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9 dicembre 2021
In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
L'assassinio di Nicola Calipari: un “avvertimento”? 9 marzo 2005



Nel dicembre del 1989 Bush padre ordinò l'invasione di Panama, con il pretesto di catturare Manuel Noriega, ex collaboratore della Cia ai tempi in cui Bush ne era direttore, e successivamente sfuggito al controllo di Washington vagheggiando perniciose tendenze “nazionaliste”. Alla base della decisione c'erano in realtà due motivi inconfessabili: primo, Noriega aveva finto di collaborare con gli Stati Uniti a un piano per assassinare buona parte della dirigenza sandinista nicaraguense, ma al momento cruciale non solo non aveva accolto i commandos di mercenari Contras, ma aveva addirittura avvisato i sandinisti. Secondo, pretendeva il rispetto degli accordi sul Canale che prevedevano la sovranità panamense, firmati da Carter nel 1977 con l'allora presidente Omar Torrijos, poi eliminato con il metodo dell'“incidente aereo”: il velivolo presidenziale era esploso in volo nel 1981, togliendo di scena Torrijos che negli ultimi anni si era rivelato uno statista determinato a ottenere l'indipendenza reale di Panama e il ritiro del numeroso contingente militare statunitense a guardia del Canale.
In quei giorni precedenti il Natale del 1989, le truppe statunitensi uccisero migliaia di civili, mentre il Pentagono approfittava dell'occasione per sperimentare i nuovi Stealth, i cosiddetti “bombardieri invisibili”. In una sola notte trasformarono in luce e calore l'intero quartiere popolare di El Chorrillo, fulcro della resistenza panamense. Il numero dei morti non fu mai accertato, perché le truppe d'occupazione lavorarono alacremente nei giorni successivi per portare via decine di autocarri carichi di cadaveri sepolti in fosse comuni non rintracciate.
Il 21 dicembre la giornalista spagnola inviata da El País, Maruja Torres, girava per le strade di Città di Panama con il fotografo Juantxu Rodríguez, che aveva appena scattato varie foto all'obitorio dell'ospedale di Santo Tomás: cumuli di cadaveri di civili, a testimonianza dell'orrore che si stava commettendo in quei giorni. Quelle di Juantxu Rodríguez sarebbero state le uniche immagini del massacro. Forse qualcuno lo aveva notato e segnalato... Ma non si può definire un “agguato” ciò che accadde mentre Maruja e Juantxu cercavano di rientrare all'Hotel Marriott.
L'albergo era stato occupato dai marines. Juantxu si stava dirigendo verso l'entrata quando spuntarono alcuni carri armati all'angolo di Vía Israel ed aprirono immediatamente il fuoco con le mitragliatrici, seguiti da truppe appiedate. Juantxu, d'istinto, scattò qualche foto. Maruja Torres si gettò sotto l'auto, sulla quale spiccavano le scritte con il nastro adesivo “Press”, “Prensa” e “TV”. I soldati la presero di mira e crivellarono l'auto. "Per un paio di minuti interminabili sentimmo cadere intorno a noi un diluvio di pallottole”, ha scritto qualche anno più tardi Maruja Torres nel suo libro “Amor América” (edito in Italia da Feltrinelli). "Pregavo Ismael, un amico giornalista morto, e gli chiesi che le pallottole non colpissero il serbatoio o la mia pancia. Dritto in testa, dritto in testa, pregavo".
Ci fu una pausa, un silenzio di morte calato all'improvviso. Juantxu Rodríguez era sul selciato. Una pallottola lo aveva centrato all'occhio. Quell'occhio che stava testimoniando il massacro non avrebbe più intralciato il lavoro degli invasori...
“It was a tragic mistake”, avrebbe dichiarato l'indomani il comando statunitense alle agenzie di stampa, dopo aver tentato di contrabbandare la versione di cecchini panamensi, immediatamente smentita da altri giornalisti presenti all'interno del Marriott. Ma come credere al “tragico errore” sapendo cosa accadde nelle ore successive?
Maruja fuggì inseguita dalle raffiche dei soldati, si rifugiò in un condominio, venne accolta da una signora il cui appartamento aveva grandi vetrate, e al di là, comparve un elicottero Cobra che puntò la mitragliera verso l'interno alla ricerca dell'obiettivo.
"Ci sdraiammo sul pavimento, cercando una qualche protezione possibile, mentre l'elicottero era così vicino che potevo vedere il colore degli occhi del pilota - azzurri, erano azzurri - e non smetteva di volare in circolo intorno a noi."
Maruja si salvò rocambolescamente e riuscì qualche giorno dopo a recuperare il corpo di Juantxu, consegnato assieme a un certificato su cui c'era scritto: “Morte per arresto cardiaco - Foro di pallottola”.
Maruja Torres conclude: "L'unico errore era stato colpirsi tra loro: sono sempre stata convinta che a noi giornalisti hanno sparato addosso deliberatamente, per eliminare i testimoni dell'accaduto."

