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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Karol Wojtyla, In Memoriam 2 aprile 2005


E' difficile per gli italiani mettere in prospettiva la morte del papa - capire che per buona parte del resto del mondo conta meno che per noi, e soprattutto conta in modo diverso. Nell'editoriale del "New York Times" trovo interessanti tre osservazioni, da cui ricavo conclusioni mie.

1. In questi giorni i media italiani trasmettono un'immagine estremamente compatta dei fedeli cattolici, come se tutta la Chiesa piangesse senza riserve il suo pastore. Il NYT ricorda invece come per i cattolici il Papa fosse una figura "complicated" (tradurrei: difficile da gestire) per il suo sforzo di mantenere rigorosamente immobile la linea ortodossa sulle questioni di etica sessuale e di bioetica. Ma (aggiungerei) anche, e forse soprattutto, su altre questioni.

Proprio da gay non cattolico posso dire che molti cattolici, magari anche vicini al Papa per quanto riguarda le sue posizioni sull'omosessualità, hanno fieramente avversato le scelte del suo pontificato soprattutto in relazione al rapporto con gli "ultimi". E non c'è bisogno di andare fino in Sudamerica a vedere l'offensiva vaticana contro la teologia della liberazione per rendersene conto. Anche in Italia molti preti di sinistra (uso un'etichetta, ma credo che verrò capito) hanno morso il freno o sono stati spinti da parte. Questo correntone anti-Wojtyla è molto più consistente di quanto possa sembrare ai non credenti. E' mal rappresentato, ormai, nel collegio cardinalizio, ma i cardinali stessi sanno che nel clero c'è, conta molto e va tenuto presente.

2. C'è il problema della posizione che deve assumere un gay di fronte a questa morte, o comunque a una valutazione complessiva della vita di Giovanni Paolo II. Il rischio è di rimanere ancorati a un'ingiustizia oggettiva (l'omofobia papale) e certamente non piccola, ma parziale rispetto ai grandi temi intercettati da questo pontificato. O comunque di trovarsi imprigionati in un paradosso non riducibile e limitarsi a descrivere "un uomo che ha grandi meriti e grandi colpe" (non solo verso i gay, come ho detto), e punto. Questo sarebbe semplicistico.

Un modo per evitare questo stallo sarebbe partire dalla Chiesa. Il NYT giustamente osserva che "nonostante la sua opera di evangelizzazione planetaria, Giovanni Paolo II si è lasciato dietro una chiesa in cui il numero di preti e suore diminuisce e la percentuale dei fedeli rispetto alla popolazione mondiale continua a calare; l'Islam, e non più il cattolicesimo, è la religione più popolare del mondo." Non posso verificare questi dati (che se ben ricordo erano messi in discussione da Messori nel suo articolo in risposta a Kung sul "Corriere della sera" - ne ho già parlato). Ma non mi stupirei (conoscendo il NYT, e Messori) se fossero affidabili. In tal caso è chiaro che nella chiesa cattolica c'è qualcosa che non va, un male che questo papa non ha saputo o voluto curare. Di che male si tratta? Forse proprio del riconoscimento della persona così come esso avviene nella democrazia, nella giustizia economica, e nelle diverse forme di amore. E' ironico che il papa che ha più combattuto il comunismo sovietico, e che fortunatamente ha contribuito a farlo cadere, sia poi rimasto intrappolato in un'altra ideologia del potere, un'altra distorsione ottica che impedisce la rappresentazione accurata degli esseri umani, della loro realtà. Ma credo che sia accaduto proprio questo.

3. L'agonia del papa è stata offerta alle masse in una sequenza di comodi fioretti (l'ultimo: l'addio ai giovani, frase del tutto ricostruttiva e che non contiene la parola "giovani" - se frase vi fu, ne ignoriamo il destinatario). Il NYT osserva che Giovanni Paolo II "ha usato gli strumenti della modernità per lottare contro il mondo moderno". Potremmo dire: ha fatto della sua immagine un bene di consumo, da usare contro il consumismo. Con la sua morte questa strategia è giunta al culmine. Wojtyla ha dato un nuovo significato alle parole "Consummatum est".

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L'editoriale del "New York Times":

http://www.nytimes.com/2005/04/02/opinion/02cnd-editorial.html
 
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