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In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Carola Susani su "Perché non possiamo non dirci" 13 aprile 2005


Questo saggio è uscito su "Nuovi Argomenti" n. 29 (gennaio-marzo 2005). E' uno dei testi più ampi e importanti dedicati al mio libro. Ringrazio Carola e la rivista per avermi permesso di riprodurlo.

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Carola Susani

Gay, intellettuali e autobiografia



Mi ricordo che per tutta una stagione quando gli domandavamo: a cosa stai lavorando? Tommaso rispondeva: scrivo un saggio su gay e letteratura. Eravamo interdetti, persino delusi, perché ci sembrava che ci fossero moltissimi argomenti più interessanti. Ci venivano in mente: essere fratelli, madri padri e figli, D'Annunzio (perché Tommaso ci aveva pensato su per un po' di tempo e i rari accenni sembravano picchi di un bell'iceberg), prendersi a botte, ma anche essere presi a botte, il romanzo storico, l'amore coniugale e potrei andare avanti. E poi anche la parola gay, ammettiamolo, insieme a letteratura ci pareva irritante. La parola gay, pensavamo, rappresenta con una certa precisione un gruppo sociologico: maschi giovani o giovanili, dalle spalle dritte, autoconsapevoli, visibili almeno per una parte consistente della propria esistenza, in rapporto perlomeno dialettico con il movimento. La parola gay, che Tommaso non usa nel titolo del libro, ma usa molto al suo interno, ci sembrava tenesse fuori, per età, condizioni, disagio con la visibilità, moltissime figure care al nostro immaginario prese in parte dalla letteratura in parte anche dall'esperienza. Non pensavamo che Tom volesse escludere questa gente, ma chiamarla gay ci sembrava una forzatura, come volerla costringere dentro un necessario percorso di progresso. E la letteratura, tranne che negli ultimi anni, era abitata molto di più da queste creature che non da gay. Almeno così pensavamo.

Ci era bastato cominciare il libro e avevamo capito subito che noi amici scrittori, intellettuali, uomini e donne di lettere, dai trenta ai cinquant'anni, perlopiù eterosessuali ma non solo (io per esempio per anni mi sono pensata anche lesbica e ho militato nel movimento gay), persone sensibili alle ingiustizie e istintivamente sospettose dell'autorità, persino omofile ma inevitabilmente almeno un poco omofobe, eravamo tra i primi a cui Tommaso voleva parlare. Era abbastanza evidente. Tommaso costruisce questo libro come un dialogo tra una persona pacata a cui la questione (omosessualità letteratura mondo) brucia nella carne, e che perciò si consente, a volte, ira e sarcasmo e un'altra persona piuttosto attenta, ma a cui la questione preme meno, un po' ignorante sui temi, un po' omofoba. Questo secondo interlocutore, che Tommaso dichiara parte di sé, è al tempo stesso il nostro ritratto. Ora se ci aveva messo dentro il libro, solidarizzando con noi, assimilandoci a una parte di sé, senza dubbio ci voleva dire qualcosa. Ci saremmo nascosti volentieri: tutta questa voglia di parlar con noi di fatti suoi ci metteva in imbarazzo. Dei fatti suoi? Se si fosse trattato di fatti solo suoi, non ci avrebbe tanto imbarazzato. Le nostre idee riguardo ad omosessualità gay e lesbiche erano varie e affastellate - io, per esempio, da qualche parte conservavo la concezione di omosessualità come scelta che contesta il mondo, sistema per inceppare la cultura, idea come dirò piuttosto omofoba - ma di sicuro non ci veniva istintivo contrapporci gli uni agli altri come eterosessuali ad omosessuali, eravamo disgustati da ogni discriminazione, in buona parte presenti al Pride del 2000 (e solo a quello), sostanzialmente favorevoli al matrimonio gay, e sostanzialmente pronti a scatenarci con godimento infantile nei peggiori luoghi comuni su gay e lesbiche solo che la circostanza ci garantisse immunità. Dunque era tutto lì? Ci dava imbarazzo perché eravamo omofobi? Lo eravamo di sicuro, e sicuramente più di Tommaso perché lui di certo si era messo davanti agli occhi i propri pregiudizi e li aveva girati da tutti i lati, smontati e rimontati, mentre noi non ne avevamo avuto necessità. E tuttavia dire che eravamo omofobi è insufficiente. Perché, insomma, ci facevamo a mente l'elenco di tutti i nostri amici gay e lesbiche, ci facevamo la lista degli scrittori e delle scrittrici omosessuali che amavamo e ci sentivamo candidi come gigli in candeggina. Ma qualcosa c'era, che non andava.

