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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
A cosa ha titolo il neoconcepito? 18 maggio 2005


La legge 40 pone certamente seri ostacoli alla procreazione assistita, ma questo è niente rispetto a ciò che fa alla procreazione naturale. Se, come recita l'art. 1, il concepito è soggetto di diritti (diritti che si presume, in assenza di specificazioni, siano uguali a quelli di un nato), ad ogni concepito - cioè a ciò che esiste a partire dal momento dell'unione dei gameti - si dovrà guardare come a un essere umano in pericolo di vita. La procreazione naturale - in cui, come sappiamo, a volte vengono fecondati più ovuli di cui uno solo si impianta, mentre gli altri vanno "perduti" - diventa eticamente inaccettabile, né più né meno dell'abbandono dei bambini. L'unico processo generativo eticamente accettabile è quello in cui è verificabilmente coinvolto un solo ovulo. La procreazione assistita diventa dunque obbligatoria, una scelta vincolante e esclusiva.

Non vorrei che la mia sembrasse una provocazione. Vorrei invece che fosse un'occasione per riflettere, in uno spirito di dialogo, su cosa sia effettivamente un "concepito" nelle sue prime fasi (tralascio volutamente ulteriori specificazioni). Evitando di battere la scarpa sul tavolo e gridare che "è umano" o "non è umano" (ma il discorso vale anche per: "vita umana", "vita personale", "persona", ecc.). Queste distinzioni binarie sono anche interessanti, ma ci fanno cogliere i veri termini della questione?

Il paradosso che ho fornito qui in apertura è un esempio implicito di qualcosa di cui ho già parlato in passato (vedi i miei commenti al post del 16 marzo). La nostra coscienza etica - mi azzardo a parlare a nome della grande maggioranza dei miei concittadini - in effetti, nella realtà di fatto, traccia una distinzione tra il comportamento corretto verso gli appena concepiti e quello corretto verso gli adulti (dico "adulti" per non affrontare qui e ora la serissima questione del momento in cui si passa dall'una all'altra condizione). Noi distinguiamo tra i due casi con difficoltà, non senza peso: ma lo facciamo. Ora le ipotesi sono due. O la nostra idea del neoconcepito è paragonabile a quella che gli antichi romani avevano dello schiavo, e siamo vittima di uno strabismo storico, una distorsione culturale che occorre superare. In tal caso, però, l'osservazione che ho fatto in apertura di post cessa di essere paradossale, e va pienamente sottoscritta. Oppure - secondo caso - una distinzione tra neoconcepito e adulto è sensata. Mi pare che di fatto quasi tutti condividano questa seconda posizione.

Io credo, in sostanza, che se da una parte si accettasse questa differenza di posizionamento etico, e dunque il fatto che il neoconcepito non abbia esattamente gli stessi diritti dell'adulto, dall'altra parte si sarebbe molto più inclini a riconoscere che esso gode tuttavia di alcuni diritti.

Se si arrivasse a condividere una posizione simile, però, scopriremmo probabilmente che l'alternativa netta che ci deriva dalla nostra tradizione giuridica - quella tra l'essere soggetto di diritti o il non esserlo - qui ci serve male. Per aggirare questo dilemma dovremmo, credo, produrre nuovi concetti che definiscano la condizione personale del neoncepito. Non sono un giurista, quindi forse dirò cose inesatte, ma mi chiedo se in questo frangente potrebbe tornare utile la distinzione tra "diritto" e "titolo". Quest'ultimo è la giustificazione di un diritto soggettivo: si ha diritto a qualcosa perché, prima ancora, si ha titolo a godere di quel diritto. Il rapporto tra titolo e diritto mi ricorda quello, insieme necessario e aleatorio, tra neoconcepito e adulto. (Non si offenda chi mi sente parlare di alea: credo che il diverso trattamento etico che di fatto riserviamo alle due categorie dipenda proprio dalla percezione fattuale che vi è una differenza tra questi due stadi di vita, una differenza qualitativamente differente da quella, poniamo, tra adulto e bambino.)

A cosa ha titolo il neoconcepito? Per prendere due estremi: a essere impiantato a qualsiasi costo prima che la crioconservazione prolungata lo elimini? Direi di no. A non venire buttato via nel lavandino con i ritagli di unghia? Direi di sì. Lo spazio tra questi due punti limite, però, è aperto alla discussione. L'importante è che, più che scannarsi sui corni del dilemma giuridico (come di quello biologico, o di quello politico), cerchiamo di ripensare i nostri istituti in modo che facciano spazio a questa e altre condizioni liminari dell'umanità.
 
I vostri commenti
Il commento di Angelo 27 maggio 2005


Giartosio, apprezzo quello che hai scritto e mi sembra che tu colga il cuore del problema. Ci sto pensando. Ti risponderò sul mio blog, forse domani. Ti avviserò. Cordialità Angelo Bottone bottone.blogspot.com


 
Il commento di tresieunonoenonsonocattolico 25 maggio 2005


Sarebbe immorale se la procreazione "artificiale" desse altre possibilità, cosa che non mi consta al netto delle ricerche ipotetiche. Va bene per la telefonata, ma: hai visto l'intervista a Watson di oggi su "Repubblica" (p. 17)? Specie laddove sostiene che meglio sarebbe, che gli affetti da sindrome bipolare non fossero mai nati? Non ci vedi alcun nesso, con l'ipotesi di intervenire sul corpo del "neoconcepito"?


