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In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Non mi sento bene, non mi sento allegro 26 maggio 2005


Non mi sento per niente bene, ma fra tre ore - alle 19 circa - devo chiacchierare amabilmente con Igiaba Scego e Mario Desiati a "Intermundia", la rassegna di piazza Vittorio a Roma. Igiaba è una giovane scrittrice di origine somala e di lingua italiana. Mario ha curato, con Carola Susani, una sezione di scritti di persone come Igiaba - migranti, creoli, italofoni? - nel numero di gennaio-marzo di "Nuovi argomenti".

Mi è arrivato l'ultimo "Reset" (numero 89, maggio-giugno 2005), con una mia lettera sull'ultima pagina. E' una lettera politica. Questa è la versione integrale (quella pubblicata ha subito qualche taglio).

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L’anno prossimo si celebreranno i sessant’anni del referendum istituzionale e dell’elezione della Costituente: quindi anche del primo voto femminile alle elezioni politiche. Chi aveva lottato a lungo per quel voto vide in esso il rovesciamento di una consolidata tradizione oppressiva, una tradizione di ingiusta negazione dei diritti. Ben pochi, oggi, potrebbero smentire quella lettura.

Qualche anno prima, nel ’39, un gruppo di omosessuali catanesi veniva rastrellato, incarcerato e mandato al confino. Sto concludendo in questi giorni, insieme a Gianfranco Goretti, un libro sulla loro esperienza. E’ stato estremamente difficile raccogliere le testimonianze necessarie, e non solo a causa del lungo tempo trascorso. I confinati erano perlopiù di condizione sociale bassa o bassissima, spesso analfabeti, e dopo la Liberazione si ritrovarono respinti ai margini della società più o meno come prima. Nessuno di loro ha mai potuto ottenere un risarcimento. E certamente nessuno si sognava di rivendicare l’accesso paritario al matrimonio.

Poi passarono trent’anni, fino alla nascita del movimento gay italiano, e poi ancora altri trenta e passa anni di impegno durissimo. Oggi i gay e le lesbiche hanno idee assai varie sul matrimonio. Proprio come gli etero, alcuni di loro vorrebbero sposarsi, altri no, altri ancora vedrebbero con favore diverse modifiche della legislazione in oggetto. La grande maggioranza, però, sa bene che il matrimonio è un’istituzione da cui sono stati ingiustamente esclusi. E’ un po’ quello che pensavano del voto, fino al 1946, le donne politicamente mature.

Venendo ora al dialogo sulla laicità tra Piero Ostellino, Gian Enrico Rusconi e Pietro Scoppola su "Reset" n. 87: mi ha rallegrato trovare in tutti e tre gli interlocutori l’apertura alle unioni di fatto. Mi ha rallegrato, ma alla fine non mi sono sentito allegro. Leggevo frasi dal tono quasi imbarazzato, riduttivo, di chi cerca più che altro di gestire l’emergenza (magari nello spirito dell’assistenzialismo prodiano sui gay). Ho avuto l’impressione che si eludesse il piano dei principi, perché su questo piano la questione pone in gravi difficoltà i liberali. Il divieto di matrimonio tra due adulti consenzienti è cosa assai ardua da motivare. Il matrimonio gay ha affinità troppo evidenti con gli obiettivi dell’emancipazione femminile, di quella dei neri, e di altre classiche forme di lotta contro le discriminazioni (questa parola, purtroppo, non compare nel dialogo). L’obiezione che fa appello a mere ragioni “storiche, di convenzione sociale” (Ostellino) o a una “convinzione storicamente espressa dalla nostra società” (Scoppola) è del tutto insufficiente. Tra i più antichi e onorati valori della laicità c’è proprio la lotta contro alcune convenzioni e convinzioni del mondo di ieri: quelle ingiuste. La loro antichità non ha mai costituito, agli occhi dei laici, un alibi.

Lasciamo al Parlamento di trovare soluzioni di compromesso, se necessario. Sul piano sostanziale, il matrimonio gay è un terremoto, ma un terremoto salutare in cui sono racchiuse energie civili enormi: la più numerosa tra le minoranze italiane può all’improvviso sentirsi coinvolta e valorizzata come mai prima d’ora. E non serve (concludo) nutrire l’illusione di Ostellino: “gli stessi omosessuali si rendono conto che non è proponibile, storicamente, convenzionalmente, equiparare i due matrimoni”. I gay spagnoli si sono resi conto che lo si può fare: il risultato è semplicemente un’estensione di libertà. I gay della penisola adiacente − e i loro amici, le loro famiglie, i loro gruppi e partiti − non sono né sciocchi né ciechi.

Tommaso Giartosio
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 26 maggio 2005


Ringrazio entrambi, aggiungo solo due cose. Per Filter: sì, dire la verità spetta agli intellettuali, ma è anche ciò che contraddistingue i veri, grandi politici ("Ich bin ein Berliner"): che non sono comunque "politici puri" (ciò non si dà). Per Massimo Sannelli: se parliamo del matrimonio come relazione, quello gay c'è già, se ne parliamo come istituzione, quello gay sarebbe identico a quello etero.


 
Il commento di Filter 26 maggio 2005


Bellissima. Incisivissima. Se mi permetti, sottolineo i punti che mi piacciono molto: "Tra i più antichi e onorati valori della laicità c’è proprio la lotta contro alcune convenzioni e convinzioni del mondo di ieri: quelle ingiuste" (le tradizioni nascono dagli esseri umani, e possono essere altrettanto difettose di questi ultimi). "Lasciamo al Parlamento di trovare soluzioni di compromesso, se necessario" (il compito degli intellettuali è dire la verità). "I gay spagnoli si sono resi conto che lo si può fare" (come si permette Ostellino di parlare a nome altrui). Comunque mi immagino Ostellino che la legge scuotendo la testa (dire le cose in modo diretto non è da intellettuale comme il faut). Filter


 
Il commento di massimo sannelli 26 maggio 2005


Fa impressione la coppia "storicamente"-"convenzionalmente". Le parole non sono gratuite. Mi chiedo anche se abbia senso, filosofica-mente (altro avverbio!), porsi il problema di comparare qualcosa che c'è (il matrimonio etero- )con qualcosa che non c'è ancora, in Italia (il matrimonio gay). Una volta legalizzato il secondo il paragone si potrà fare. Sai Tommaso? Ho l'impressione che il problema non sia il fatto dei due uomini o due donne, o il loro atto sessuale; o le adozioni (ho il sospetto che siano i figli ad adottare i genitori, e non il contrario - Il codice dell'anima di Hillman insegna...). Il problema che fa paura è l'ovvio cambio di linguaggio che questo deve comportare: in un Paese dove ci sono ancora (semi-)analfabeti!


 
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