Tommaso è stato cinque anni in America, a Berkeley, e si sente nel suo modo di guardare il mondo. La sua formazione non si esaurisce in quello, certo, ma quello si sente. Considera cosa ovvia e assodata i gay studies, trova normale, anzi doveroso, che l'accademia, o parte di essa, si applichi a studiare la letteratura, la storia, dalla prospettiva di ognuna delle minoranze che sono state discriminate. Dà per acquisita la percezione di una società in cui gruppi differenti, più o meno maggioritari o minoritari, ma sempre parziali, ognuno con il suo portato culturale, entrano in relazione, si parlano, si fanno visita, magari anche si combattono, ma bene o male contrattano uno spazio comune. Per far questo la precondizione è l'adesione a una appartenenza identitaria. "Perché non possiamo non dirci" è un libro che si fa carico di una prospettiva identitaria, discussa, anche ripensata, ma considerata ineludibile. Tommaso scrive a partire dalla propria appartenenza ad un'identità gay, che affonda le sue radici nell'intimo e che getta i suoi rami nella società e che costruisce comunità, dice che non può fare altro che così. E che è giusto farlo. Con questo non dice che la sua identità è migliore delle altre, che il pensiero sul mondo che scaturisce da quell'identità è giocoforza il più giusto, ma semplicemente che esiste un gruppo di persone gay, che condivide una identità gay, e che di loro bisogna tener conto, e se non se ne tiene conto si nega la realtà. Noi intellettuali o scrittori italiani a questo modo di pensare non siamo per niente abituati.

Mi prenderete in giro. Direte che sono anni che prospettive identitarie sono correnti in Italia come ovunque. Non nego che la questione identitaria sia stata al centro dei dibattiti al punto da farcela avvertire anche usurata, ma il tema identitario ha inciso sull’autopercezione di comunità forse solo nel caso della riflessione ebraica antiassimilazionista degli ultimi decenni. Anche se l'ultima elaborazione di un tema identitario ebraico è molto più recente, conseguente alla rilettura dei rapporti tra ebraismo e una sinistra radicale avvertita portatrice di un nuovo antisemitismo. Su altri versanti però non è così. La stessa comunità islamica, che è ormai piuttosto definita e consistente, è in Italia abbastanza silenziosa, almeno al suo esterno, quanto ad autocoscienza identitaria. Come poco più che mute sono le minoranze cristiane. La percezione della società non è affatto quella di un tappeto mobile multicolore, in cui ciascuna identità contratta con tutte le altre lo spazio e il riconoscimento. Ci sono le identità: sono gli altri, le minoranze. Nella percezione collettiva è una continua proiezione di "noi", comunità informe e irrappresentabile, contro "loro", identità precise e generalmente in difficoltà. Le prospettive identitarie inquietano per questo, che solo all'apparenza ti parlano di una identità, metti quella gay o lesbica, in realtà puntano a negare l'esistenza di una comunità informe, a spingerla a rivelarsi un'articolata scacchiera.

La prospettiva di Tommaso lega sì l'identità alla coscienza della discriminazione, connette la letteratura alla politica, accetta la parzialità della propria posizione identitaria e reclama per essa pieno riconoscimento. Solo che non si contenta di rivendicare la propria appartenenza a una identità discriminata, no, ti chiede di farla anche tu la domanda sull'identità, di dichiarare chi sei, di fare il tuo coming out. Nel libro, Tommaso cita un amico eterosessuale, che si ribella con veemenza all'idea di pensarsi "eterosessuale", lo fa semplicemente perché essere costretto dentro una identità parziale gli pare intollerabile. Noi intellettuali e gente di lettere italiani non siamo abituati a pensare così la politica. Siamo abituati a prospettive ideologiche che non ci richiedono di mettere la nostra parzialità in campo, siamo abituati a ideologie universalistiche che anzi, una volta assunte, ci riscattano da noi stessi. Dal cattolicesimo al comunismo, allo stesso pensiero ambientalista, poco importa che cosa siamo, da dove veniamo, quel che conta è come decidiamo di leggere il mondo. E il nostro pensiero non è affatto parziale, investe tutto con le sue ragioni, spiega ogni cosa. Persino il femminismo della differenza, che nasce all'apparenza come pensiero parziale e posizionato, diventa una filosofia universalistica, una visione del mondo che investe di sé ogni risvolto, che rilegge l'intera realtà e va accolta da uomini e donne. Naturalmente è pensabile un filosofia universalistica gay, qualcosa di simile è stato "Elementi di critica omosessuale" di Mario Mieli, ma non è quello che Tommaso ha fatto o voluto fare.

