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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Maestri 27 febbraio 2005


Nel “Riformista” del 26 febbraio, Massimo Adinolfi pubblica un articolo con il titolo (redazionale): “Derrida, Foucault, Lacan i cattivi maestri che hanno traviato la sinistra americana.” L’articolo riprende ed elabora un libro che io ho molto amato, “Una sinistra per il prossimo secolo” di Richard Rorty (Garzanti 1999), che − cito Massimo − è “costruito sulla contrapposizione fra la sinistra riformista, ‘deweyana, pragmatica, partecipatoria’, a dire di Rorty eclissatasi in America intorno al 1964, e la nuova sinistra culturale, che in quegli stessi anni cominciò a prendere piede fra gli studenti dei campus.” Quest’ultima avrebbe un grave limite: partire da troppo lontano e guardare troppo lontano, perdendo di vista (o sminuendo) il livello pratico e pragmatico.

Bene. Dicevo che io ho amato il libro di Rorty. Forse perché ho vissuto in un’università americana all’apice della voga poststrutturalista e del dibattito sulla political correctness. (Da noi al posto di quel dibattito ci sono stati solo atti di violenza inconsulta con l'espressione "p.c." usata come mazza. Il dibattito non c'è stato per il semplice motivo che non c'è stata la political correctness.) Però non credo che si possa semplicemente rispolverare il progetto politico di quarant’anni fa. Perché?

Rorty stesso riconosce (lo cito a memoria) l’importanza di questa nuova sinistra culturale nel respingere il “normale sadismo” degli anni pre−Settanta contro donne, neri, gay, ebrei, orientali, disabili, eccetera. Che però non è stato sconfitto del tutto − no, proprio no: neanche oggi. Ecco allora l’attualità dei “cattivi maestri”. Pensatori come Derrida e Foucault hanno elaborato teorie che indubbiamente tendevano a dirigersi verso le estreme lontananze. Ma perchè l’hanno fatto? Forse anche per lo shock provato (da un ebreo e da un gay, tra l’altro) nell’accorgersi che il pragmatismo di sinistra preferiva non interrogarsi su cose come il senso autentico della giustizia, della libertà, della democrazia, e così facendo lasciava che se ne riproducesse automaticamente il senso più impagliato, vieto, e di fatto sadico.

La verità è che queste idee sono molto più complesse di quanto ci illudiamo che siano, soprattutto se (giustamente) si vuole usarle come valori. E se ancora oggi molti insistono a ragionare sui massimi sistemi e sulle estreme lontananze (o sulle apparenti ovvietà viste come estreme lontananze), se Foucault è giunto a riflettere sul desiderio e Derrida sull'amicizia e sul perdono, è perché i buoni vecchi valori della sinistra si sono rivelati molto più equivoci di quanto credessimo. Con la globalizzazione e i processi migratori, per esempio, sempre più la forma di democrazia liberale in cui viviamo − e che un tempo a tutti i non−comunisti sembrava l’unico sistema praticabile − appare qualitativamente inadeguata, senza che per questo esista un largo consenso su modelli democratici alternativi (la scelta politica tra identitarismo e universalismo, per esempio, sembra stallata). Quanto alla nostra idea di giustizia, trema sotto i colpi di transizioni verso la democrazia che pongono enormi problemi etico−politici. L’idea di libertà, infine, incappa in tutti i dilemmi della bioetica. Non facciamo che accorgerci che far professione di progressismo significa nulla più che trovarsi alla casella uno.

Va benissimo così, ovviamente. Essere di sinistra (che a me, se posso dirlo, ha letteralmente salvato la vita) ha cessato una volta per tutte di essere facile: splendido. La riflessione non manca di carne al fuoco. Ma allora ben vengano i maestri. Cerchiamo di esserci maestri a vicenda. Abbiamo un vitale, vitale bisogno di un universo teorico credibile, duttile, coeso, soprattutto fornito di metafore adeguate. (Tanto più ora che è urgente distinguere un progetto politico di sinistra da una prospettiva religiosa forte, per molti versi prestigiosa, in sé del tutto legittima, ma a cui non vorrei assolutamente svendere l’arena politica.) Per realizzare quel modello, poi, il pragmatismo sarà un metodo più che necessario; ma non può essere un obiettivo.

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L'articolo di Adinolfi:

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=6TV93

La prefazione di Gianni Vattimo a "Una sinistra per il prossimo secolo" di Richard Rorty (oddio, mi accorgo che su parecchie cose la penso come Vattimo!):

http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&NEWSID=16
 
I vostri commenti
Il commento di marco rovelli 28 febbraio 2005


Sono felice, c'è qualcun altro secondo il quale pensare alle lontananze è necessario. E che dice che pensarle è necessario perchè quelle lontananze ci sono prossime - anzi, sono la nostra stessa carne.


 
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