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In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
L'arte, la realtà, una ragazza che è una nazione, e un ragazzo con le mani rosse 20 febbraio 2005


Eccomi di ritorno.

Dunque, due parole per spiegare il senso (molto o poco) di quanto state per leggere. Non ho potuto seguire da vicino due dibattiti di queste ultime settimane. Uno è quello sulla letteratura di massa, che si è svolto un po' dappertutto - su "Nazione indiana", "Lipperatura", "I Miserabili", "Azione parallela" e altri blog, nonché sulla stampa, in radio ecc. L'altro è nato da un saggio di Tiziano Scarpa su "Fiona" di Mauro Covacich, e riguardava la rappresentazione letteraria della contemporaneità.

Non mi va di parlare di best-sellers o del romanzo di Covacich. Ma il nucleo centrale di entrambi i dibbbattiti era, mi sembra: il rapporto tra arte e realtà. E a questo proposito posso contribuire quanto segue.

La settimana di assenza ingiustificata l’ho trascorsa a Los Angeles. Il momento culturale più importante è stato una visita al Getty Center, complesso di musei che sorge in cima a una collina−parco.

Pianti l’auto in un parcheggio ai piedi del colle, monti su un piccolo tram a cuscino d’aria che sale tagliando il pendio boscoso (fa molto Jurassic Park), e arrivi in questa acropoli in buona parte rivestita da 16'000 tonnellate di luminoso travertino fatto venire da Bagni di Tivoli e montato sugli edifici in modo da lasciare una fessura tra le lastre, perché possano “tremare” in caso di terremoto. Ci sono musei ricchissimi, un centro studi, una biblioteca con mezzo milione di volumi, e un grande giardino dal disegno elaborato, il tutto iscritto in una raffinata armonia di circoli e quadrati.

Il progetto, di Richard Meier, è splendido ma ispirato a un umanesimo reazionario. Trasmette l’idea di un potere colto e illuminato che dall’alto del suo Eden attraversa la storia umana, da Atene a Roma a Parigi a Washington. Nessuna contaminazione, nessuna incertezza.

Era in corso una mostra temporanea di opere (soprattutto ritratti) di Jacques-Louis David. I ritratti sono belli ma tutti uguali. Certo, quelli di Napoleone hanno un impianto più complesso, e l’autoritratto in prigione svolge un discorso interessante sul ruolo dell’artista. Ma appunto, a David − come a Pietro da Cortona, un artista da lui amato − non interessava molto raccontare le persone nella loro individualità (che invece coglierà così bene Ingres), bensì semplicemente nel loro ruolo: di imperatore, artista, generale, filantropo, dama. Per esempio, anche una tela fondamentale come il “Giuramento degli Orazi” (che al Getty non c’era) svolge un discorso formale che è anche un discorso politico senza mai passare per l’istanza personale. Le espressioni degli Orazi e del padre sono pure funzioni retoriche, il pathos del gruppo femminile è interamente affidato alla litote.

Si capisce che David sia stato il più grande artista politico della sua epoca, o forse: che in un tempo e in un luogo di tali e tanti rivolgimenti politici, David sia stato l’artista più grande. Dopo la caduta dell’Impero andò in esilio a Bruxelles, e furono anni di prevedibile declino: gli mancavano i temi. Al Getty c’è un gruppo di disegni di questo periodo conclusivo, figure raggruppate senza una logica chiara che hanno posto seri problemi di interpretazione agli studiosi. A me sembra chiaro che si tratti di semplici studi di espressione elaborati nella malinconia dell’esilio: e sembrano fatti da un fumettista alle prime armi.

Però c’è un’occasione ben precisa in cui David esprime la sua capacità di penetrazione psicologica: i ritratti femminili. Quello della moglie, per esempio (da cui si separò e che poi risposò). O quello di Suzanne Le Peletier de Saint-Fargeau, figlia di un patriota assassinato da un fanatico realista. Ancora bambina, Suzanne venne adottata dal governo rivoluzionario e divenne nota come “Mademoiselle Nation”. A ventidue anni, quando David la ritrasse, era già divorziata con due figli. Nel dipinto c’è una riluttanza sorda, una resistenza implicita che sembra il prodotto della tensione tra la realtà di una ragazza e il simbolo di una nazione.

Forse è proprio questa tensione che l'arte deve prima di tutto rappresentare.

Tornando, in chiusura, a David: lo immagino come uno di quegli uomini che riescono ad aprirsi solo con le donne. Uno dei quadri più belli della mostra, dipinto a quasi settant’anni, rappresenta Cupido e Psiche. Lei è l’armoniosa, anonima ninfa dormiente che appare in tanti quadri di ogni epoca. Lui è un ragazzo di vita con i muscoli tigliosi, le mani rosse, e il sorriso sbruffone. Un critico dell’epoca lo paragona al “’crudelis amor’ di cui parlano gli antichi poeti”.

Psiche non ha psicologia, perché è l’Ideale: senza di lei il dipinto non avrebbe più senso. Ma questo senso, lei l’ha interamente consegnato al Reale, alla provocante impurità di Cupido.

Se avesse meditato su questo quadro, Richard Meier forse non avrebbe progettato la sua Xanadu. (Ma senza Xanadu forse non avrei visto questo quadro.)

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Il saggio di Scarpa su "Fiona" di Covacich:
http://www.nazioneindiana.com/archives/000954.html

Il sito del Getty Center:
http://www.getty.edu

La mostra di David:
http://www.getty.edu/art/exhibitions/david/index.html

Il ritratto di "Mademoiselle Nation":
http://www.getty.edu/art/exhibitions/david/extra_fargeau.html

Il "Cupido e Psiche" di David:
http://www.getty.edu/art/exhibitions/david/enlarge_cupid.html
 
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