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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Memoria e ricordo 22 gennaio 2005


Dall'"Espresso" di oggi: intervista di Wlodek Goldkorn a Marek Edelman, leader della resistenza del ghetto di Varsavia.

WG: "Tra qualche anno, non ci sarano più testimoni vivi (della Shoah). Cosa rimarrà della memoria?"

ME: "Rimarrà quasi tutto. La memoria non ha bisogno di testimoni. Le faccio due esempi: Garibaldi è presente nella memoria degli italiani, eppure i garibaldini sono tutti morti; lo stesso si può dire di Napoleone Bonaparte, si discute se fosse stato un tiranno o uno che portava valori della rivoluzione fuori della Francia, ma la sua memoria è sempre viva."

WG: "Sta parlando della storia e dei grandi miti che formano le nazioni. La Shoah è diversa..."

ME: "Ma non è qualcosa di metafisico, di incomprensibile o di indicibile, di non soggetto a indagine storica o letteraria. La Shoah può essere descritta. E' stata raccontata, per esempio, da Primo Levi."

Gli esempi di Garibaldi e Napoleone sono discutibili, e per questo felici: ci ricordano che la memoria si nutre di pensiero critico, e che in ogni caso va nutrita di presente, attualizzata (per questo, checché ne dica Edelman, quella di Garibaldi è una memoria che si va perdendo). Ma c'è qualcosa di profondamente giusto e rispettoso nel monito: la memoria può venire in gran parte tramandata, non esige l'immortalità dei testimoni, non è qualcosa di metafisico ("testimoni" significa appunto "martiri").

La memoria non è storia, ma è esperienza della storia. Della storia, non del tempo. La memoria del tempo, io la chiamerei "ricordo".

Mi spiego. Il mio accendere ora una sigaretta appartiene alla mia esperienza del tempo, segna il mio tempo e mi segna nel mio tempo, ma non si iscrive in quel tempo condiviso che è la storia. Ciò non dipende da un carattere "futile" o "personale" di questo momento: se la sigaretta la accende Viktor Klemperer (vedi il suo diario: "Testimoniare fino all'ultimo", Mondadori 2000), il brandello di memoria si inserisce nella storia. Perché alcuni segmenti di memoria fanno storia e altri no? Perché, in altre parole, alcuni sono "memoria" e altri "ricordo"?

Per motivi, credo, storico-culturali, e secondo dinamiche mai esclusive: la scuola degli Annales ci ha insegnato (e gliene sono sinceramente grato - anche come gay) che nessun atomo di memoria può mai dirsi escluso a priori dalla storia. Ma di fatto, in ogni momento dello sviluppo culturale, alcuni atomi emettono questa vibrazione e altri no. Su questa selezione si può e si deve operare, volgendo ricordi in memoria, recuperandoli alla storia. Ma la distinzione rimane.

Ora, l'esperienza del tempo ha un legame essenziale con la presenza del presente, e subisce uno scollamento (non un azzeramento, ma una scissione significativa) non appena quel presente passa. Ne conservo il ricordo, certo. Ma non è lo stesso.

L'opposizione lessicale ricordo/memoria può servirci proprio a distinguere questo ricordare esperienziale (che c'entra, etimologicamente, con il cuore, anche se non vorrei radicalizzare l'equazione "ricordo:memoria=cuore:mente") dalla memoria storica: quella della "giornata della memoria". L'esperienza della storia ha come referente non la realtà vissuta in tempo reale, ma la testualità (lo scrivere storia). Perciò anche sul piano della memoria (come su quello del ricordo) c'è una differenza tra il presente e il suo superamento, ma è più sfumata, come sfumati sono i vari livelli di rapporto con un testo: scrittura, revisione, lettura, rilettura, interpolazione, riscrittura, ecc. Non c'è quella scissione assoluta tra presente e passato. Scissione metafisica che appartiene solo (non è poco) alla dimensione del ricordo.

Per questo tutta la problematica modernista del tempo e del ricordo (il tema dell'epifania) mi sembra avere ben poco a che fare con i problemi che deve affrontare uno storico: se non in quanto essa stessa è storicizzabile (e in modo molto interessante: Proust è impensabile senza i fratelli Lumière).

Sul rapporto memoria-storia raccomando il bel saggio di Enzo Traverso "Storia e memoria. Gli usi politici del passato", apparso in "900" n.10, gennaio-giugno 2004. Saggio che sviluppa una questione che qui non ho toccato: esiste comunque, nella realtà dei nostri anni, un rapporto intimo e inevitabile tra ciò che qui ho chiamato ricordo e memoria: come gestirlo?

Raccomando anche il resto dell'intervista di Edelman. Prosegue più o meno sullo stesso stile: tagliato con l'accetta, ma stimolante e spesso sostanzialmente vero. Per esempio: richiesto di spiegare perché i prigionieri giunti nel lager accettassero tranquillamente di sottoporsi a "docce" perlomeno sospette (le camere a gas), Edelman risponde, tra l'altro: "Si ha più paura delle botte che non della morte."

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Sulla vita di Marek Edelman:
http://www.olokaustos.org/opposizione/biografie/resbio/edelmann.htm
 
I vostri commenti
Il commento di azioneparallela 22 gennaio 2005


Caro Tommaso, ho linkato questo tuo splendido post. Se stasera scrivo per leftwing su questo tema, mi autorizzi a saccheggiarti?


 
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