Tommaso parte da un assunto: ci sono delle persone alle quali capita di essere omosessuali come ad altre capita di essere eterosessuali. Le ragioni, per gli uni e per gli altri, sono un insieme di storia del corpo e di storia delle relazioni tra il corpo e il mondo. E' come uno è venuto su, com'è fatto. Questo assunto così semplice spazza via alcuni pregiudizi. Dicevo che io per esempio, da qualche parte in me, avevo sempre pensato che la scelta gay fosse una contestazione della violenza nei rapporti tra i sessi, una radicale messa in discussione del mondo com'è, e perciò ne avevo una istintiva simpatia. Mi sbagliavo. Non c'è nessuna scelta rivoluzionaria nell'essere gay o lesbica. E' semmai vero il contrario, se vieni su in un mondo che ti discrimina, ti fa rabbia e ti ribelli. Tutto lì. Oltre ad essere sbagliato, il mio pensiero era omofobo: io non credevo all'esistenza degli omosessuali, pensavo in fondo che si diventasse gay per reazione, per scelta appunto e che se il mondo fosse stato diverso, migliore, non ce ne sarebbe più stato bisogno. Questo non me lo dicevo con chiarezza, però era implicito nelle ragioni della mia simpatia per gay e lesbiche. Non dev'essere piacevole suscitare simili simpatie. Questa, credo, è la ragione per cui Tommaso si arrabbia tanto quando persone di sinistra eterosessuali contestano la battaglia per il matrimonio gay, e vogliono tutelare il binomio gay/trasgressione, lui ci legge in filigrana questa assoluta mancanza di riconoscimento. Vai bene, hai una ragion d'essere se metti le cose in discussione, cioè se servi a me, non hai diritti perché semplicemente ci sei. Devi rimanere una creatura di margine, un portatore di scandalo. Un mezzo fantasma. Allora sì, ti amo. Ma perché?

Tommaso ha tutta un'altra prospettiva. A una persona capita di essere gay. A un numero indefinito ma immenso di esseri umani è capitato e capita di essere sessualmente ed emotivamente orientato verso il proprio genere, questo è un fatto. Non c'è in questo né un valore né un disvalore. Bisogna rispettare la legittima aspettativa di questa persona a che i suoi desideri possano esprimersi nella società in cui vive. Né più né meno come quelli di chiunque altro. Si tratta di niente più che di rimozione degli ostacoli. Naturalmente rimuovere gli ostacoli costruisce diritti. E naturalmente i diritti di questa persona, come quelli di chiunque altro, vanno contemperati ai diritti degli altri, e non c'è ragione perchè non sia così. Ma perché una persona deve partire con aspettative risicate o gli deve toccare per forza di cambiare il mondo? Quello che chiede Tommaso è semplicemente che il mondo, in particolare la società e la politica italiana, si rendano conto dell'esistenza di gay e lesbiche e gli facciano il doveroso spazio. Cambierà in meglio l'esistenza di un gran numero di persone e, in un suo modo imprevisto, cambierà anche la società. Sembrerebbe una prospettiva riformista, che addirittura tiene un basso profilo. Però a questo punto, Tommaso aggiunge un elemento: tutte queste persone per come sono fatte, per la loro specificità gay e lesbica, hanno un contributo da portare, è assai probabile che la loro esperienza arricchisca la società. Bisogna provare a capire come. E qui entra in gioco la letteratura. A partire dall'assunto semplice, essere gay è una cosa che ti capita e costituisce un fatto identitario (cioè intimo e collettivo insieme), Tom costruisce una sua particolare teoria della letteratura e un particolare modello di intellettuale. Tommaso dice: l'identità gay, assolutamente intima e inevitabilmente collettiva, si articola attraverso un insieme di storie individuali, l'una diversa dall'altra; la letteratura è "scienza dell'individuale", quindi è attraverso la letteratura che va indagata la vita di ciascuno, e in particolare attraverso quel modo speciale di fare letteratura che è l'autobiografia. Che la letteratura sia "scienza dell'individuale" e non, per esempio, disciplina dell'esemplare, di un punto archimedico tra "di tutti" e "solo di uno", è già una affermazione rilevante, taglia le curve, presume che le persone si interessino l'una all'altra semplicemente perché condividono l'umanità. Non c’è in Tommaso alcuna ambizione a limitare la libertà d’invenzione degli scrittori, ci mancherebbe altro, però in effetti, solo l'autobiografia porta a pieno compimento quest'idea di letteratura come "scienza dell'individuale" e coniuga esposizione in pubblico, presa di parola in prima persona, assunzione di responsabilità di fronte ai fatti. Nasce nell'intimo, si rivolge al collettivo e dell'intimo e del collettivo si fa carico. Tommaso a questo punto si domanda perché in Italia l'autobiografia sia così rara. E qui comincia ad essermi sempre più evidente che non parla più solo di gay e lesbiche, ma che a partire da gay e lesbiche sta costruendo un modello, certamente non totalitario, ma un modello di letteratura e di scrittore da proporre a tutti. E' dunque questo, insegnare a fare coming out, a parlare di se stessi con onestà in pubblico, uno dei contributi che possono offrire i gay e le lesbiche?

