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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
L'io è personale? 2 febbraio 2005


Sul sito di “Repubblica”, qualche giorno fa, Stefano Bartezzaghi voltava ai lettori una domanda posta dalla sua lettrice Chiara Tambone: perché in italiano è molto difficile, se non impossibile, usare espressioni come “"Noi mi facciamo paura" o " "Noi mi abbiamo eletto"?

Bartezzaghi non ha una risposta. Osserva che forse i verbi riflessivi richiedono la concordanza di numero e di persona fra il soggetto e il complemento oggetto. Ma poi obietta lui stesso: “Anche ‘Noi abbiamo eletto me’ non è che corra molto bene.”

Mi sento chiamato in causa. Perché non possiamo dirmi?

Be', il problema vale anche per altre lingue europee. E sono certo che i linguisti l’hanno affrontato. Sui pronomi personali si è lavorato molto, interpellando anche lingue che hanno sistemi pronominali davvero bizzarri (ai nostri occhi).

Il senso della regola, comunque, mi sembra chiaro: l’io non può avere margini troppo indefiniti. Tra l’io singolare e l’io plurale non può esserci giustapposizione (“Noi mi abbiamo eletto”), e di solito non basta nemmeno quell’elemento dinamico che è il verbo (“Noi abbiamo eletto me”): per ridefinire l’io, per cambiare maschera, occorre almeno dare inizio a una nuova frase.

(Digressione. La regola vale per l'opposizione singolare/plurale, ma non per quella tra prima e terza persona: se mostrando una mia foto dico a un amico "Quel ragazzo sono io", la grammatica è soddisfatta. Dunque l'infrazione non sta nel vedere il sè dall'interno e subito dopo dall'esterno: sta nel vederlo come un singolo e subito dopo come una pluralità. Nel primo caso il sé non cambia (cambia solo la prospettiva dello sguardo). Nel secondo caso il sè cambia, perché ne mutano i confini. La Val Padana può coincidere con la Padania, ma non con l'Italia. L'identità richiede stabilità di confini: A = A.)

Questa piccola legge linguistica mi sembra una buona metafora dell’identità. Che cambia, anzi vive proprio di mutamenti e grazie ai mutamenti, ma può mutare perché subisce l’attrito della permanenza. Il suo essere richiede un grado di zero di fissità, un’immobilità a livello atomico o attimico.

Tutto questo ha una certa portata politica. Ma anche letteraria. Romanzi come “Che farò quando tutto brucia?” di Antònio Lobo Antunes mettono in scena un’identità caleidoscopica, che diventa continuamente nuovi personaggi - ma può farlo proprio perché ogni segmento minimo contiene un io e uno solo.

Tento un passaggio ulteriore. La letteratura può spingersi anche oltre, può dire “Io è un altro”.

Qui il segmento minimo ha perso ogni coesione. E sappiamo che questa infrazione alle regole della grammatica ha un significato ben preciso. Ma non è notevole che questa frase grammaticalmente eversiva diventi subito normale (complessa quanto al senso, ma regolare nella forma) se intesa come un’affermazione relativa al linguaggio, con la semplice aggiunta delle virgolette − “’Io’ è un altro”?

In altri termini: prendere un’affermazione sul linguaggio (un’affermazione metalinguistica) e farne un’affermazione sul mondo ci porta a scoprire nuovi orizzonti di senso. Ma allora non è forse nel linguaggio che possiamo spesso trovare il senso? “Dovere” è astratto, “vita” è femminile, “uccidere” è transitivo. Ma il dovere è astratto? La vita è femminile? L’uccidere è transitivo?

L’io è un pronome personale?

Ruba il posto a un nome? (Cos'è un nome?) E soprattutto, è personale?

In questi giorni si parla molto, sul blog collettivo “Nazione indiana” e altrove, del ruolo della letteratura e della sua eventuale capacità di “uscire fuori”, “spalancare una porta” e sfuggire alla semplice rappresentazione o duplicazione della realtà in cui viviamo. Io penso che questo “fuori” ce lo portiamo dentro, non perché abbiamo l’Anima, ma perché ci portiamo dentro la Storia: che è la sequenza delle nostre anime, dei nostri ii, tutti scrupolosamente registrati. E tutti pronomi personali.

Ora vado a letto. Idee verdi incolori dormono furiosamente.

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Domani sarò a Genova, dove Paola Guazzo e Massimo Sannelli presenteranno il mio libro "Perché non possiamo non dirci" (vedi in questa pagina il riquadro in basso a destra). Venite venite venite.

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Il pezzo di Bartezzaghi:
http://www.repubblica.it/2003/g/rubriche/lessicoenuvole/27ge/27ge.html

e anche:
http://www.repubblica.it/2003/g/rubriche/lessicoenuvole/3febbra/3febbra.html

L’intervento di Covacich nel dibattito sull’”uscire fuori”:

http://www.nazioneindiana.com/archives/000992.html#more

Idee verdi incolori dormono furiosamente (casualmente, ancora Bartezzaghi):

http://www.zadig.it/news2001/sci/0402-1.htm
 
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