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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Giulio Iacoli su "Perché non possiamo non dirci" 8 febbraio 2005


Giovedì doppio appuntamento a Torino (vedi riquadro in basso a destra). Accorrete!

Dopo il ritorno a Roma ripartirò quasi subito per una settimana circa, ma cercherò di continuare a mettere in rete testi - parlerò di qualche lettura recente. Sarò di nuovo presente a tempo pieno dal 19-20 febbraio.

Per oggi, invece, riproduco la recensione del mio libro a opera di Giulio Iacoli (si pronuncia Iacòli), apparsa su "Studi culturali”, anno I n.2, dicembre 2004, pp. 428−429. Ringrazio Giulio e la rivista per aver gentilmente consentito la pubblicazione online. Nell'ultima parte Giulio mi muove dei rimproveri su cui, se li intendo bene, non sono d'accordo: a me piacciono da matti, le "fantasie eterosessuali sulle pratiche gay", i "nuclei fobici" (cos'altro è il canto di Brunetto?); e il "sadomaso come spazio liberatorio" mi sembra implicito nel discorso che faccio sull'importanza dell'assoggettamento (pp. 77-78). E' vero, però, che a mio parere - forse è questo il punto di disaccordo - in un'opera letteraria significativa anche l'omofobia è significativa, cioè non può essere solamente un automatismo ideologico repressivo. In un'opera simile l'omofobia rivelerà, per esempio, le complessità e le contraddizioni dello sguardo omofobo.

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Tommaso Giartosio, "Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo", Milano, Feltrinelli, 2004, 204 pp.

Il libro di Giartosio, pur ambendo implicitamente a colmare una lacuna editoriale del nostro paese, l'assenza di “’testi di collegamento’: libri che facciano dialogare il pensiero gay-lesbico recente con le correnti critiche già radicate in Italia” (p. 111), non si risolve in una misura critica lineare o meramente informativa; al contrario, disloca un pensiero (com)unitario dei gay intorno ai gay servendosi in prima istanza di un espediente letterario: il saggio si sviluppa come conversazione tra l'autore e un suo doppio, una coscienza eterosessuale eletta perché liberi lungo i1 discorso, sotto forma di interrogativi o di obiezioni, residui di un'energia omofoba inconfessatamente attiva nel senso comune e nelle professioni di tolleranza e di apertura verso il mondo omosessuale. Quanto la voce agit-prop si infervora nel ricordare all'interlocutore le battaglie vinte e quelle ancora da conquistare (tra queste ultime, il forte impatto simbolico rivestito dalla “priorità della lotta per una qualche forma di unione gay”, p. 93 e passim), tanto rifugge, con ammirevole equilibrio, da essenzialismi e da schemi volti a cristallizzare le identità entro un pensiero fisso - e in questo il discorso viene sorretto da ampie letture dalle teorie queer, con le quali purtroppo, visto il formato peculiare del saggio-confronto, il testo non ingaggia spazi autonomi di discussione, limitandosi a incorporarle per brevi accenni: una bibliografia conclusiva e un indice dei nomi avrebbero agevolato non poco gli eventuali approfondimenti delle lettrici e dei lettori italiani. Conseguentemente al dissodamento del terreno delle identità (“Metterle in discussione, naturalmente. Criticarle. Ma non liquidarle”, p. 73; e ancora, “capirle: ma senza travasarle in uno stampo monolitico”, p. 75) si impone un altro leitmotiv, quello relativo alla discontinuità dell'omosessuale: un carattere, questo, che rivela come quella del gay sia una condizione socialmente frammentaria e isolata, priva “di continuità biologica e ambientale. I gay saltano fuori in qualsiasi ceto, cultura, religione, nazione. Ci si scopre omosessuali quasi sempre da soli” (p. 50). Rispetto dunque ai poli di costruzione identitaria costituiti dai gruppi etnici e religiosi, convocati dalla trattazione in più punti (in particolare, l'interlocutore ravvisa i rischi del parallelismo istituito con la cultura ebraica, p. 174) risulta difficile pensare a una simile compattezza comunitaria: in questo senso il dialogo omosessualità-pratica del mondo deve aprirsi necessariamente su un terzo lato, a incorporare la letteratura che assume su di sé 1a funzione vicaria di edificazione di un immaginario condiviso. L'affinità morfologica tra omosessualità e letteratura, stante, per la prima, una continua ricerca di miti fondativi, di un asse genealogico presso cui riparare, appare convincente: entrambe “criticano e complicano le identità, puntano sulla persona - e, così facendo, paradossalmente producono comunità” (p. 76). Se la letteratura si fa prismatico riflesso della fluidità del mondo, va ampliata, al medesimo tempo, la concezione della letteratura gay in un senso che escluda una ricerca ghettizzante, per misurarsi con un canone aperto e sfrangiato, una “selezione di opere letterarie che pongono domande etiche sull'omosessualità; che le pongono, voglio dire, con più forza di altri libri” (p. 128), opere che possono essere il rispecchiamento di una condizione - scritte da autori omosessuali, su temi omosessuali - ma che soprattutto svelano le strutture etiche retrostanti agli intrecci, e le loro distorsioni nel tempo, che tematizzano l'omofobia mostrandola in azione o ancora, “la eseguono come una musica” (pp. 151-152). Si afferma così la tendenza a convalidare un'idea composita e incoraggiante dell'essere gay oggi, a una svolta decisiva rispetto al “finora” invalidante, basso continuo lungo la lettura (p. 53 e passim) - una condizione di “fecondità” (pp. 91-92), in opposizione all'intrinseco disordine postulato dal Catechismo CEI, che necessita ora di venire raccontata. Si lamenta infatti l'assenza di una compiuta autobiografia gay in Italia, come la “mancanza del gesto autobiografico, il peso della penna che si confronta con il problema della verità letterale” (p. 176) nella letteratura italiana tout court; un modello attivo da affiancare e forse premettere, nella ricerca dei padri, a Pasolini e alla sua idea conoscitiva e narcisistica dell'omosessualità, risulta allora, con un avvertibile scarto retorico, quello di “una posizione di scrittura che si fonda sulla presa in carico della propria vita” (p. 174), identificabile in Primo Levi. Sono toni a volte un po' troppo nitidi ed entusiasti, se confrontati con la cruda logica omofoba che il libro si impegna a demistificare: nessuna concessione alle fantasie eterosessuali sulle pratiche gay come zone d'ombra - a veri nuclei fobici, al sadomaso come spazio liberatorio di riconfigurazione dei rapporti di potere e oppressione presenti a livello di grandi strutture sociali (che Leo Bersani, in Homos, del 1995, indaga egregiamente, sulla scorta di alcune interviste e note di Foucault, definendolo “lastra a raggi X del corpo del potere”) - se si eccettua uno spunto notevole sulla censura dello spazio anale nel discorso (p. 114). Ma la partita, per Giartosio, si decide su un altro terreno, sulle linee del triangolo virtuoso che l'omosessualità traccia e interseca con le forme del racconto e del quotidiano, al suo farsi ponte, e non cella. E non è un apporto di secondaria importanza.
 
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