Personalmente ho una difficoltà notevole con la scrittura autobiografica: ho delle idee mitiche abbastanza consistenti circa le mie origini sociali e culturali, vado ambiguamente orgogliosa della mia storia famigliare, ho una forte passione per il fatto di essere donna e di avere perciò specifiche esperienze corporee e psicologiche, ho avuto nella mia vita relazioni sessuali e sentimentali con uomini e donne, sono sposata con un uomo e ho una figlia: tutto questo partecipa della mia identità, senza dubbio, ma non vedo alcuna necessità di metterlo direttamente nero su bianco in forma autobiografica. Non me ne voglio assumere la responsabilità in pubblico, voglio anzi mantenermi lo spazio per reinventare il mio mito individuale, dunque anche per mentire. Credo di aver cominciato a scrivere anche per questo, per gettare fumo negli occhi. Mi direte: che cosa c'entra, tu non fai coming out, non ti poni il problema dell'appartenenza identitaria né della ricostruzione della tua storia semplicemente perché non ne hai necessità. Non fai parte di una minoranza in difficoltà, fai parte della comunità irrappresentabile. Che sarebbe a dire: tu non te lo poni, perché sei più forte. Ecco, "Perché non possiamo non dirci" mi ha fatto nascere il sospetto che non sia vero. Basterebbe giù il fatto che sono donna, e piuttosto consapevole del fatto e della sua problematicità, e che tuttavia non sono mai riuscita a prendere posizione da femminista. E poi Tommaso chiede a se stesso e a noi anche di fare il nostro coming out di italiani. L'idea è abbastanza inquietante, eppure essere italiani non è appartenere a una minoranza in difficoltà. Semmai è proprio appartenere alla comunità irrappresentabile. E' l'idea di vederla rappresentata che ci turba. Facciamo davvero fatica a farcene carico, tendiamo a chiamarci fuori, e se ce ne facciamo carico diventiamo parodistici o fascisti. Perlopiù ne abbiamo vergogna. Forse è perché pensiamo che essere italiani sia una fragilità, un'onta? Tommaso dialoga con Cordelli e Garboli e le loro letture dell’identità italiana, Cordelli parla di effeminatezza, Garboli precisamente di pederastia: la lotta per il potere in Italia sarebbe una guerra tra fratelli per la conquista dell'amore del padre, e il potere si trasmetterebbe soltanto attraverso la cooptazione del vincitore. Da parte di Tommaso il dialogo con Cordelli e Garboli che provano a dare contenuti al tema dell’identità italiana, è uno stimolo a mettere giù le carte. Sebbene siano dimenticate del tutto madri e sorelle, sono prove di lettura, avvicinamenti a un nodo. Forse vale la pena raccogliere la sfida e di andare a vedere da scrittori e letterati italiani che cos'è l'identità italiana, cioè la nostra.

Sapersi dire, mettersi faccia a faccia con se stessi, con la propria origine individuale e collettiva, svelarsi e farsi carico di sé, non sono per Tommaso soltanto una necessità del gruppo discriminato, ma la necessità di ciascuno, che ha una storia intima, un'origine sociale, delle comunità alle quali appartiene. Tommaso pensa che sia più utile partire da una accettazione e da una presa in carico, piuttosto che da una rimozione, un'elusione o una sublimazione. Anche perchè se neghi o rimuovi qualcosa che c'è, finirà per ricaderti in testa prima o poi e la botta non ti farà piacere. Tommaso crede che un intellettuale questo lavoro di autocoscienza debba farlo in pubblico. Ecco, credo che quello che mi turba in genere in tutte le prospettive identitarie, e in particolare in questo libro di Tommaso, è la sensazione di essere messa con le spalle al muro. Di non potere sfuggire, mentre vorrei nascondermi.