 
Il commento di Tommaso Giartosio 24 maggio 2005


E chi ha mai parlato di fare ricerca? Io ho sempre e solo parlato dello status del neoconcepito (che E' oggetto di uno dei quesiti referendari): se esso ha pari diritti rispetto a un uomo, la procreazione naturale è gravemente immorale, non si scappa. Non suggerisco alcuna ricerca, ma solo di riconoscere che di fatto tutti noi attribuiamo all'embrione uno status etico inferiore al nostro, o almeno diverso. Mi sembra che sarebbe un buon punto di partenza, questo. Prova a rileggere il mio post iniziale, forse ti sarà più chiaro. Oppure fammi una telefonata, sono stufo di dattiloscrivere.


 
Il commento di trenoeunsienonsonocattolico 24 maggio 2005


La connessione è nei referendum: lì, non veniamo interrogati sulla fecondazione "naturale", ma sui limiti di un altro genere di potere sui corpi. Fare ricerca per tutelare il neoconcepito nel corso della fecondazione "naturale" (le "nanotate")? Bene. Ma adesso ci viene imposto di considerare altre situazioni, non credi?


 
Il commento di Tommaso Giartosio 21 maggio 2005


3N1S, non riesco a seguirti, se abbandoni l'argomentazione in atto e ne avvii un'altra collegata ma tutto sommato ben distinta.


 
Il commento di trenoeunsienonsonocattolico 21 maggio 2005


E rieccoci al punto (non ti vorrei annoiare): che cos'è una vita? siamo sicuri che il cannibalismo sia l'unica strada per proteggere i nostri figli? Ci fidiamo così tanto dei camici bianchi? Com'è che permettere a qualcuno di esercitare un potere assoluto su un corpo vivo dovrebbe tutelare noi e i nostri figli, invece che metterci tutti in pericolo? Qual'è più esattamente l'indirizzo delle nanotate che le voglio conoscere?


 
Il commento di Yommaso Giartosio 21 maggio 2005


Eccoti l'agenzia delle nanotate: http://www.unbambino.it/centrimedici/altricentri.asp?id=7 Ma dai, 3N1S, come puoi sostenere che non vi è obbligo di agire per salvare una vita? E per giunta quella del proprio figlio? Perché è a questo che si arriva se si equipara del tutto neonconcepito e nato.


 
Il commento di trenoeunsienonsonocattolico 21 maggio 2005


Senz'altro! Però non trovo in rete l'agenzia delle nanotate. Finché non la trovo, resta la differenza tra ciò che possiamo e ciò che non possiamo, tra ciò per cui c'è un responsabile e ciò per cui non ci può essere. Ora che siamo nelle more, voti tu pure tre no e un si?


 
Il commento di Tommaso Giartosio 21 maggio 2005


Sì, se ti impegni (come consegue dal nostro ragionamento) a non ricorrere mai più alla procreazione naturale o ad altre pratiche che rischino di consegnare neoconcepiti al Grande Nulla.


 
Il commento di Trenoeunsienonsonocattolico 20 maggio 2005


E' bello sapersi in compagnia. Ma perché solo con la procreazione assistita? Non sarebbero meglio delle nanotate? Ma a parte questi nuovo orizzonti della ricerca (delle responsabilità), tu quindi voti come me ai referendum?


 
Il commento di TG 19 maggio 2005


Trenoeunsi, sei un grande ellittico, ma a bene vedere mi dai ragione. Se i neoconcepiti hanno pari diritti rispettoa un paleoconcepito, il loro non attecchire è del tutto pari al restare vittima di un terremoto: se possiamo prevenire l'evento con l'edilizia antisismica o la procreazione assistita, siamo tenuti a farlo. Chi? Tutti noi che costruiamo case o facciamo figli.


 
Il commento di trenoeunsienonsonocattolico 19 maggio 2005


Il mio comò ha avuto un brivido di compiacimento. Allora: se c'è un diritto, c'è un responsabile della sua violazione. Così è per i bambini che soffrono la fame: possiamo agire, quindi dobbiamo. Chi è responsabile della sorte degli embrioni che non attecchiscono? Se c'è, dobbiamo fare qualcosa. E poi: pensare è un obbligo, esercitare un potere non sempre.


 
Il commento di Tommaso Giartosio 19 maggio 2005


Cavell è tutto da leggere. Segnalo la pagina cui allude Massimo: http://www.leftwing.it/index.php?s=goccia In risposta a Trenoeunsi: l'impossibilità di sospendere alcuni processi di sviluppo non ci deresponsabilizza riguardo alla decisione di lasciar naufragare altri processi, cosa che potremmo evitare semplicemente riccorrendo alla procreazione artificiale. Nutrire i nostri bimbi non ci assolve dal lasciar soffrire la fame ad altri bimbi lontani (prendete il paragone per quello che è, ma la sostanza funziona). Quanto al decidere chi è un corpo soggetto di diritti: mi pare che siamo chiamati a farlo anche di fronte a una pietra o a un comò. Si chiama "pensare", no?


 
Il commento di trenoeunsienonsonocattolico 18 maggio 2005


La procreazione naturale non implica la possibilità per alcuno di sospendere il processo di sviluppo. E' questo il punto: chi ha diritto di fare che? Qualcuno ha diritto di decidere chi è cosa e chi è soggetto di diritti? Troppo potere: diffido. E poi: parliamo di corpi ("habeas corpus"). "Solo" di corpo. Ci dobbiamo fermare, di fronte a un corpo altro?


 
Il commento di massimo 18 maggio 2005


Concedo totum. (nella goccia su leftwing, cito un passo di Cavell, la riscoperta dell'ordinario, prelevato da pagine in cui la questione dell'embrione - con riferimento all'aborto - viene considerata in parallelo con la schiavitù. Per fare le dovute differenze, per graduare, e affinare, ecc. ecc. Cavell è un ottimo wittgensteiniano, e, in queste faccende, pure io). ciao!


 
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