Conosciamo bene questa logica.

Vincere i referendum − cioè, in sostanza, raggiungere il quorum − è importante anche perché darebbe ai gay laici e di sinistra buone carte da giocare nel dialogo con i cattolici, soprattutto della Margherita. Questo dialogo è inevitabile − e ve lo dice uno che ai cattolici non fa grossi sconti. Ma è anche un dialogo prezioso. Io sono sempre più convinto (ne ho parlato anche in “Perché non possiamo non dirci”, p. 97 e 179−180) che i cittadini italiani siano più aperti e coraggiosi della classe politica che li rappresenta. La vittoria dei referendum mostrerebbe ai politici che moltissimi cittadini italiani, dunque anche moltissimi cattolici, non credono che la loro fede debba venire imposta ad altri, anzi credono che essa imponga loro di non imporla ad altri. Il cattolicesimo che secondo i sondaggi è tanto cresciuto (numericamente) nel nostro paese è secondo me un cattolicesimo del tacito dissenso, che non è disposto a seguire le gerarchie in tutte le loro crociate. E’ questo che vorrei poter mostrare ai Castagnetti, ai Rutelli, ai Letta.

Certo questo comporta una mobilitazione intensa. In che modo possono attivarsi, in particolare, gli intellettuali? Chi ha idee si faccia avanti.
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 20 gennaio 2005


Credo che anche Letta e Castagnetti facciano i loro elettori più cauti di quello che sono. Quanto agli intellettuali, s', le strade aperte sono quelle che dici; ciò che chiedevo erano suggerimenti per azioni innovative, che possano avere un impatto anche nei tempi brevissimi di cui disponiamo. Ma forse pensare davvero, sviluppare un pensiero che abbia rilevanza pubblica, avrebbe di per sè l'impatto che vorrei.


 
Il commento di azioneparallela 19 gennaio 2005


Gli intellettuali si mobilitano innanzitutto scrivendo, poi scrivendo insieme, e infine facendo, o almeno affiancando chi fa (per esempio con l'autodenuncia di cui parlava la Bonino)


 
Il commento di azioneparallela 19 gennaio 2005


Ma io cred che Castagnetti e Letta lo sappiano Rutelli, che è un neofita, forse no.


 
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