La sensazione cresce quando Tom mette a confronto due modelli alternativi di intellettuale italiano, da un lato Pier Paolo Pasolini, dall'altro Primo Levi. La simpatia, l'adesione di Tommaso sono tutte per il secondo. La cosa a tutta prima sconcerta: Pier Paolo Pasolini ha inseminato tantissimo, è difficile trovare in questo momento in Italia uno scrittore che non ne porti il marchio, un po' perché ha passato al setaccio tutti i temi italiani, dal potere alla trasformazione dei rapporti di classe, alla sessualità, alla pietà, un po' per la prospettiva da cui li ha setacciati, "scandalosa", razionalista e appassionata, profondamente estranea e assolutamente solidale alla comunità irrappresentabile. Tra l'altro un intellettuale omosessuale, per quanto decisamente non "gay". E dall'altra parte, invece, Primo Levi, uno scrittore inchiodato a quello che gli è capitato, essere ebreo durante il fasciamo e internato ad Auschwitz, ma capace di raccontare la sua storia. Uno scrittore senza eredi.

Pier Paolo Pasolini certo non nasconde il fatto di essere omosessuale, ma non se lo gioca in termini identitari. Non lo tematizza, non ci vuole pensare come problema, non sente di far corpo con gli altri omosessuali, ha un certo fastidio per il movimento gay. Accetta tutte le proiezioni mitiche omofobe della cultura dell'epoca e le capovolge in punti di forza. Si pensa scandaloso, fuori e dentro la cultura, e per questo lungimirante. Accetta di vivere in un margine, in un luogo di confine, inabitabile. Si pensa solo. Con degli amici, ma solo. Si pensa borghese, ma anche non più borghese. E cosa più importante di tutte, pensa agli altri, ai contadini, ai sottoproletari, al terzo mondo. E' degli altri, non di se stesso, che si fa carico. E' un intellettuale universalistico e lo è in questo modo, perchè si prende sulle spalle il mondo. Questo movimento titanico capovolge ogni fragilità, lo rende fortissimo. Pasolini ci è così caro, forse anche perché lavora alla liberazione dall'origine e dall'identità, al capovolgimento di ogni ferita in forza. In questo è forse davvero molto italiano. Ora, è come se Tommaso trovasse tutto questo potente, anche illuminante certo, ma un po' sopra le righe. Improponibile come modello, perché portare scandalo non può essere la vocazione di nessuno, gli esseri umani che vengono su hanno bisogno di uno spazio affettivo e di riconoscimento per vivere. E non ultimo: se ti è capitato qualcosa, tanto vale pensarci su. Per questo Tommaso propone Primo Levi, che scrivendo di Auschwitz ha scritto del novecento, del bene, del male, della condizione umana senza minimamente spostarsi da se stesso. Primo Levi non ha negato la sua condizione di vittima, non ha smesso di essere borghese, non ha messo in atto alchemici passaggi di stato, tutto il suo sforzo è stato nel rileggere la sua esperienza rispettando la realtà dei fatti, che era insieme rispetto della loro verità. C'è un pericolo a indicare Primo Levi come modello, ed è nel fatto che l'unicità della Shoah rende unica la voce di chi l'ha raccontata. E' difficile credere altrettanto necessario raccontare con onestà la propria storia in pubblico, di fronte a quella di Primo Levi la tua parola sembra un po' azzardata. Però è da questa scommessa che parte Tommaso, che valga la pena parlare di sé e portare rispetto per la realtà dei fatti, scrivere autobiografia. Che la possibiltà di farlo sia connessa alla capacità di farsi carico delle cose che ci sono capitate, che siano essere gay, lesbiche, eterosessuali, essere donne o uomini, essere borghesi, essere italiani o essere arrivati in Italia da qualche altra parte ed essere diventati italiani poi, e così via, cose che riguardano la nostra storia ma ci legano ad altri, cose che ci portiamo dietro ineludibilmente anche quando siamo in pubblico. Non è una proposta semplice, in primo luogo non lo è per me che nel modello dell'intellettuale universalistico, che capovolge la sua fragilità in forza, mi ero fatta una casa per quanto terremotata, ma merita di essere presa in considerazione. Intanto perché permette di vedere cose altrimenti invisibili.

