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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Credere a / credere in 5 aprile 2005


C'è stato un po' di dibattito attorno alla questione: i filosofi credono alle loro teorie? Ne hanno parlato Azione parallela, Filter e altri.

Forse può essere utile pensare alla grammatica della domanda. Io distinguerei tra il "credere a ciò che si dice" e il "credere in ciò che si dice". E' una distinzione simile a quella tra "belief" e "trust", tra credenza e credito. (Il "trust" che compare, non a caso, sui dollari: e so di crearmi dei problemi, dicendolo...).

La prima opzione corrisponde al ritenere le proprie idee indiscutibili, nel senso di mai-più-discutibili: ultimative. Mi sembra fuori luogo in un contesto filosofico (ma anche in un contesto scientifico).

La seconda opzione mi sembra più importante. La raccomanderei a filosofi, scienziati, poeti e perfino agli esseri umani.

Ma bisogna sempre tenere presente il carattere linguistico della questione. Prendiamo il "credere di aver parlato con il massimo di verità che il proprio linguaggio permette": entro quale delle due opzioni rientra?

Avendo parlato con il massimo di ampiezza che mamma RAI mi permette, torno a radiofonare. A presto.

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I blog che discutono la questione:

http://www.azioneparallela.splinder.com/

http://fantasticiquattro.blogspot.com/2005/03/i-filosofi-credono-alle-lo_111233260531301489.html
 
I vostri commenti
Il commento di Filter 5 aprile 2005


Tutto giusto (e, OK, qui posso dirlo, quel "credere alle proprie teorie" non era il massimo della precisione). Poi c'è anche il credere a volte sì e a volte no, l'essere sicuri adesso e il brancolare un minuto dopo, che mi pare un fenomeno esistenziale interessante.


 
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