Non sapremo mai se sia stato un agguato, l'attacco all'auto di Giuliana Sgrena. O, per dirla con Pasolini, “non abbiamo le prove” né mai le avremo. Sicuramente i militari statunitensi ce l'hanno “a morte” con i servizi italiani. Proviamo a metterci nei loro panni (nella mimetica, in questo caso): abbiamo avuto oltre millecinquecento caduti, un numero enorme di mutilati e invalidi, ogni giorno ci sparano addosso o ci piazzano cariche esplosive dove passiamo, e cosa fanno i servizi italiani? Trattano con il nemico, e gli consegnano valigette con milioni dollari, che useranno per procurarsi altre armi, altre munizioni, altro esplosivo...
Occorreva “dare una lezione” ai servizi italiani, e in primo luogo all'uomo che più di ogni altro si è prodigato nelle trattative, Nicola Calipari.
Sappiamo che la Cia sapeva. Non c'è bisogno di orchestrare un agguato, nella Baghdad odierna, dove si spara più facilmente di quanto si respiri. Sappiamo che l'auto è stata crivellata di fianco, non di fronte, dunque, quando era praticamente ferma davanti a loro. Un “raccontatore di storie” che abbia un po' di dimestichezza con certe situazioni, fa presto a immaginare come potrebbe essere andata...
Pattuglia di soldati inesperti, impauriti, nervosissimi. Ordine di controllare l'accesso all'aeroporto, a settecento metri, lungo la strada dalla città. Notte, buio, rumori inquietanti, raffiche in lontananza, sporadiche esplosioni. Tensione in aumento. Fari in avvicinamento. Comunicazione via radio da parte di chi ha deciso che non devono più “passarla liscia”: "Attenzione, attenzione, auto sospetta in avvicinamento, attenz..." Rumori di fondo, disturbi, comunicazione interrotta. E intanto l'auto è lì davanti. Confusione, urla, faro che si accende, partono le prime raffiche, adesso sparano tutti senza sapere perché e a cosa, urla dall'auto: “Italians! We are italians! Don't shoot! Italians!" Cessate il fuoco! Cessate il fuoco! Sconcerto. Sgomento. "Oh my god... Shit... I'm sorry... I'm sorry... It was a tragic mistake".
Obbiettivo raggiunto: niente più giornalisti not embedded, Nicola Calipari non condurrà più trattative e non libererà altri ostaggi “piantagrane”.
Nessuno ha ordinato di ucciderli. In tal caso, nessuno ne sarebbe uscito vivo. Occorreva soltanto “dare una lezione”.
Ogni giorno vediamo tornare i nostri ragazzi nei sacchi di plastica, e questi mangiaspaghetti danno milioni di dollari ai terroristi...
Comprensibile, se fossi stato al posto loro...
Ma... come diceva Fabrizio De André, “al vostro posto non ci so stare”.


 
I vostri commenti
Il commento di michela 29 ottobre 2005


mi dispiace abusare di questo spazio per una questione personale, ma non so proprio come rintracciarla. Amo il Messico, ho avuto la fortuna di visitarlo e "viverlo" poco meno di un anno fa. Per questo motivo ho scelto di laurearmi con una tesi su Deigo Rivera. Pero' il materiale che ho trovato non mi basta... vogio saperne di piu'. Per questo mi sono rivolta a lei. Spero di poter avere dei buoni consigli. Grazie di tutto. Michela


 
Il commento di Claudio 17 giugno 2005


leggo soltanto oggi questo blog. Stranamente anche a me era venuta in mente la storia che avevo letto nel libro di Maruja Torres. Intanto Calipari é morto, Giuliana non é tornata in Iraq e l'informazione é sempre più congelata nei frigoriferi della mente a forma di monitor.


 
Il commento di rosarina 19 marzo 2005


Stessi metodi, stesse "giustificazioni". Con in più un tam tam mediatico che sa di propaganda da ventennio.Sono d'accordo con te su come possano essere andate le cose,non "abbiamo le prove, ma so chi è stato a.."fare andare le cose così. Lo sappiamo in cuor nostro e più ancora nella nostra intelligenza cui ogni tanto dobbiamo rendere giustizia nonstante le offensive bugie che ci spacciano i media di regime.Solo vorrei aggiungere la pericolosità che avverto nel coniare frasi che distorcono la realtà, come "il fuoco amico" o "le regole di ingaggio".La guerra è morte,chi spara uccide,le bombe non sono intelligenti e non si è mai vista una "guerra umanitaria",concetti che mi sembravano semplici e scontati e che ora bisogna difendere.ciao


 
Il commento di Roberto Boi 12 marzo 2005


Chedire, same old story, that's a fact. One step up, and two steps back. parole di Bruce, che con Browne, Enimen, etc ha provato nel suo piccolo a dire no a Bush, in un america dove nessuno ascolta chi dice no a Bush. A me viene solo voglia di andar via, di fuggire. Perchè hanno ucciso tutti i miei sogni di cambiare le cose dal di dentro, nel nostro piccolo. E, anche per colpa tua, caro Pino, come ti ho detto un giorno a Nuoro mentre presentavi un libro, ho voglia di fuggire, di mollare tutto, di non regalare più un solo spicciolo del mio impegno verso una Italia e un occidente di gente del genere. Si, voglio fuggire, e sò che voglio andare, o tornar in Sud America. E ne ho anche il coraggio. Solo, non sò bene se sia la scelta giusta.


 
Il commento di Andrea 11 marzo 2005


bentornato, mi chiedevo che fine avessi fatto! complimenti sinceri per la tua conoscenza appassionata e precisa della storia recente dell'america latina. stai scrivendo un altro libro? questo non c'entra col blog, ma ho appena finito di rileggere Puerto escondido, e mi è sembrato ancora più bello di quando l'avevo letto l'ultima volta...un saluto


 
Il commento di Gianni Mex 9 marzo 2005


Bentornato,arriero Pino.. Sono tra l'incazzato e il rassegnato. Questa storia sembra di averla sentita altre centinaia di volte (come ad es.il caso Torres che hai riportato). Ce lo vendono come un incidente talmente "perfetto" da scoraggiarci gia' prima delle indagini.. Finira' come il "Cermis"? Quando cambieranno le cose, caro Pino? Saranno sempre "loro" i vincitori, che oltre a vincere sputerebbero anche sui cadaveri? Un abbraccio.


 
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