Negli ultimi anni, lo spazio che si è presa la letteratura autobiografica è aumentato molto, penso per esempio agli ultimi libri di Edoardo Albinati da "Maggio selvaggio" a "Svenimenti", a "Cani del nulla" e "Senza verso" di Emanuele Trevi, e ancora prima a "Campo del sangue" di Eraldo Affinati e a "Doppio ritratto" proprio di Tommaso. Forse la letteratura autobiografica è cresciuta in un modo leggeremente diverso da quello che ha in mente Tommaso, meno identitario. Rimane almeno in alcuni di questi libri – "Il ritorno" di Albinati, "Campo del sangue" di Affinati – una traccia dell’intellettuale universalistico che si sporge verso il mondo o la storia, ma manca ormai del tutto il paracadute ideologico e l'attenzione a quello che succede all'io, nel corpo e nei sentimenti, è massima, quasi un denudamento. Certo è un fenomeno che va nella direzione che dice Tommaso: lo scrittore che si mette in mezzo, e che fa venire fuori tutto il resto - storia, ingiustizia, condizione umana, sentimento del tempo - come una cartina di tornasole. E lo scrittore funziona bene da cartina di tornasole perché si porta dietro quelle connotazioni di tipo sociale, culturale, di gusto, di ceto, anche le pose, funziona bene se lo sa e le mette in gioco.
 
I vostri commenti
Il commento di TG 16 aprile 2005


Ciao Patrizia, ciao finO, che bello ritrovarvi lucidi e vicini.


 
Il commento di Patrizia 16 aprile 2005


Per molti rivendicare un’identità è sinonimo di liberazione, specialmente quando questa viene negata perché repressa. Riconoscersi come gay o lesbica non vuol dire rinchiudersi in una dimensione monolitica, ma poter avere la possibilità di riconoscersi poi, se lo si vuole, in mille altre identità (negandole magari) partendo alla pari con gli etero che non hanno bisono di definirsi ed “etichettarsi”, perché loro “sono”, implicitamente.


 
Il commento di finO 16 aprile 2005


Bello e utile. E' inusuale l'uso del nome, questa rispettosa e trasparente confidenza. Ma è una risposta al discreto venirti vicino del libro. Perché è un libro che cerca una nuova strada per farsi leggere. Un abbraccio a tutti e due.


 
Il commento di TG 15 aprile 2005


Gnogno, certo che identità e appartenenze sono multiple e in parte mutevoli. Anzi, io apprezzo molto questa flessibilità di vedute (e nel libro la sostengo più volte): ma solo quando la esprimono persone che, alla prova dei fatti, dichiarano apertamente le proprie (magari temporanee, sfuggenti, elusive...) appartenenze. Non la apprezzo invece quando è espressa da chi di fatto evita di farsi carico di tali appartenenze, che magari sono oggetto di discriminazioni.


 
Il commento di gnognoragno 14 aprile 2005


è vero, ma non è l'unica cosa che tiro fuori ;) volevo solo dire che a me l'identità puzza un po' di etichetta e un altro po' in fondo di ghetto, o etighetto. insomma, l'identità limita assai, e quindi è sempre meglio averne nessuna o diverse, non si sa mai che serva. essere individuato, individuo, per certi tratti, può e dev'essere una condizione insieme transitoria e permanente, diciamo armonica con gli altri individui identici di cui siamo composti tutti quanti. contrariamente potrei pensare che sei "soltanto" o "soprattutto" un cupiu? mettiamoci anche degli anche, non vedi lo sbalanco, profondo e limitato?


 
Il commento di carola 14 aprile 2005


Non lo so se è sempre importante. Certo lo è per moltissime persone. E il più delle volte appartenere è un fatto. Però appartenenza o anche identità sono parole che non mi convincono del tutto. Io non lo so se appartengo a qualcosa. Ho dei retaggi, a volte aderisco a movimenti collettivi, a progetti. Faccio fatica a dire di più.


 
Il commento di TG 14 aprile 2005


Gnogno, ma se ben ricordo tu il tuo piemontesismo lo tiri fuori a ogni pede sospinto...


 
Il commento di gnognoragno 14 aprile 2005


grazie carola per la chiarezza, riesci a spiegare un testo che, per il poco che ho potuto leggere, non è facile. grazie anche a tom per averlo scritto, of course. una sola cosa ho da chiedere a tutti 2: è così importante appartenere? far parte di un gruppo? avere un'identità collettiva? non basta essere unici ed irripetibili, e macari avere dieci o cento identità, tutte vere e tutte godute? a me, che leggo meglio di quanto scriva, questo sufficie....


 
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